Autonomia, lo sprint-farsa finisce in rissa alla Camera. Destra battuta ma si rivota
di Emanuele LauriaRoma — Mancava la rissa, nella farsa dell’Autonomia. Il viaggio a tappe forzate imposta dai leader di una maggioranza divisa verso una tappa solo simbolica – lo sbarco in Aula della legge il 29 aprile – si arena su un pasticcio tutto interno al centrodestra. E sono proprio i leghisti, in un passaggio caldo dell’iter in commissione, a marcare clamorosamente visita. A far andare sotto la coalizione di governo. La fretta fa brutti scherzi, la grande corsa si interrompe. Lavori rinviati a venerdì, in un clima di scontro. Ma dietro, lo sanno tutti a Montecitorio, c’è una grande pantomima: la legge, in ogni caso, non vedrà il via libera dell’aula prima delle elezioni europee. Perché Forza Italia non vuole, e acconsente solo al fatto che si giunga alla discussione generale in Aula, che si voti magari qualche norma. Il duello finale avverrà dopo le Europee, con i berlusconiani convinti di poter ridiscutere tutto in forza di un esito delle urne a loro propizio. Intanto, il calendario della Cam…
Roma — Mancava la rissa, nella farsa dell’Autonomia. Il viaggio a tappe forzate imposta dai leader di una maggioranza divisa verso una tappa solo simbolica – lo sbarco in Aula della legge il 29 aprile – si arena su un pasticcio tutto interno al centrodestra. E sono proprio i leghisti, in un passaggio caldo dell’iter in commissione, a marcare clamorosamente visita. A far andare sotto la coalizione di governo. La fretta fa brutti scherzi, la grande corsa si interrompe. Lavori rinviati a venerdì, in un clima di scontro. Ma dietro, lo sanno tutti a Montecitorio, c’è una grande pantomima: la legge, in ogni caso, non vedrà il via libera dell’aula prima delle elezioni europee. Perché Forza Italia non vuole, e acconsente solo al fatto che si giunga alla discussione generale in Aula, che si voti magari qualche norma. Il duello finale avverrà dopo le Europee, con i berlusconiani convinti di poter ridiscutere tutto in forza di un esito delle urne a loro propizio. Intanto, il calendario della Camera è piegato alla propaganda della Lega, che deve potersi giocare in campagna elettorale almeno un’accelerazione dell’iter dell’Autonomia, l’avvicinamento al traguardo. Non il traguardo stesso.
Ma ieri qualcosa è saltato, in quest’ingranaggio. Ore 15, nuova seduta della commissione Affari Costituzionali che praticamente è in seduta permanente sino a sabato. Si passa al voto di uno dei 2.453 emendamenti dell’opposizione. Proposta provocatoria con la firma di Carmela Auriemma, deputata di M5S, che chiede di sopprimere direttamente la parola “Autonomia” dal primo comma del testo. Il presidente forzista della commissione, Nazario Pagano, apre la votazione, si accorge presto dell’irreparabile: molti esponenti della maggioranza non ci sono, fra loro i leghisti Iezzi, Ravetto, Bordonali e Ziello. «Erano fuori dalla stanza», fanno sapere fonti della maggioranza. Il classico pietoso velo. Ad Alfonso Colucci, capogruppo dei 5Stelle in commissione, non sembra vero un assist di questa portata: «Non è uno scivolone, c’è una grande crepa all’interno della maggioranza», dice. Di certo il risultato del voto, per alzata di mano, prefigura un rovescio: si contano 10 favorevoli e 7 no. Pagano tentenna. Prima ancora che dichiari l’esito interviene in tackle il capogruppo di FdI in commissione, Alessandro Urzì, che dà il tempo al collega di dire che le procedure di voto in realtà non sono concluse. Ma l’opposizione insorge, dal Pd a Italia Viva, con Maria Elena Boschi che accusa la maggioranza «di aver perso ed essersi portata via il pallone». Minuti di tensione, il pd Piero De Luca irrompe nella sede della commissione con animo incendiario, Elisabetta Gardini si scambia frasi non proprio affettuose con un ex grillino. Pagano sente il presidente della Camera Lorenzo Fontana, prova a far ripetere subito il voto. È il caos. La miccia non è di poco conto: se passasse un solo emendamento, la legge dovrebbe tornare al Senato. E addio allo slogan dell’Autonomia «ormai a portata di mano».
L’opposizione, che dice di non riconoscersi più nella guida di Pagano, spunta almeno un rinvio a domani. Come finirà, è facile prevederlo: davanti all’insistenza sulla volontà di votare, la minoranza abbandonerà i lavori. Il centrodestra si approverà da solo la riforma e tutti si risparmieranno un week-end di attività.
Ma il sì in commissione non servirà ad altro che a dare fiato alle trombe leghiste. Che i tempi non ci siano, per un’approvazione in Aula prima della pausa elettorale, lo hanno sottolineato i capigruppo dell’opposizione in una lettera a Fontana. Se scatta la tagliola sui quasi 2.500 emendamenti depositati in commissione, questi dovranno essere discussi nell’emiciclo di Montecitorio. Il risultato del forcing leghista è un Parlamento in ebollizione: tanto che lo stesso presidente Fontana, che deve tener conto delle istanze di tutti, era dell’idea di concedere un rinvio della data del 29 aprile per lo sbarco in Aula del provvedimento. L’ha detto ai leader della minoranza, e su questo tema è stato costretto allo scontro con il ministro Roberto Calderoli: «Ma perché non facciamo una concessione che abbassi la tensione, visto che la legge non l’approveremo comunque prima di giugno?», il ragionamento di Fontana. FI era pronta a fare sponda. «Non si può esaminare una legge così complessa in un fine settimana», dice il deputato Francesco Cannizzaro, vicino al governatore Roberto Occhiuto. Il segretario Antonio Tajani, con modi felpati, si limita a dire che sì, qualcosa da cambiare ci sarà, ma Forza Italia lo sottolineerà con un ordine del giorno. “Serve più coraggio”, lo sprona il capogruppo di Iv Davide Faraone. L’atteggiamento soft di Tajani è comunque travolto dalla rissa in commissione. Ma la corsa dell’Autonomia è una farsa acchiappavoti.