Mimmo Lucano, candidato in Europa e a sindaco di Riace: senza staff e campagna elettorale ‘fai da te’. “Se non aggiusti qua, non puoi sistemare l’Ue”
dalla nostra inviata Alessia CanditoRiace – I laboratori che resistono, la scuola chiusa “ma come si fa? È la memoria di tutti ed è il futuro”, il campetto con l’erba sintetica stracciata. E poi l’ambulatorio che forse tornerà, chi raccomanda le urne ad Allah e chi al dio cristiano, un murales che ritrova il colore. “Se non aggiusti qua – dice Mimmo Lucano che con Avs adesso corre per Bruxelles - non puoi aggiustare l’Europa”. E qua è Riace, il paese dell’accoglienza diventato modello del mondo, smantellato da un’inchiesta che troppi anni dopo si è sciolta come neve al sole mentre il borgo rinato grazie a persone arrivate da tutto il mondo si è svuotavo.
Maglietta nera che promette di portare avanti idee, pensiero e battaglie di Peppino Impastato, jeans da lavoro, Mimmo Lucano è una trottola che carambola per le vie strette del paese, si affaccia ai laboratori, viene interrogato dalla signora Angelina sulle ultime previsioni, striglia un bimbetto perché n…
Riace – I laboratori che resistono, la scuola chiusa “ma come si fa? È la memoria di tutti ed è il futuro”, il campetto con l’erba sintetica stracciata. E poi l’ambulatorio che forse tornerà, chi raccomanda le urne ad Allah e chi al dio cristiano, un murales che ritrova il colore. “Se non aggiusti qua – dice Mimmo Lucano che con Avs adesso corre per Bruxelles - non puoi aggiustare l’Europa”. E qua è Riace, il paese dell’accoglienza diventato modello del mondo, smantellato da un’inchiesta che troppi anni dopo si è sciolta come neve al sole mentre il borgo rinato grazie a persone arrivate da tutto il mondo si è svuotavo.
Maglietta nera che promette di portare avanti idee, pensiero e battaglie di Peppino Impastato, jeans da lavoro, Mimmo Lucano è una trottola che carambola per le vie strette del paese, si affaccia ai laboratori, viene interrogato dalla signora Angelina sulle ultime previsioni, striglia un bimbetto perché non è andato all’asilo. Intanto il telefono squilla, lui lo silenzia. “Non smette mai”, sbuffa.
Ma per la campagna elettorale non c’è nessuno che ti aiuti? Un ufficio stampa, un collaboratore? “A me non piacciono queste cose. L’ho detto subito”. E neanche andare troppo in giro. “Mi stavo sentendo male con tutte quelle tappe”.
Chi in Alleanza Verdi Sinistra ci ha provato a mettergli su una campagna elettorale alla fine ha allargato le braccia e capito. Ci ha fatto il callo agli appuntamenti che slittano perché in stazione o aeroporto gente sconosciuta lo ferma e lui ci si mette a parlare per ore, all’allergia a palchi e riflettori “perché le persone le devo vedere in faccia, devo capire se ci stiamo intendendo”, all’incapacità di dire in pubblico “votate per me”. “Non ho mai puntato a poltrone”. E sì che in tanti lo hanno corteggiato. “Il Pd ci ha provato per mesi – confida Lucano – Adesso stanno cambiando, ma io ho una storia e troppe cose ci dividono: i decreti Minniti, gli accordi con la Libia, la guerra”.
Per capire la corsa di Mimmo Lucano a Bruxelles bisogna tornare a Riace. Dove tutto è iniziato, dove tutto ha rischiato di finire, dove in parte qualcosa è riuscito a resistere. “Dopo la condanna in primo grado, la fondazione “A buon diritto” di Luigi Manconi aveva promosso una raccolta fondi per permettermi di pagare la maximulta – racconta seduto nell’anfiteatro che ha visto centinaia di festival e manifestazioni - Ma io ho deciso di rischiare e far ripartire l’accoglienza che lo Stato non finanziava più. Ero sicuro che avrei avuto giustizia”.
Il tempo gli ha dato ragione, dopo una condanna in primo grado da rapinatore seriale – 13 anni e 2 mesi, un’enormità – quella di secondo grado lo ha riabilitato come un eroe. “La sua unica mission era aiutare gli ultimi”, hanno scritto i giudici, che nero su bianco di Lucano hanno sottolineato solo “l’assoluta mancanza di qualsivoglia fine di profitto, l’indiscutibile intento solidaristico, gli sforzi per portare avanti la propria idea di accoglienza”. Disordinata certo, ma limpida. E adesso per lui la sfida è doppia. L’8 e 9 giugno si vota anche a Riace e Lucano quella fascia che gli è stata strappata via, mentre il paese dell’accoglienza veniva letto come sistema criminale, adesso che quel teorema è crollato la rivuole. E non per rivalsa. “La vedi quella scuola? Lì abbiamo studiato tutti, adesso è chiusa, i bambini devono andare altrove. Prima c’erano anche i corsi di italiano per gli adulti”. E l’ambulatorio medico, con gli specialisti che da volontari si presentavano per assistere riacesi di nascita e d’adozione. “Poi dal Comune hanno chiesto di riavere i locali, ma non ci hanno fatto niente. E il dottore in paese viene una volta alla settimana”.
In municipio, il cartello “il sindaco riceve sempre” è scomparso. In caso di vittoria, promette, “quello torna subito”. Perché – spiega – è stato l’inizio della rivoluzione, di un’amministrazione che si apre ai cittadini come deve fare l’Europa, che rifiuta il concetto di “potere” e sposa quello di “servizio” per gli altri, tutti. Anche chi in un posto non è nato. “Questa destra ha un disturbo del senso di umanità”, dice, “loro vogliono muri, io credo ai ponti”. Quello sullo Stretto no, da sempre. E quando si presenta al corteo a Villa San Giovanni sono pacche e abbracci e nessuno pensa che sia passerella da campagna elettorale. “Non è che lo vediamo adesso”, dicono.
E alla fine sono gli altri a organizzargli incontri, comizi e passaggi in piazza o in un locale, in mezzo a chi spende la serata davanti a un drink e poi si mette ad ascoltare. Alla fine c’è chi gli chiede “i santini” da far girare. “Mai fatti in vita mia”. E la campagna elettorale? “Ho messo la mia quota di 30 euro per i fac simile”.