No a Ursula, sì a Trump, l’Italia nel mirino dell’Ue. Nessuno sconto a Meloni su Pnrr, conti e deleghe
dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES — Le prossime tranche del Pnrr, la procedura di rientro dal deficit, il fastidio della struttura europea, la delega al Commissario italiano e il sospetto di “trumpismo”. Sono questi i problemi con cui Giorgia Meloni dovrà fare i conti in seguito alla scelta di non votare Ursula von der Leyen. Conseguenze che stanno sempre più isolando il nostro Paese. E con il tempo se ne determineranno ancora di più.
Al di là delle rassicurazioni inefficaci fornite dalla stessa presidente del Consiglio secondo la quale il rapporto con la presidente dell’esecutivo europeo e con le istituzioni comunitarie non cambierà, in realtà tutto si sta già modificando. Molto rapidamente. E in un modo che certo non favorisce ora e non agevolerà nel prossimo futuro gli interessi nazionali del nostro Paese.
L’aspetto meno immediato ma dagli effetti forse peggiori si concentra sul fattore che si potrebbe denominare “trumpismo”. La scelta di schierarsi contro von der Leyen mettendosi al fianco di Le Pen, Orb…
BRUXELLES — Le prossime tranche del Pnrr, la procedura di rientro dal deficit, il fastidio della struttura europea, la delega al Commissario italiano e il sospetto di “trumpismo”. Sono questi i problemi con cui Giorgia Meloni dovrà fare i conti in seguito alla scelta di non votare Ursula von der Leyen. Conseguenze che stanno sempre più isolando il nostro Paese. E con il tempo se ne determineranno ancora di più.
Al di là delle rassicurazioni inefficaci fornite dalla stessa presidente del Consiglio secondo la quale il rapporto con la presidente dell’esecutivo europeo e con le istituzioni comunitarie non cambierà, in realtà tutto si sta già modificando. Molto rapidamente. E in un modo che certo non favorisce ora e non agevolerà nel prossimo futuro gli interessi nazionali del nostro Paese.
L’aspetto meno immediato ma dagli effetti forse peggiori si concentra sul fattore che si potrebbe denominare “trumpismo”. La scelta di schierarsi contro von der Leyen mettendosi al fianco di Le Pen, Orbán e Salvini viene letto come il tentativo di creare un nuovo fronte “trumpiano”. Quasi tutte le Cancellerie del Vecchio Continente, quelle che proprio la presidente della Commissione ha definito “democratiche”, ritengono che a Roma sia in corso una rapida ricollocazione con una conversione amichevole nei confronti di ”The Donald”. Anche in relazione alla difesa dell’Ucraina che nelle dichiarazioni rilasciate al vertice Nato di Washington sono state considerate un po’ meno nette rispetto al passato. Una situazione che comporta un rischio corposo per l’Italia: emarginazione in politica estera. Il “gruppo di comando” dell’Ue si preparerà da novembre in poi – se davvero il Tycoon americano sarà eletto – a fronteggiare una probabile politica non amichevole della Casa Bianca e l’Italia sarà sospinta nell’angolo in cui si trovano l’Ungheria, la Repubblica Ceca o il Rassemblement National di Le Pen.
Il secondo aspetto, invece più prossimo, è il Pnrr. Il governo Meloni ha beneficiato di alcune indulgenze nelle tranche ottenute fino ad ora. Soprattutto grazie al via libera ottenuto “alleggerendo” gli impegni in questa prima parte di attuazione e “appesantendoli” nella parte finale fino al 2026. Una opzione che avrà anche una ripercussione sulla formazione del debito pubblico: una parte rilevante dei “loans” (i prestiti) è stata spostata sugli ultimi anni del Piano e quindi il debito è destinato a crescere. La Commissione, allora, non avrà un atteggiamento punitivo ma imparziale. E quindi con meno accondiscendenza. E già solo questo sarà un bel problema per il governo. Che, se perdesse anche solo una tranche di finanziamenti, sarebbe costretto a rivedere molte delle stime su deficit e debito e anche a fronteggiare la probabile reazione dei mercati. Non a caso Palazzo Chigi sta valutando la candidatura di Raffaele Fitto in qualità di Commissario come una chance per entrare a Palazzo Berlaymont con uno dei pochi esponenti della destra non disprezzato a Bruxelles, ma non nasconde il dilemma sulla sua sostituzione a Roma.
A questo aspetto è strettamente connesso il programma di rientro dal deficit eccessivo che il governo italiano dovrà presentare il prossimo settembre. Il nuovo patto di Stabilità concede 7 anni per tornare sotto il 3 per cento. Ma questo significa una politica economica di lacrime e sangue con risparmi annuali di almeno 13 miliardi. Pure in questo caso difficilmente la Commissione, nonostante il no di “Giorgia a Ursula”, seguirà una linea dichiaratamente sanzionatoria ma non si muoverà di un centimetro dai parametri. Non farà insomma regali. E nella situazione italiana vuol dire che le prossime manovre saranno senza margini. Dalle pensioni alle tasse fino agli stipendi. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, lo ha capito bene e già nei giorni scorsi ha fatto intendere esplicitamente che una riforma previdenziale nel segno annunciato dalla destra in campagna elettorale è letteralmente impossibile. Per l’esecutivo Meloni una difficoltà non secondaria. Per Giorgetti il pericolo di uno scontro interno.
In questo quadro, dunque, la trattativa sul portafoglio da assegnare al commissario italiano non potrà certo essere in discesa. Meloni chiede un “dicastero” economico. Una richiesta che difficilmente potrà essere esaudita, almeno nelle deleghe più importanti. Gli Affari economici, che Paolo Gentiloni lascerà a fine mandato, non possono tornare all’Italia: è improbabile assegnare lo stesso incarico allo stesso Paese. Per la Concorrenza, il governo italiano non ha un nome adatto. In un primo momento Palazzo Berlaymont aveva pensato al Commercio ma adesso è complicato assegnare questo ruolo ad un esponente di FdI: dovrebbe battagliare con Trump e i probabili dazi americani. Il possibile riavvicinamento tra Meloni e “The Donald” ha cambiato le carte in tavola. Rimane il Bilancio: un delega prestigiosa ma inutile dal punto di vista italiano. Oppure Coesione e riforme, che gestisce appunto i fondi di coesione. Integrandola con una vicepresidenza non operativa. Sul tavolo di von der Leyen c’è anche il commissario all’Allargamento. Non un incarico di peso ma che offre un ruolo visibile a livello internazionale. Ma di recente è stato “prenotato” dal lettone Valdis Dombrovskis. Da considerare poi che la Francia potrebbe conquistare la Difesa per Breton e la Spagna la Transizione ecologica per Ribera.
Infine c’è un ultimo aspetto che peserà dopo la decisione di opporsi alla rielezione di von der Leyen: la struttura di Bruxelles. Gli uffici delle istituzioni europee, che svolgono sempre un ruolo apparentemente oscuro ma decisivo nelle procedure comunitarie, non si si sentono rappresentati e garantiti dal gabinetto meloniano. Conseguenza: nessuna ostilità ma nemmeno nessuna cortesia. E per il Paese con il secondo debito pubblico d’Europa, in procedura per deficit eccessivo e con il Pnrr più “pesante” ancora da realizzare, è qualcosa di più di un problema. È soprattutto un’occasione mancata.