Quel voto su Ursula che divide il governo. Meloni incontra Tajani e ora teme un ruolo minore nell’Ue
dal nostro inviato Lorenzo De CiccoGiorgia Meloni
OXFORD — Parcheggiati i rispettivi partiti sulle sponde opposte dell’Ue, Antonio Tajani e Giorgia Meloni si sono rivisti ieri mattina a Palazzo Chigi. Incontro riservato. In teoria, nell’agenda della premier e del suo vice l’appuntamento era segnato come “riunione diplomatica”, per discutere della visita in Cina che la leader di FdI terrà nell’ultimo scorcio di luglio, a cui dovrebbe seguire una trasferta a Pechino del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma in realtà, faccia a faccia tra gli stucchi dorati davanti a piazza Colonna, Meloni e Tajani hanno parlato anche della giornata politicamente più complessa (e amara) per la maggioranza dall’avvio della legislatura. Il testacoda sul bis di Ursula von der Leyen, che ha portato per la prima volta nella storia repubblicana il partito di un presidente del Consiglio italiano all’opposizione in Europa. Insieme alla Lega sempre più euroscettica di Matteo Salvini, con Forza Italia che invece nella partita continentale, per i pros…
OXFORD — Parcheggiati i rispettivi partiti sulle sponde opposte dell’Ue, Antonio Tajani e Giorgia Meloni si sono rivisti ieri mattina a Palazzo Chigi. Incontro riservato. In teoria, nell’agenda della premier e del suo vice l’appuntamento era segnato come “riunione diplomatica”, per discutere della visita in Cina che la leader di FdI terrà nell’ultimo scorcio di luglio, a cui dovrebbe seguire una trasferta a Pechino del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma in realtà, faccia a faccia tra gli stucchi dorati davanti a piazza Colonna, Meloni e Tajani hanno parlato anche della giornata politicamente più complessa (e amara) per la maggioranza dall’avvio della legislatura. Il testacoda sul bis di Ursula von der Leyen, che ha portato per la prima volta nella storia repubblicana il partito di un presidente del Consiglio italiano all’opposizione in Europa. Insieme alla Lega sempre più euroscettica di Matteo Salvini, con Forza Italia che invece nella partita continentale, per i prossimi 5 anni, giocherà nella squadra avversaria, cioè saldamente nella governance a trazione Ppe. E che intanto è costretta a respingere gli attacchi del Carroccio, che da 48 ore grida all’«inciucio», all’«ennesimo schiaffo», alla «democrazia tradita».
Tajani e Meloni hanno parlato dello scivoloso scenario europeo. Entrambi sperano che il no di FdI a Ursula non comprometta la partita sul commissario italiano. Meloni insiste per ottenere il Bilancio, con l’aggiunta del Pnrr. Teme un declassamento, un portafogli leggerissimo per Roma. E sospetta che sia quello appena creato: il Mediterraneo. Lo accetterebbe, da quanto filtra, solo se nel pacchetto ci fosse pure l’Immigrazione, per gestire il fumoso Piano Mattei e la strategia delle frontiere esterne. Ma tanti la sconsigliano, anche nella sua coalizione. Perché l’Italia, nei prossimi mesi, rischierà soprattutto sui dossier economici. Possibile che la premier ne discuta già lunedì con Antònio Costa, il socialista portoghese designato presidente del Consiglio europeo. E che ne riparli qualche ora dopo, a margine del Cdm, con Salvini e Tajani.
Per la poltrona di commissario il nome in pole resta Raffaele Fitto, ieri lodato sia da Francesco Lollobrigida che dai due vicepremier. Per assecondare le richieste di von der Leyen, che vuole due nomi tra cui scegliere, un uomo e una donna, la leader di FdI pensa anche a una “tecnica”, ma difficilmente sarà Elisabetta Belloni. Tra gli obiettivi della premier, poi, resta una vicepresidenza della Commissione. Non più “esecutiva”, perchè per l’Italia questa carta sembra sfumata. Si intuisce dalle parole dello stesso Tajani, che ieri sosteneva: «Meglio che non ci siano vice esecutivi». Il segretario di FI, privatamente, da due giorni, continua a parlare della mossa dei Fratelli come di un errore tattico. «Speravo che sostenessero Ursula». Meloni anche ieri avrebbe ripetuto quello che aveva detto nella clip registrata a Oxford, in toni ancora più schietti: «Se votavo von der Leyen perdevo la faccia. Dovevo essere coerente».
Ma il vero paradosso, per il governo italiano, è un altro. Ieri Salvini ha raccontato di avere sentito Meloni dopo il patatrac Ue e di essere in «totale sintonia». In realtà – ed è appunto paradossale – lo scenario è quasi rovesciato. È più Tajani, in questa fase, a essere in sintonia con Meloni. Perché al di là del voto su Ursula, la premier non ha intenzione di alzare la tensione con la nuova Commissione. Per un’infinità di motivi: dalla trattativa sulle deleghe alla prossima complicatissima finanziaria, ai balneari. Ai suoi colonnelli a Strasburgo, ma anche a Roma, ha raccomandato di non cedere ad attacchi scomposti contro “VdL”. Tajani certamente condivide questo approccio.
È Salvini che invece ha tutto l’interesse ad alzare la tensione. Puntava su una “conversione moderata” di Meloni per presentarsi come l’unica forza di destra «anti-inciuci». E adesso deve polarizzare coi vertici Ue, sempre di più, per restare centrale in questo segmento di elettorato. Finendo per mettere in difficoltà la socia di governo. Ecco perché ieri attaccava la nascente Commissione, che «non andrà lontano» perché c’è una maggioranza «debolissima». Il segretario del Carroccio continua anche ad alimentare la rivalità con Tajani, che l’ha sorpassato alle Europee. Per l’azzurro la Lega è nel girone dei «politicamente ininfluenti» in Ue. E Salvini non la prende bene: «Voglio vedere i Popolari mettersi d’accordo coi Verdi. Saremo noi determinanti». Ma per ora, vedi il pasticcio Vannacci, la Lega non sembra determinante nemmeno tra i Patrioti.
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