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Appendino insidia la leadership Conte ma c’è l’incognita della Cassazione

Chiara Appendino
Chiara Appendino 

L’ex sindaca di Torino in attesa della sentenza sulla tragedia di piazza San Carlo: verdetto tra cinque giorni

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C’è una data cerchiata sul calendario dei 5 Stelle: 17 giugno. Lunedì della prossima settimana ci sarà la sentenza della Cassazione per la ex sindaca di Torino e attuale vicepresidente del Movimento, Chiara Appendino. Se venisse assolta, se cioè venisse considerata non responsabile per la tragedia di piazza San Carlo — era il 3 giugno 2017, finale di Champions League Juventus-Real Madrid su un maxischermo, muoiono due persone in una calca causata da dei furti — allora a quel punto per lei potrebbero davvero aprirsi un’autostrada davanti, politicamente parlando. Cioè una successione, magari concordata, quindi non traumatica, alla guida del M5S. Appendino come detto oggi è una dei cinque vice di Giuseppe Conte, prese il posto di Alessandra Todde che si candidava alla guida della Sardegna. Ma dopo il leader è ora il volto più noto. Quaranta anni esatti, con esperienza amministrativa, ottime capacità mediatiche, esponente della vecchia guardia, coltiva un rapporto dialettico con il centrosinistra (in Piemonte alle ultime regionali, per dire, non ha voluto accordarsi con un Pd considerato “di sistema”) e sarebbe la risposta femminile alla coppia Giorgia Meloni-Elly Schlein. Non solo, perché riequilibrerebbe l’asse dei 5 Stelle, oggi molto schiacchiati al sud. Ragionamenti e suggestioni che si fanno nel corpaccione del Movimento, ma appunto, tanto dipende dall’esito di una vicenda giudiziaria che intaccherebbe il totem fondativo di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, cioè il no ai politici condannati. E pazienza se la storia di piazza San Carlo non è paragonabile, ad esempio, ad un fatto di corruzione. La conferma della condanna rischierebbe comunque di azzopparne l’ascesa.

Le cose in queste ore vanno lette in filigrana. C’è chi nel gruppo parlamentare rilascia dichiarazioni preventive di fedeltà a Conte, della serie «non è in discussione» dopo il brutto 9,99 per cento di domenica. Non lo ha fatto invece Appendino, che dopo una premessa un po’ di rito («La leadership non è il tema, serve un vero confronto sul futuro») all’Ansa ha specificato che «serve un confronto schietto e serrato sul nostro futuro, lo abbiamo iniziato e lo stiamo affrontando con unità». Insomma, occorrerebbe quasi uno spazio congressuale, o costituente, anche se queste forma ibride di rilancio ricordano la trovata del “team del futuro” e dei “facilitatori” ai tempi di Luigi Di Maio, un lento percorso di discussione poi finito nel nulla, o meglio, terminato con la richiesta dei big di allora a Conte di prendere in mano un Movimento che pareva ormai sulla via del tramonto.

Il refrain generale secondo cui “non è una questione di leadership” esorcizza invece proprio il grande tema della guida. L’elettorato oggi ti premia e domani si stanca, la carta Appendino potrebbe ridare nuovo slancio al M5S, esattamente com’è stato per il Pd con Schlein. «Conte rimane centrale, potrebbe restare pure presidente del partito», riflette un parlamentare. I 5 Stelle non hanno la figura del segretario, o della segretaria, ma questo sarebbe l’ultimo dei problemi, statuti e organigrammi sono fatti apposta per essere modificati. Altro particolare, infine: a differenza di Conte, Appendino coltiva ottimi rapporti con un’altra ex sindaca, Virginia Raggi. A sua volta stimata da Grillo, dal garante defilato. Potrebbero quindi riaprirsi spazi di confronto e coinvolgimento con pezzi (o ex tali) di Movimento che hanno sempre preferito una linea antisistema a quella semplicemente progressista proposta dall’ex presidente del Consiglio.

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