Nomine Ue, Meloni resta isolata e rilancia sulle poltrone. La carta dell’astensione sul voto per von der Leyen
di Tommaso CiriacoPer capire quanto ha inciso Giorgia Meloni nell’accordo sui top jobs — nulla, o quasi — basti conoscere un dettaglio decisivo: i portafogli strategici della prossima Commissione Ue, ma anche i capi di gabinetto dei futuri commissari di peso e le presidenze delle più importanti commissioni dell’Europarlamento sono stati decisi e suddivisi con precisione chirurgica tra Popolari, socialisti e liberali, le tre famiglie politiche che hanno siglato l’intesa per il bis di Ursula von der Leyen. Un patto sigillato durante una riunione che si è tenuta ieri mattina alle sei e che, nelle intenzioni, doveva restare segreta. Quello che resta per Roma sono solo briciole: un cenno di attenzione sui migranti e qualche dettaglio sulle deleghe per il commissario italiano.
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Per capire quanto ha inciso Giorgia Meloni nell’accordo sui top jobs — nulla, o quasi — basti conoscere un dettaglio decisivo: i portafogli strategici della prossima Commissione Ue, ma anche i capi di gabinetto dei futuri commissari di peso e le presidenze delle più importanti commissioni dell’Europarlamento sono stati decisi e suddivisi con precisione chirurgica tra Popolari, socialisti e liberali, le tre famiglie politiche che hanno siglato l’intesa per il bis di Ursula von der Leyen. Un patto sigillato durante una riunione che si è tenuta ieri mattina alle sei e che, nelle intenzioni, doveva restare segreta. Quello che resta per Roma sono solo briciole: un cenno di attenzione sui migranti e qualche dettaglio sulle deleghe per il commissario italiano.
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Meloni chiede per Raffaele Fitto Bilancio, Pnrr e Coesione, oltre al ruolo di vicepresidente. Ursula preferirebbe ridurre il portafoglio e ragiona con l’Italia sul profilo migliore per la casella di vice che avrebbe garantito a Roma. L’intesa potrebbe essere suggellata dopo un faccia a faccia a Bruxelles tra Ursula e l’italiana già domani, anche se i termini della trattativa sono stati esplorati già ieri nell’ennesimo contatto telefonico tra le due. In fondo, l’unica cosa che davvero interessa alla politica tedesca: il pacchetto di 40 voti “moderati” di Ecr che la premier detiene e che, secondo molti, rischia di determinare il destino di von der Leyen. Detta in altri termini: Meloni è debole, isolata, ma forte di questi scranni.
E dunque, la presidente del Consiglio potrebbe dover fare buon viso a cattivo gioco anche perché l’Eliseo continua a lasciar trapelare che la maggioranza procederebbe comunque senza l’Italia. I rischi, per Ursula, sono soprattutto nella conta dell’Europarlamento. E così, in un Consiglio europeo che si aprirà domani e che si annuncia complesso la premier italiana si metterà in fila dietro Germania, Francia, Spagna e Polonia. Poi starà a Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Donald Tusk e Pedro Sanchez garantire un margine politico a Meloni, perché il fattore “mortificazione” è l’unico che potrebbe indurre la leader a una reazione dagli esiti imprevedibili. Tanto che da Chigi trapela che se Meloni non avrà soddisfazione sul commissario italiano e su una agenda strategica che rispecchi il cambio di rotta segnato dal voto del 9 giugno, la premier è pronta a chiamarsi fuori dall’accordo, ad astenersi al summit di domani. Con una postilla velenosa: Ecr si asterrebbe anche sulla fiducia in Parlamento, rischiando di mandare sotto Ursula. Insomma, la premier fa capire che non andrà a Bruxelles con il cappello in mano. Alza la posta per trattare.
Di certo, la formula usata ieri per far trapelare il patto non ha aiutato. All’accordo tra i negoziatori faranno seguito trattative dirette tra von der Leyen e Meloni, ma in veste di premier e non di leader di Ecr. Non è il riconoscimento politico sperato, ma la premier se lo farà bastare a patto che Ursula metta sul tavolo un paio di garanzie, oltre alla delega sul Pnrr: rassicurazioni ufficiali sui migranti e informali su alcune procedure d’infrazione e quella di rientro sul deficit.
Mentre Meloni cerca una via d’uscita dall’isolamento, gli altri big si dividono le principali caselle. Alla Spagna andrà il commissario all’Ambiente, alla Francia qualcosa che riguarda “l’autonomia strategica” — dunque Concorrenza, o un mega portafoglio che includa industria e commercio — mentre alla Polonia la Difesa per l’attuale ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski. Meloni si accoderà. Non può fermare un patto del genere. Tanto più che in queste ore tratta col Pis — l’ha fatto anche ieri, in una riunione riservata — per evitare che i polacchi lascino il gruppo di Ecr: potrebbe dover cedere la casella di capodelegazione per trattenerli. Ha bisogno di un gruppo numeroso, è la sua unica garanzia di centralità. E d’altra parte, i voti di Meloni pesano proprio perché la “maggioranza Ursula” rischia di perdere pezzi in tutte le direzioni. In Francia, il timore è che una vittoria dei lepenisti possa scatenare tensioni talmente forti tra Macron e Bardella sul commissario transalpino da indurre i socialisti francesi — sono 14 — a tradire von der Leyen. E poi ci sono i popolari tedeschi. Scholz avrebbe convocato direttamente Manfred Weber — il teorico della svolta a destra, verso Ecr, assieme ad Antonio Tajani — per frenare le trame anti-Ursula e richiamarlo all’interesse nazionale tedesco. Che abbia dissuaso davvero eventuali franchi tiratori, però, è tutto da dimostrare.