Una conferenza in cinque mesi, la fuga di Meloni dalla stampa
di Tommaso Ciriaco , Tommaso CiriacoRoma — Censure, monologhi sul 25 aprile cancellati d’imperio. Una campagna acquisti di testate — l’ultima dovrebbe essere l’Agi — portata avanti da un parlamentare di maggioranza. E la Rai trasformata in Telemeloni, con una presa soffocante denunciata due giorni fa da Le Figaro («La premier vuole tutto il potere nei media») e ancor prima da El Pais, The Times e Liberation. Fin qui ciò che si vede, e non è bello. Quello che non appare, però, si insinua silenziosamente e fa ancora più male. C’è infatti una strategia di comunicazione che Palazzo Chigi porta avanti ormai da mesi, con ostinazione. Si può sintetizzare in due numeri, tra loro legati: 1 e 169. La premier ha tenuto una sola conferenza stampa degna di questo nome (lei seduta, i giornalisti con microfono a domandare, i quesiti udibili da chiunque) negli ultimi 169 giorni. Al loro posto, gli ormai celebri “mucchioni” di cronisti e telecamere. Dietro questa scelta studiata — si apprende — assieme al sottosegretario Giovanbattista …
Roma — Censure, monologhi sul 25 aprile cancellati d’imperio. Una campagna acquisti di testate — l’ultima dovrebbe essere l’Agi — portata avanti da un parlamentare di maggioranza. E la Rai trasformata in Telemeloni, con una presa soffocante denunciata due giorni fa da Le Figaro («La premier vuole tutto il potere nei media») e ancor prima da El Pais, The Times e Liberation. Fin qui ciò che si vede, e non è bello. Quello che non appare, però, si insinua silenziosamente e fa ancora più male. C’è infatti una strategia di comunicazione che Palazzo Chigi porta avanti ormai da mesi, con ostinazione. Si può sintetizzare in due numeri, tra loro legati: 1 e 169. La premier ha tenuto una sola conferenza stampa degna di questo nome (lei seduta, i giornalisti con microfono a domandare, i quesiti udibili da chiunque) negli ultimi 169 giorni. Al loro posto, gli ormai celebri “mucchioni” di cronisti e telecamere. Dietro questa scelta studiata — si apprende — assieme al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, c’è una ragione profonda, pianificata a tavolino con gli esperti che la consigliano: blindare le uscite pubbliche con interviste tv dotate di paracadute, “sbilanciare” il rapporto tra la leader e i cronisti e ridurre al minimo il rischio di incidenti, frequenti all’avvio del governo.
I dati sono illuminanti. Negli ultimi 107 giorni, la premier si è presentata in una conferenza stampa “tradizionale” soltanto il 4 gennaio scorso, per l’obbligato appuntamento annuale con la stampa parlamentare. In quell’occasione, fu un diluvio di quesiti: ben 43. Dopo, il nulla. Meloni ha sì concesso un’altra conferenza, il 29 gennaio per il Piano Mattei, ma solo sulla carta: i tempi furono stretti, le domande pochissime.
Questa tendenza ha avuto un lungo periodo di incubazione nel 2023: per rintracciare un’altra conferenza stampa bisogna risalire al 3 novembre scorso. Insomma, in Italia negli ultimi 169 giorni il “rito sacro” delle democrazie è stato celebrato una sola volta. Impensabile per Macron, Scholz e gli altri leader occidentali.
Ma torniamo alla strategia. Negli ultimi cinque mesi e mezzo, Meloni ha invece organizzato diversi “mucchioni”, i cosiddetti punti stampa: la leader in piedi, i cronisti accalcati a domandare. Succede regolarmente dopo le missioni fuori da Roma e al termine di ogni Consiglio europeo, tanto che la prestigiosa sala stampa italiana a Bruxelles è stata usata una sola volta in un anno e mezzo. Ed è tristemente vuota, ha raccontato Claudio Tito su questo giornale, dal 10 febbraio 2023, vale a dire da 435 giorni, tanto che negli uffici di Palazzo Justus Lipsius si sta valutando se destinarla ad altri Paesi. Il mucchione, dunque. E il dilemma: perché?
L’hanno deciso Meloni e Fazzolari, considerando il format assai più sicuro e gestibile. È vero, i cronisti possono comunque domandare (tre giorni fa, a Bruxelles, Repubblica ha potuto farlo per due volte). Ma è Meloni a decidere quando terminare il confronto con i taccuini: basta girare le spalle e andare via. Il vero vantaggio “tattico” è però un altro: con il punto stampa, i cronisti lavorano in condizioni scomode, spalla a spalla con cineoperatori che legittimamente si fanno spazio, le voci si sovrappongono e per questo sono spesso costretti a domande lampo. E soprattutto, manca il microfono: i quesiti non vengono uditi da chi ascolta in televisione e da chi riporta da “remoto” le parole della leader. Ne nasce un confronto “impari”, oltreché impreciso. E questa disparità permette alla premier di decidere il tasso di aderenza ai contenuti della domanda. Nei confronti più aspri, le assicura anche la disintermediazione, potendo parlare direttamente alla telecamere senza replicare davvero a chi la incalza. Ma è soprattutto la flessibilità del format a premiarla. Un esempio si è avuto tre giorni fa, a Bruxelles. Alla leader è stato domandato, senza che in tv fosse chiaramente udibile il quesito: per la Liberazione intende dirsi antifascista? La (mancata) risposta è da manuale: «Quello che dovevo dire sul fascismo l’ho detto 100 volte e non ritengo di doverlo dire di nuovo, così potrete continuare a dire che sono una pericolosa fascista». Monologhi o punti stampa, sempre al 25 aprile si torna.