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Premierato, cosa succede ora. Lungo iter parlamentare e referendum: i rischi per Meloni. Tutti gli scenari

La premier Giorgia Meloni (ansa)
Dopo il primo sì al Senato, gioisce la maggioranza ma la riforma ha ancora altri passaggi alle Camere. All'orizzonte la consultazione che potrebbe bocciare la riforma e provocare la fine del governo
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Primo sì al premierato. Gioisce la maggioranza, ma l’iter della "madre di tutte le riforme” - per dirla con l’espressione coniata dalla premier in persona - è ancora lungo e, soprattutto, pieno di insidie. Davanti ci sono ancora altri passaggi parlamentari, due dei quali da portare a termine con almeno la maggioranza assoluta. I due terzi, del resto, sono quasi un miraggio. E allora ecco che all'orizzonte della premier si palesa un referendum che potrebbe bocciare la riforma e di conseguenza provocare la fine del governo, benché la premier abbia già escluso l’ipotesi delle dimissioni perfino in caso di niet popolare. Da non escludere, infine, lo sfilamento di uno dei partiti del centrodestra. Un scenario estremo. Un terremoto - al momento poco probabile - che ridurrebbe la fine del premierato ad effetto collaterale di una crisi più ampia.

Primo sì al premierato. Gioisce la maggioranza, ma l’iter della "madre di tutte le riforme” - per dirla con l’espressione coniata dalla premier in persona - è ancora lungo e, soprattutto, pieno di insidie. Davanti ci sono ancora altri passaggi parlamentari, due dei quali da portare a termine con almeno la maggioranza assoluta. I due terzi, del resto, sono quasi un miraggio. E allora ecco che all'orizzonte della premier si palesa un referendum che potrebbe bocciare la riforma e di conseguenza provocare la fine del governo, benché la premier abbia già escluso l’ipotesi delle dimissioni perfino in caso di niet popolare. Da non escludere, infine, lo sfilamento di uno dei partiti del centrodestra. Un scenario estremo. Un terremoto - al momento poco probabile - che ridurrebbe la fine del premierato ad effetto collaterale di una crisi più ampia.

L’iter previsto dalla Carta

Cosa accade ora? La traccia da seguire è l’iter previsto dalla stessa Costituzione che Meloni vuole stravolgere. L'articolo 138 parla chiaro: “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”. Ciò significa che, dopo il sì del Senato, la riforma passerà alla Camera dove dovrà essere approvata per la seconda volta, anche a maggioranza relativa. Dopodiché la legge rifarà lo stesso giro con la differenza che nella secondo round di deliberazioni dovrà essere approvata da almeno il 50 per cento più 1 dei componenti di entrambe le Aule.

Il referendum

Se la maggioranza dovesse lievitare fino a due terzi (al momento non esistono numeri simili) il premierato entrerebbe in vigore senza ulteriori passaggi. In caso contrario, entro tre mesi 500 mila elettori o 5 consigli regionali potranno chiedere l’indizione di un referendum costituzionale (senza quorum, a differenza di quello abrogativo). Quest’ultima è l’ipotesi più probabile, visto che al momento il centrodestra non può disporre di una maggioranza di due terzi. Si potrebbe avvicinare se solo riuscisse a coinvolgere le componenti centriste che però, sulla carta, ora siedono tra i banchi dell’opposizione: Azione e Italia Viva, poco o per nulla intenzionate a sostenere la riforma. Mezzo milione di firme da raccogliere sembrano a portata di mano, visto che opposizione e comitati promotori stanno già scaldando i motori per dare battaglia nei gazebo e nelle urne. Da non escludere la convocazione tramite deliberazione dei consigli regionali, visto che al momento il centrosinistra può contare sul governo di 5 giunte, il minimo indispensabile: Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia e Sardegna.

Una sconfitta alle urne provocherebbe la fine del progetto di riforma voluto da Meloni. Non solo: per quest’ultima si aprirebbe l’ipotesi delle dimissioni, dato il valore politico di un voto contrario ad un provvedimento identitario per il governo e la premier in persona. Lei, dal canto suo, ha già messo le mani avanti: niente addio all’esecutivo in caso di bocciatura degli elettori. I numeri, però, qualora lo scenario si palesasse, giocherebbero un ruolo decisivo. Sarebbe impossibile non lasciare con una percentuale di no alla riforma nettamente superiore ai sì.

Fine della maggioranza

È lo scenario più remoto, ma in politica tutto è possibile e allora conviene prenderlo in considerazione. Si tratta della fine della maggioranza, dello sfilamento di almeno un partito tra FdI, Lega e Forza Italia dallo schieramento che sostiene il governo, con la conseguente caduta di quest'ultimo. Al momento è difficile immaginare un casus belli che possa innescare una crisi del genere. Quello più probabile, però, potrebbe essere proprio la rottura del patto sulle riforme siglato nel centrodestra e che si basa su una logica a pacchetto composto dal premierato per FdI, l’Autonomia differenziata per la Lega e la giustizia per Forza Italia. Lo stop di una comporterebbe inevitabilmente lo stop di tutte le altre. Ed è qui che potrebbe innescarsi una crisi di governo. “Da parte nostra ci sarà massimo rispetto di questo accordo” ha detto ieri al Senato il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo. E da parte degli altri?

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