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La tentazione di Meloni: no a Costa e l’astensione su von der Leyen e Kallas

Vertice d’emergenza con Salvini e Tajani in vista del Consiglio Ue di oggi. L’ipotesi di un voto contro il candidato socialista. Si complica la sfida sulle deleghe, spunta l’idea del commissario “anti-burocrazia”: rischia di saltare la vicepresidenza esecutiva
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ROMA — Sono le 20 passate e Giorgia Meloni si infila in uno stanzone del Senato. Con lei, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Ragionano del vicolo cieco e un po’ claustrofobico in cui si è cacciata la premier. Concordano le mosse in vista del Consiglio europeo di oggi. L’ipotesi di un’astensione su Ursula von der Leyen è ancora lì, sul tavolo. Così come quella di modulare i voti sugli altri top jobs: un “no” al socialista Antonio Costa candidato alla presidenza del Consiglio Ue e un’astensione sulla liberale Kaja Kallas nel ruolo di alta rappresentante per la Politica estera. E d’altra parte, la premier ragiona del futuro di Ursula von der Layen con il leghista alleato di Marine Le Pen e storicamente sensibile alla linea del Cremlino: come ai tempi del no al Mes, difficile immaginare che stiano limando una tregua con Bruxelles.

Dieci ore prima, a Montecitorio. L’umore di Meloni è un misto di frustrazione, rabbia, rassegnazione. Impotenza, soprattutto. Costeggia l’Aula di Montecitori…

ROMA — Sono le 20 passate e Giorgia Meloni si infila in uno stanzone del Senato. Con lei, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Ragionano del vicolo cieco e un po’ claustrofobico in cui si è cacciata la premier. Concordano le mosse in vista del Consiglio europeo di oggi. L’ipotesi di un’astensione su Ursula von der Leyen è ancora lì, sul tavolo. Così come quella di modulare i voti sugli altri top jobs: un “no” al socialista Antonio Costa candidato alla presidenza del Consiglio Ue e un’astensione sulla liberale Kaja Kallas nel ruolo di alta rappresentante per la Politica estera. E d’altra parte, la premier ragiona del futuro di Ursula von der Layen con il leghista alleato di Marine Le Pen e storicamente sensibile alla linea del Cremlino: come ai tempi del no al Mes, difficile immaginare che stiano limando una tregua con Bruxelles.

Dieci ore prima, a Montecitorio. L’umore di Meloni è un misto di frustrazione, rabbia, rassegnazione. Impotenza, soprattutto. Costeggia l’Aula di Montecitorio, sguardo basso a raccontare tutta la difficoltà del momento. Accanto a lei, il sorriso dell’assistente Patrizia Scurti prova a bilanciare queste cattive vibrazioni. Sforzo inutile. Nelle ultime ore, la premier ha sentito Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Ha parlato con Ursula von der Leyen. Nessuno ha potuto assicurarle la casella che Roma pretende per dare il via libera alle nomine continentali: la vicepresidenza esecutiva della Commissione. «Non possiamo garantirlo», è stata la formula diplomatica, al massimo dovrà accontentarsi di un ruolo di vice “semplice”. In realtà, nulla è definitivo quando si tratta, dunque tutto è ancora possibile (e in ogni caso, anche un vicepresidente esecutivo non cancellerebbe l’isolamento, la mortificazione subita da Palazzo Chigi). Ma se Ursula dovesse negargli quello spazio politico, la premier potrebbe davvero astenersi al termine del summit a Bruxelles. Sarebbe un inedito assoluto, perché mai un governo italiano ha scelto di non sostenere un nuovo Presidente della Commissione. Una rottura nell’Unione. Forse il primo atto di un investimento politico euroscettico di Meloni e di una scommessa su Donald Trump, in vista di un indebolimento strutturale del continente.

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Tra il discorso alla Camera e l’intervento al Senato, Meloni pranza al Colle, ospite di Sergio Mattarella. Fonti di governo raccontano sostanzialmente questo: per il Quirinale, è impensabile tenere l’Italia fuori da un patto con le principali Cancellerie. Se Meloni fosse tentata di farlo, dovrebbe pesarne bene i costi. Questo il consiglio del Colle. Pubblicamente, comunque, il Presidente ricorda che l’Europa non può prescindere da Roma (e, implicitamente, lascia intendere che neanche Roma può fare a meno dell’Unione).

Ma torniamo all’umore “fumo di Londra”. Meloni affronta in queste ore un rischio enorme: astenersi come ritorsione per la mancata concessione di un vicepresidente esecutivo potrebbe innescare un effetto a catena devastante. Perché senza garanzie, von der Leyen potrebbe anche decidere di ridurre il portafoglio promesso, che include Bilancio e Pnrr. A quel punto, tornerebbe in bilico anche il nome di Raffaele Fitto, che continua a mettersi a totale disposizione della presidente del Consiglio e della sua trattativa, stoicamente. Sul tavolo potrebbe tornare ad esempio il ruolo di commissario al mercato interno (la leader accenna in Aula a una delega per “sburocratizzare” a favore delle imprese), ma per ora è una suggestione. E sui nomi, chissà: dovesse saltare quello di Fitto — gradito a Usula — potrebbe accadere di tutto. In Transatlantico gira senza troppa convinzione anche l’opzione Giulio Tremonti.

Giulio Tremonti

 (ansa)

A completare un quadro già fosco, ci si mette anche la battaglia interna ai Conservatori europei. Ieri il gruppo si è riunito, ma non è riuscito a costituirsi a causa delle resistenze del Pis polacco. La spiegazione italiana recita: sono divisi al loro interno. In realtà, i polacchi ambiscono a nuove poltrone a scapito di Fratelli d’Italia: reclamano l’incarico di capogruppo e una casella di peso nel partito. Psicodramma, sospetti: il timore maggiore è che i venti del Pis vogliano abbandonare Meloni per aderire a un nuovo contenitore di Visegrad tenuto a battesimo da Orbán, oppure al gruppo di Le Pen. Tutto viene rimandato a un incontro il prossimo tre luglio.

Resta un dato evidente ad allarmare, in queste ore: un’astensione di Meloni in Consiglio potrebbe rappresentare il preludio di un atteggiamento analogo in Parlamento. È uno scenario che anche Antonio Tajani preferirebbe evitare, per non ritrovarsi a dover sostenere da solo il bis di von der Leyen. Per questo, ha chiesto al Ppe e a Ursula di “aprire” a Ecr. E di chiudere ai Verdi, pena un voto ostile di FI, in dissenso dai popolari. La verità è che lo snodo di Meloni è davvero esistenziale. Basta vedere cosa lasciano trapelare fonti europee: «Al momento sono contro l’accordo l’Ungheria di Orbán, la Slovacchia di Fico e l’Italia di Meloni». Tre sovranisti, due amici di Putin, una scelta di campo non più rinviabile

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