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Scurati, il caso di censura scuote i vertici della Rai. Gelo tra Sergio e Rossi

Ira della premier per le accuse di censura. Si riapre la partita sul Cda. L’ad si smarca: “Non ne sapevo nulla”. Torna in pista l’ipotesi Chiocci
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ROMA — L’ad Roberto Sergio si è smarcato: «Del caso Scurati non sapevo nulla, nessuno mi ha informato». Il capo degli Approfondimenti, Paolo Corsini, è stato lasciato solo nella tempesta, costretto a fornire una serie di giustificazioni rivelatesi, alla luce dei fatti, non corrispondenti al vero. E adesso chi rischia di restare con il cerino in mano è il dg Giampaolo Rossi, il riferimento di Giorgia Meloni in Rai nonché sponsor di gran parte dei dirigenti (Corsini incluso) promossi sulla tolda di comando nel nome dei Fratelli. L’uomo destinato a prendere le redini dell’azienda alla scadenza dell’attuale Cda, ora non più così sicuro di riuscirci.

La premier è furibonda. E medita vendetta: sparigliare i giochi che tutti credevano ormai chiusi, indicando al vertice della Tv di Stato un manager esterno, di alto rango, in grado di allontanare da lei il sospetto di voler imporre una deriva orbaniana all’informazione. Il putiferio scatenato dall’estromissione di Antonio Scurati dal prog…

ROMA — L’ad Roberto Sergio si è smarcato: «Del caso Scurati non sapevo nulla, nessuno mi ha informato». Il capo degli Approfondimenti, Paolo Corsini, è stato lasciato solo nella tempesta, costretto a fornire una serie di giustificazioni rivelatesi, alla luce dei fatti, non corrispondenti al vero. E adesso chi rischia di restare con il cerino in mano è il dg Giampaolo Rossi, il riferimento di Giorgia Meloni in Rai nonché sponsor di gran parte dei dirigenti (Corsini incluso) promossi sulla tolda di comando nel nome dei Fratelli. L’uomo destinato a prendere le redini dell’azienda alla scadenza dell’attuale Cda, ora non più così sicuro di riuscirci.

La premier è furibonda. E medita vendetta: sparigliare i giochi che tutti credevano ormai chiusi, indicando al vertice della Tv di Stato un manager esterno, di alto rango, in grado di allontanare da lei il sospetto di voler imporre una deriva orbaniana all’informazione. Il putiferio scatenato dall’estromissione di Antonio Scurati dal programma di Serena Bortone su Rai3 l’ha esposta al fuoco di fila delle opposizioni, toccando un nervo scoperto: il 25 Aprile e l’abiura del fascismo, che lei ha sempre rifiutato di fare. Un tema che alimenta dubbi e diffidenze sui giornali di mezzo mondo. Col risultato di sporcare l’immagine internazionale di una prima ministra considerata ostaggio di un passato che non passa, impegnata a occupare militarmente il servizio pubblico radiotelevisivo. E per colpa di chi? «Dei nostri che sono maldestri», è lo sfogo ai piani alti del partito di Meloni.

Esattamente ciò che denuncia l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti, in un durissimo comunicato letto ieri in coda a tutti i Tg: «Il controllo dei vertici Rai sull’informazione del servizio pubblico si fa ogni giorno più asfissiante. Dopo aver svuotato della loro identità due canali, ora i dirigenti nominati dal governo intervengono bloccando anche ospiti non graditi». Un j’accuse senza precedenti: «La stessa azienda che ha speso 6 milioni di euro per il programma Avanti Popolo, ora avanza motivazioni di carattere economico per l’esclusione di Scurati, già smentite dai fatti», prosegue l’Usigrai, ribadendo la mobilitazione. «Siamo di fronte ad un sistema pervasivo di controllo che viola i principi del lavoro giornalistico».

Un clima che rischia di aggravare lo scontro in corso in Viale Mazzini. Dove nessuno ha più la certezza di mantenere la poltrona. Non l’ad Sergio, da mesi intento a prendere le distanze da Rossi e soci, per proporsi come unico argine alla catena (nera) di comando Rai, nella speranza di restarne alla guida. Non il dg Rossi, intellettuale organico a FdI piazzato alla testa di una schiera di fedelissimi che fin qui ha collezionato solo flop: format sbagliati e conduttori incapaci di produrre ascolti. Il suo direttore di staff, Davide Di Gregorio, sospettato di aver trattato la cancellazione di Scurati senza dir nulla al suo capo. Angelo Mellone, il direttore del Day Time che fa anche il cantante, scrive romanzi e persino trasmissioni, che poi manda in onda sotto la sua supervisione. L’ormai noto Corsini, gran visir degli Approfondimenti, quello che alla festa di Atreju dichiarò «sono uno di voi», all’attivo uno dei fiaschi più clamorosi del piccolo schermo: il talk di Nunzia De Girolamo, chiuso anzitempo per mancanza di share.

Fino ai frontmen & women spediti a diffondere il verbo di Giorgia in programmi e Tg: una su tutti, Incoronata Boccia, la vicedirettrice del Tg1 capace di definire l’aborto in tv «un delitto, non un diritto» con buona pace della 194. Passando infine per Nicola Rao, che da direttore del Tg2 è migrato alla Direzione Comunicazione anziché al Tg1, dove pure Rossi voleva spedirlo, per far posto a Gian Marco Chiocci, incarnazione dell’altra ala del potere meloniano: spesso in conflitto con il dg che lo soffre.

E ora, cosa succederà? Fosse per Sergio, li ridimensionerebbe tutti. «Io cerco di far capire ai miei amici che così l’azienda va a sbattere», ha fatto trapelare ieri, puntando il dito contro Rossi e compagni. Segno del gelo che regna fra i due. Quando il caso Scurati è deflagrato si sono sentiti almeno quindici volte al telefono per partorire un comunicato congiunto: missione fallita. È stato mandato avanti solo Corsini, che ora rischia il posto.L’ad ha già chiesto una relazione a tutti i protagonisti della vicenda. Fosse l’ultima cosa che fa da capitano di una barca che fa acqua da tutte le parti.

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