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Tajani il mediatore, stretto tra i Popolari e la fedeltà al governo: “Meloni voti per von der Leyen”

(agf)

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Il vicepremier, dopo una lunga esperienza in Europa, prova a ricucire dopo lo strappo della premier. “L’Italia non è isolata”
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Di nomignoli ne ha collezionati tanti. “Caposala” lo chiamavano quand’era cronista al Giornale per quella certa attitudine a obbedire e a riportare l’ordine in una redazione alquanto vivace. “Merluzzo che si fa delfino” la perifrasi ittica coniata in Forza Italia allorché un Berlusconi già al limite delle forze decise di affidargli le redini del partito. E ancora, a seconda dei momenti, “il pompiere” in grado di spegnere gli incedi appiccati dal suo capo in giro per l’Europa, o piuttosto “una specie di Gandhi”, autocitazione per raccontare la prudenza nel suo caso spesso immobile, tipica di chi sta fermo per non sbagliare. Tutti abiti che Antonio Tajani indossa alla bisogna, mai come adesso indispensabili per ricucire gli strappi degli alleati di governo — Giorgia Meloni, oltre a Matteo Salvini — che l’hanno sempre considerato una ruota di scorta e adesso da lui devono passare se non vogliono finire ai margini del consesso continentale. Costretti a fare i conti con uno che fra Strasbu…

Di nomignoli ne ha collezionati tanti. “Caposala” lo chiamavano quand’era cronista al Giornale per quella certa attitudine a obbedire e a riportare l’ordine in una redazione alquanto vivace. “Merluzzo che si fa delfino” la perifrasi ittica coniata in Forza Italia allorché un Berlusconi già al limite delle forze decise di affidargli le redini del partito. E ancora, a seconda dei momenti, “il pompiere” in grado di spegnere gli incedi appiccati dal suo capo in giro per l’Europa, o piuttosto “una specie di Gandhi”, autocitazione per raccontare la prudenza nel suo caso spesso immobile, tipica di chi sta fermo per non sbagliare. Tutti abiti che Antonio Tajani indossa alla bisogna, mai come adesso indispensabili per ricucire gli strappi degli alleati di governo — Giorgia Meloni, oltre a Matteo Salvini — che l’hanno sempre considerato una ruota di scorta e adesso da lui devono passare se non vogliono finire ai margini del consesso continentale. Costretti a fare i conti con uno che fra Strasburgo e Bruxelles c’è rimasto sei lustri e qualcosa ancora conta: due volte commissario, poi presidente del Parlamento, infine numero 2 del Ppe, che è la prima forza dell’Unione.

Una sorta di destino, il suo. Come Giovanni, l’apostolo prediletto di Gesù, Tajani per un quarto di secolo è stato il discepolo scelto dall’altissimo di Arcore per predicare nel mondo la sua dottrina. Non sempre facile da adattare ai riti e ai codici dei grandi del Pianeta, sovente scandalizzati dalle intemperanze di Berlusconi. Le stesse, sebbene di natura assai diversa, agitate ora da un altro premier italiano. Quella Meloni che, da capo dei conservatori, ha dichiarato guerra alle tre principali famiglie europee: popolari, socialisti e liberali. Alimentando il sospetto di una saldatura con Salvini che addirittura grida al «golpe», soffiando sul fuoco della destra estrema. E lui, il ministro degli Esteri, sempre lì, a gettare secchiate d’acqua e a mediare, traduttore simultaneo delle difficoltà e delle rimostranze di una leader che le altre cancellerie faticano a capire.

L’ha detto chiaro, giovedì scorso, al summit dei popolari convocato per discutere la strategia sulle nomine: «Il Ppe che ha vinto le elezioni è nella coalizione che governa l’Italia; abbiamo una presidente del Consiglio che non è del Ppe, ma ha mantenuto saldamente posizioni pro-Ue, è stata in prima linea nel supporto all’Ucraina e alla Nato, guida la terza economia europea. Averla esclusa dal negoziato iniziale è stato un errore», cui occorre rimediare per evitare di «spingere Ecr nelle braccia di Le Pen e Orban, mentre dovremmo sostenere il suo approccio costruttivo». Una perorazione irrobustita dall’appello di Mattarella («Non si può prescindere dall’Italia»), poi sfociata nella mano tesa di Tusk e Weber. Che ha infine contribuito ad ammorbidire la posizione del nostro governo su Von der Leyen.

Una faticosa intercessione che, il giorno dopo, Tajani rivendica: «Il presidente del Consiglio ha tenuto conto della nostra posizione quando si è astenuta, la sua scelta è stata corretta. Siamo il terzo partito del Paese, la seconda forza della coalizione e il segretario di Forza Italia — spiega parlando in terza persona — è anche il vicepresidente del Ppe che ha convintamente sostenuto» la tedesca alla guida della Commissione.

«Significa che il governo italiano ha anche un’impronta popolare». Quindi, «non c’è nessun isolamento», taglia corto il Talleyrand nazionale. Impegnato a troncare e sopire, rassicurare e offrire garanzie, consapevole che non è finita. Altre camicie occorrerà sudare per convincere Meloni a dirottare i voti (decisivi) di FdI su Von der Leyen se non vorrà essere tagliata fuori dai giochi. Tajani lo ha detto e ripetuto nelle segrete stanze: «Per ottenere un commissario di peso bisogna votare a favore». Ma, a giudicare dall’ira funesta di Giorgia, non è detto che stavolta il Caposala riuscirà nell’intento.

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