Chico Forti e quel tappeto rosso srotolato dal governo che allontana Biden e parla ai populisti
di Gianni RiottaÈ sempre una buona notizia quando un cittadino italiano, condannato per reati all’estero, ha la possibilità di scontare la pena in patria, non costretto in un penitenziario remoto, privo del sostegno dei familiari. La regola di buon senso valeva per Silvia Baraldini, agli arresti negli Stati Uniti dal 1983, 43 anni per associazione sovversiva e concorso in evasione, che nel 1999 rientrò a Roma, restando 19 mesi in cella e poi agli arresti domiciliari. Speriamo valga per Ilaria Salis, detenuta a Budapest con l’accusa di violenza politica, ora ai domiciliari e candidata alle Europee. E vale anche nel controverso caso di Enrico “Chico” Forti, windsurfer, personaggio tv, uomo di affari che la giuria popolare di Miami-Dade, in Florida, ritenne colpevole del brutale assassinio di Dale Pike, 1998.
Forti, oggi 65 anni, voleva rilevare l’hotel di lusso del padre di Pike, anziano e affetto da demenza, e quando il figlio venne a sapere della trattativa, sospettando una truffa, chiese un in…
È sempre una buona notizia quando un cittadino italiano, condannato per reati all’estero, ha la possibilità di scontare la pena in patria, non costretto in un penitenziario remoto, privo del sostegno dei familiari. La regola di buon senso valeva per Silvia Baraldini, agli arresti negli Stati Uniti dal 1983, 43 anni per associazione sovversiva e concorso in evasione, che nel 1999 rientrò a Roma, restando 19 mesi in cella e poi agli arresti domiciliari. Speriamo valga per Ilaria Salis, detenuta a Budapest con l’accusa di violenza politica, ora ai domiciliari e candidata alle Europee. E vale anche nel controverso caso di Enrico “Chico” Forti, windsurfer, personaggio tv, uomo di affari che la giuria popolare di Miami-Dade, in Florida, ritenne colpevole del brutale assassinio di Dale Pike, 1998.
Forti, oggi 65 anni, voleva rilevare l’hotel di lusso del padre di Pike, anziano e affetto da demenza, e quando il figlio venne a sapere della trattativa, sospettando una truffa, chiese un incontro al businessman italiano. Forti negò alla polizia di essersi recato all’aeroporto a ricevere Pike, poi, di fronte ai tabulati telefonici che lo inchiodavano, cambiò versioni, contraddicendosi e accusando invece Thomas Knott, un vicino di casa. A persuadere la giuria fu la manciata di sabbia tipica della spiaggia di Virginia Key dove venne rinvenuto il cadavere di Pike, presente nella Land Rover di Forti.
Quando le autorità italiane hanno chiesto il rimpatrio del condannato, e le trattative, col governatore della Florida Ron DeSantis e le autorità federali, fino alla Casa Bianca del presidente Joe Biden, ne hanno ottenuto il rilascio la procuratrice democratica di Miami-Dade, Katherine Fernandez Rundle, si è detta «amareggiata, perché noi restiamo la sola voce di una vittima di truffa, culminata in omicidio, e speriamo che il governo italiano mantenga la parola di far scontare la pena intera» a Forti.
Davanti ai fatti, e a una storia tragica e contesa, stupisce quindi che la primo ministro Giorgia Meloni abbia deciso, contraddicendo gli accordi intercorsi con la giustizia Usa, di accogliere personalmente Forti all’aeroporto militare di Pratica di Mare, come si trattasse di un eroe nazionale, liberato da dittatori sanguinari, dopo essersi battuto per nobili cause. Voci del governo, a proposito di Salis, alla sbarra per reati minori al confronto, suonano opposte, irridendo l’imputata con cinismo e durezza. E quando, un quarto di secolo fa, con scelta altrettanto propagandistica e improvvida, il Guardasigilli Oliviero Diliberto si precipitò a omaggiare Baraldini, presto rimessa in libertà rompendo gli accordi, la diplomazia Usa prese atto dello strappo, con rigidità poi pagata da tanti concittadini, Forti incluso.
Allora le destre reagirono con orrore, Alleanza Nazionale, partito della premier, chiese al presidente Ciampi che la detenuta pagasse di tasca propria le spese dell’aereo militare, come il Falcon del 31esimo Stormo su cui ha volato Forti. I parlamentari di An e Forza Italia giurarono che i rapporti con Washington erano rovinati, per il tappeto rosso srotolato a una condannata per azioni sovversive e perfino Clemente Mastella prese le distanze sdegnato.
La disciplina con cui la premier Meloni ha creato un rapporto personale con Biden, dall’Ucraina a Gaza, sfuma d’incanto davanti alla tentazione di ottenere un pugno di voti populisti e antiamericani, nel sottobosco di umori lividi che unisce negli appelli anti occidentali ex parlamentari Pci, ultras Msi, cattolici anti papa Bergoglio, novax irriducibili, una corte dei miracoli rabbiosa, screziata di antisemitismo.
Con serenità varrebbe la pena di rileggere gli atti originali del processo in Florida, alla cui pubblicazione l’imputato si è sempre opposto, ma, comunque si giudichi il caso Forti, dimenticare l’aplomb istituzionale per abbracciare un assassino condannato è errore grave, per la premier, il governo, il paese, e non resterà privo di conseguenze. Un premier non è influencer, la giustizia non è TikTok, a meno di non voler vedere Chico Forti presto sdottoreggiare in tv, nei social, magari un giorno, passeggiare in Parlamento: purtroppo non sarebbe il primo deputato con sentenza per omicidio sulle spalle, altro che spese di viaggio del Falcon.