ROMA — «La scelta migliore a questo punto è astenersi». Elly Schlein alla fine ha sterzato. E ha scelto la prudenza. Negli ultimi due mesi aveva dichiarato davanti a taccuini e microfoni che il suo Pd avrebbe cassato il nuovo Patto di stabilità. In diverse occasioni. La prima volta il 5 marzo, ospite di Porta a Porta: «Voteremo contro. È un compromesso al ribasso». La seconda un mese fa, a margine del pre-Consiglio europeo dei leader socialisti: «Il governo è assente sul Patto di stabilità, voteremo no», così scriveva l’Ansa il 20 marzo.
All’ultimo miglio però ha prevalso la preoccupazione di «tenere insieme esigenze diverse». Che significa tenere insieme innanzitutto il partito, una pentola a pressione, dopo le bizze sulle Europee. Schlein non voleva dare l’impressione di sconfessare il «duro lavoro» del commissario Ue all’Economia, l’ex premier Paolo Gentiloni. Lavoro che la leader dei democratici ha sempre difeso: «La sua proposta era ottima, lasciava la giusta flessibilità». La co…
ROMA — «La scelta migliore a questo punto è astenersi». Elly Schlein alla fine ha sterzato. E ha scelto la prudenza. Negli ultimi due mesi aveva dichiarato davanti a taccuini e microfoni che il suo Pd avrebbe cassato il nuovo Patto di stabilità. In diverse occasioni. La prima volta il 5 marzo, ospite di Porta a Porta: «Voteremo contro. È un compromesso al ribasso». La seconda un mese fa, a margine del pre-Consiglio europeo dei leader socialisti: «Il governo è assente sul Patto di stabilità, voteremo no», così scriveva l’Ansa il 20 marzo.
All’ultimo miglio però ha prevalso la preoccupazione di «tenere insieme esigenze diverse». Che significa tenere insieme innanzitutto il partito, una pentola a pressione, dopo le bizze sulle Europee. Schlein non voleva dare l’impressione di sconfessare il «duro lavoro» del commissario Ue all’Economia, l’ex premier Paolo Gentiloni. Lavoro che la leader dei democratici ha sempre difeso: «La sua proposta era ottima, lasciava la giusta flessibilità». La colpa semmai, ha ripetuto l’altro ieri durante una riunione al Nazareno, sarebbe di Giorgia Meloni, «che è stata totalmente assente nel negoziato e ha preso atto di scelte dannose fatte da altri Stati».
Schlein ha affrontato l’argomento Patto di stabilità due giorni fa, lunedì pomeriggio. Aveva già avuto una mattinata complicata: ancora piovevano critiche sull’idea di inserire il suo cognome el logo del Pd alle Europee.
Ma sapeva che il tema era troppo delicato per arrivare al voto di Strasburgo senza una discussione vera con le varie anime del partito. E così, subito dopo la diretta Instagram in cui ha dovuto archiviare il cambio di simbolo, ha riunito in videocall i big del Pd che si occupano di politica estera: il responsabile Economia, Antonio Misiani, quello delle Riforme, Alessandro Alfieri, Peppe Provenzano, che in segreteria segue il dossier Esteri; poi Piero De Luca, coordinatore del correntone di Bonaccini, l’eurodeputata Irene Tinagli e il capodelegazione in Ue, Brando Benifei. Con alcuni europarlamentari, insieme a Misiani, si è sentita anche ieri mattina. Obiettivo: evitare strappi nel gruppo, dissidenze che avrebbero spostato il mirino mediatico dai pasticci della destra. Durante la riunione, Schlein ha anche promesso: «Sentirò Paolo». Il contatto c’è stato.
Comunque alla fine, sul pallottoliere di Strasburgo, nel Pd non si contano defezioni. Tutti astenuti. Anche se il grosso del Pse ha votato a favore. «È stata una scelta politica complessa - commenta Benifei - Ma il testo uscito dal negoziato con il Consiglio è eccessivamente peggiorativo rispetto alla proposta di Gentiloni, che abbiamo sostenuto». Misiani preferisce attaccare FdI, Lega e FI: tutti astenuti pure a destra. «Il ministro Giorgetti incassa dalla sua maggioranza il secondo schiaffone dopo quello sul Mes».
Certo, come spesso capita quando si opta per le vie di mezzo, qualche scontento c’è. L’ex ministro Andrea Orlando, subito prima del voto, ancora chiedeva ai dem di «bocciare con nettezza la proposta di riforma». Anche se perfino Misiani, che è della sua corrente, aveva accettato l’astensione, nella riunione con Schlein. Gentiloni si tiene lontano dalle polemiche. Derubrica le mosse del suo partito a «questioni di politica interna». Dal Transatlantico, Enzo Amendola è sibillino, sull’astensione dei colleghi: «In Europa si lavora sempre per i compromessi... Però mi colpisce di più l’atteggiamento della destra, che ha picconato Gentiloni per tutta l’estate, proprio mentre lavorava a una proposta che era infinitamente migliore rispetto al testo finale». Nicola Zingaretti, ospite di Metropolis, il talk web del gruppo Gedi, aggiunge che comunque l’astensione «è l’inizio della battaglia» in Ue.
Al solito, Giuseppe Conte punge il Pd, dopo avere schierato il suo Movimento sul no al nuovo patto (che lui chiama «pacco»): «Non capisco le scelte delle altre forze politiche, il M5S è rimasto solo a votare contro un accordo che taglia le gambe all’Italia». Non cita direttamente il Pd, l’ex premier, ma lo fanno i suoi. Ecco Stefano Patuanelli, capogruppo al Senato: «Il Pd attacca la maggioranza per aver approvato il Patto di Stabilità, ma poi si astiene. Tutto questo è ipocrita».