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Meloni festeggia il successo alle Europee: “Ci hanno visti arrivare, non ci hanno fermato. L’Italia torna bipolare”

Giorgia Meloni 

 (ansa)
La presidente del Consiglio vince la scommessa col suo “vota Giorgia”: i suoi pronosticano 1,9 milioni di preferenze. Il successo dell’ultradestra nel resto del Continente tuttavia complica per paradosso la corsa della destra conservatrice verso un posto al sole nel futuro governo d’Europa
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ROMA – Resta chiusa fino a tarda notte in una stanza, assieme alla sorella Arianna e alla figlia Ginevra. Posta una foto sui social. È vestita di rosso e fa il segno della vittoria: «Ci confermiamo il primo partito». Nel frattempo, al Parco dei Principi il cognato Francesco Lollobrigida consuma stilografiche con Giovanni Donzelli. Attorno a un tavolone gigante, raccolgono i dati reali, che poi trasmettono al telefono a Giorgia Meloni. Ogni tanto, addentano una pizza al salame e un mini panino vegetariano. Tre bottiglie di bollicine e un applauso servono a celebrare la promessa di un buon risultato. Le proiezioni portano Fratelli d’Italia sempre più in alto, vicini al 30%. La soddisfazione diventa gioia. E la presidente del Consiglio, alle due del mattino, dopo un cambio d’abito, si presenta sul palco commossa: «Questa notte è più bella di quella di due anni fa. Allora eravamo una speranza, oggi una realtà. Ci hanno visto arrivare, ma non sono stati in grado di fermarci. Il sistema sta…

ROMA – Resta chiusa fino a tarda notte in una stanza, assieme alla sorella Arianna e alla figlia Ginevra. Posta una foto sui social. È vestita di rosso e fa il segno della vittoria: «Ci confermiamo il primo partito». Nel frattempo, al Parco dei Principi il cognato Francesco Lollobrigida consuma stilografiche con Giovanni Donzelli. Attorno a un tavolone gigante, raccolgono i dati reali, che poi trasmettono al telefono a Giorgia Meloni. Ogni tanto, addentano una pizza al salame e un mini panino vegetariano. Tre bottiglie di bollicine e un applauso servono a celebrare la promessa di un buon risultato. Le proiezioni portano Fratelli d’Italia sempre più in alto, vicini al 30%. La soddisfazione diventa gioia. E la presidente del Consiglio, alle due del mattino, dopo un cambio d’abito, si presenta sul palco commossa: «Questa notte è più bella di quella di due anni fa. Allora eravamo una speranza, oggi una realtà. Ci hanno visto arrivare, ma non sono stati in grado di fermarci. Il sistema sta tornando a essere bipolare. E gli italiani ci dicono di andare avanti».

Bollicine, si diceva: l’obiettivo minimo era superare il 26%. Era lo spettro della premier nelle ultime due settimane. Verso il traguardo aveva iniziato a temere brutte sorprese. E invece, cresce il partito con la fiamma e sale pure l’area di governo. Lo staff pronostica per Meloni 1,9 milioni di preferenze. E però, è osservando il quadro generale che iniziano ad emergere i problemi. In Italia e oltreconfine.

Il primo nodo riguarda le preferenze: nel quartier generale di Fratelli d’Italia si teme che dietro la presidente del Consiglio ed Elly Schlein si attesti il generale Vannacci. Se così fosse, si tratterebbe di una concorrenza a destra capace di infastidire la leader e limitarne in qualche modo le prossime mosse: se dovesse mostrarsi dialogante con il Ppe, infatti, si scoprirebbe a destra lasciando praterie ai sovranisti.

È un problema che per Meloni vale in patria, ma che peserà soprattutto in Europa, a partire dai prossimi giorni. E che può riassumersi in un paradosso: il successo dell’ultradestra complica la corsa della destra conservatrice. È una dinamica che, a ben guardare, si riscontra già nelle dichiarazioni pubbliche dei vertici delle principali famiglie europee. Il popolare Weber, l’ala destra del Ppe, chiama immediatamente socialisti e liberali ad un accordo europeista. Ursula von der Leyen sostiene di aver battuto gli estremisti. E il Pse annuncia che non intende collaborare con Ecr, né con l’ultradestra di Identità e democrazia. In tre mosse – e in forza di numeri ancora europeisti - vengono spazzate via le ipotesi di una maggioranza allargata a destra, vagheggiata per mesi dalla premier. Non è un dettaglio, perché Meloni ha bisogno di contare. E, per contare, deve ottenere un riconoscimento politico europeo di cui al momento non c’è traccia. Pragmaticamente, a Palazzo Chigi si ripone dunque nel cassetto ogni velleità di centralità e si ragiona del possibile. Che si può condensare in una strategia molto semplice: puntare su von der Leyen per limitare i danni.

La convinzione di queste ore è che la politica tedesca possa giocarsi un bis. Meloni ha stretto un rapporto solido negli ultimi dodici mesi con lei, anche se ultimamente la sintonia sembrava essersi appannata. A questo punto, considera l’opzione Ursula il male minore, rispetto ad altri scenari. Per questo, potrebbe sostenerla in Consiglio europeo, poi dichiarare l’astensione degli eurodeputati di Fratelli d’Italia che militano in Ecr in occasione del passaggio sulla fiducia, infine farla votare nel segreto dell’urna (il voto è segreto). Questo le garantirebbe una Presidente comunque non ostile, almeno in partenza. E le consentirebbe di non scoprirsi troppo a destra.

Ecco l’altro problema: il successo di Marine Le Pen. La politica francese è la vera alternativa sovranista alla maggioranza Ursula, la sua autentica opposizione. Tra Meloni e la francese i rapporti non sono buoni da tempo, ma ultimamente la necessità di una collaborazione ha prevalso sui dissidi personali. Per la premier, però, è difficile sostenere apertamente von der Leyen senza attirarsi critiche aspre dalla destra dell’Europarlamento. In altri termini: l’effetto Vannacci rischia di valere anche a Bruxelles. Poi, certo, il fedelissimo Nicola Procaccini, uomo forte di Meloni in Ecr, segnala la rafforzata possibilità di costruire sui dossier «maggioranze di centrodestra all’Europarlamento» e sottolinea l’ottimo stato di salute del governo italiano rispetto a quelli di Parigi e Berlino. Vero, ma vale anche il ragionamento opposto: la maggioranza europeista è costretta a compattarsi attorno a un progetto e difficilmente affronterà i primi anni di legislatura lasciando che il Ppe si sfili dall’accordo con socialisti e liberali.

Meloni, comunque, proverà a giocare una partita in Consiglio. Come prima mossa, eviterà di dimettersi da Presidente dei Conservatori europei, almeno per ora: un modo per raddoppiare il proprio peso nella trattativa con gli altri leader e con Ursula. Respingerà inoltre l’opzione di far entrare Viktor Orban in Ecr, perché perderebbe almeno altri conservatori. Quindi, osserverà l’esito delle legislative in Francia, per capire come muoversi tra Macron e Le Pen. E punterà tutto su Ursula.

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