L’affondo di Schlein: “In Liguria il silenzio degli indecenti”. E poi abbraccia Prodi
dal nostro inviato Giuseppe ColomboTRENTO — Si cala subito nel format del duello, Elly Schlein. «Rispondo immediatamente a Giorgia Meloni», esordisce. Parla per seconda, due ore dopo la premier. L’arena è la stessa: il Teatro Sociale. Le poltroncine bianche e il timer sul palco ricordano lo studio di Porta a Porta, ma anche la sfida al Festival dell’Economia di Trento va in onda solo in differita. In due tempi. Tutto esaurito per la segretaria del Pd, tranne la prima fila che resta vuota. Le scolaresche sui palchi. Gianvito, 73 anni, ex operaio, è seduto in platea: «Vediamo se mi convince più di Giorgia». A un certo punto arriva anche Romano Prodi, dopo mesi di critiche. Il Professore ascolta, poi raggiunge la leader dem nel retropalco. Si abbracciano. «Sei stata bravissima», le parole che segnano la pace.
È l’atto finale che valida un redde rationem a distanza con la premier lungo 42 minuti. Perché quando inizia a rispondere alle domande di Ferruccio de Bortoli, Schlein sa che deve sfruttare un vantaggio non da poco: …
TRENTO — Si cala subito nel format del duello, Elly Schlein. «Rispondo immediatamente a Giorgia Meloni», esordisce. Parla per seconda, due ore dopo la premier. L’arena è la stessa: il Teatro Sociale. Le poltroncine bianche e il timer sul palco ricordano lo studio di Porta a Porta, ma anche la sfida al Festival dell’Economia di Trento va in onda solo in differita. In due tempi. Tutto esaurito per la segretaria del Pd, tranne la prima fila che resta vuota. Le scolaresche sui palchi. Gianvito, 73 anni, ex operaio, è seduto in platea: «Vediamo se mi convince più di Giorgia». A un certo punto arriva anche Romano Prodi, dopo mesi di critiche. Il Professore ascolta, poi raggiunge la leader dem nel retropalco. Si abbracciano. «Sei stata bravissima», le parole che segnano la pace.
È l’atto finale che valida un redde rationem a distanza con la premier lungo 42 minuti. Perché quando inizia a rispondere alle domande di Ferruccio de Bortoli, Schlein sa che deve sfruttare un vantaggio non da poco: ribattere all’inquilina di Palazzo Chigi senza controrepliche. A quindici giorni dalle elezioni europee, l’occasione vale ancora di più. Per questo il primo affondo è contro il premierato, che Meloni ha elevato a missione di vita, oltre che a ragione dell’esistenza del governo. «Dietro quel “decidete voi” — tuona — c’è un colossale “decido io per voi”, la riforma che propongono indebolisce il Parlamento e la democrazia». E per rafforzare lo schema della personalizzazione della sfida, la leader del Pd si aggancia alle mancate parole della premier sul caso Liguria per sferrare il colpo più pesante: «Ho seguito con grande attenzione le dichiarazioni di Giorgia Meloni qui al Festival e sono rimasta stupita che non cogliesse l’occasione per dire una parola sulla situazione della Liguria e sull’arresto di Giovanni Toti: è il silenzio degli indecenti, ormai subisce il diktat di Salvini che chiede a Toti di resistere». Scandisce parola per parola, fuori dal teatro. Avvolta da selfie e strette di mano. «Aiutateci a portare le persone a votare», è l’invito rivolto a chi la ferma per uno scatto.
In mezzo, tra l’affondo sul premierato e le tangenti in Liguria, è tutto uno smontaggio dello scudo al governo che la premier ha portato sul palco. Il riferimento a «Giorgia Meloni» è costante. Così come le critiche, affiancate dalla proposta alternativa. «Elly è di lotta e di governo», scherza Gianvito. La fibrillazione più velenosa è sul lavoro. «Se la sinistra avesse fatto tutto bene — chiosa — una come me non avrebbe mai vinto le primarie del Pd, ma chiedo io a lei, dopo diciannove mesi di governo, per quanto tempo intende scaricare le responsabilità sui governi precedenti anziché assumersi le sue?». In direzione ostinata e contraria, la segretaria dem. Sulla sanità: più fondi per il comparto pubblico e lo sblocco delle assunzioni mentre la destra — è la traccia dell’affondo — avvantaggia «chi ha il portafogli gonfio e può saltare le liste mentre chi non ce l’ha rinuncia a curarsi». Sul nuovo Patto di stabilità che è «peggiorativo rispetto alla proposta iniziale di Paolo Gentiloni».
E poi nel mirino finiscono le ultime scelte di Palazzo Chigi, dal Redditometro alla sanatoria edilizia di Matteo Salvini. Diventano leve per andare contro l’esecutivo che «strizza gli occhi a chi fa il furbo» e che fa «il diciannovesimo condono in diciannove mesi». Decisioni bollate come dannose. «Noi ci candidiamo per un fondo di 100 miliardi sull’efficientamento energetico delle case», a differenza del governo che, incalza ancora, «sta attaccando la direttiva sulle case green». Stellantis irriconoscente? «Non è possibile che siamo un Paese dove il pubblico ha dato dato e dato e poi permette di spostarsi altrove», è la risposta.
«Elly mi ha convinto», dice Gianvito quando la segretaria dem lascia la sala. Ventiquattro applausi in tutto contro gli otto riservati alla premier.
Trento, atto (quasi) finale della disfida tra Elly e Giorgia.