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Mattarella: “Il fascismo era complice della ferocia nazista”

Mattarella: “Il fascismo era complice della ferocia nazista”

Il capo dello Stato nella zona libera della Carnia e dell'Alto Friuli: “L’Italia è orgogliosa del percorso compiuto in questi quasi 80 anni dalla Liberazione”

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«Qui ad Ampezzo la Repubblica rende onore a quanti hanno contribuito alla causa della libertà animando le esperienze delle zone libere partigiane». Fresco autunnale nella Carnia. Il presidente Sergio Mattarella arriva con l’impermeabile per celebrare l’ottantesimo anniversario della liberazione dell’alto Friuli dal nazifascismo, «l’ultimo lembo d’Italia a essere liberato».

Perché è venuto fin quassù per ribadire concetti espressi già altre volte?

Rinnova infatti la forza morale della Resistenza, che va al di là del suo aspetto militare, di cui rivendica comunque l’importanza. Ricorda il grande giacimento di valori nel quale i padri costituenti attinsero l’alfabeto per redigere la Costituzione. Democrazia contro fascismo. L’eterno fascismo italiano. Sono cose che Mattarella ripete spesso. Le dirà, il 29 settembre, anche a Marzabotto. Eppure non si stanca di scandirle. Perché?

Delle Repubbliche partigiane, le zone libere, sorte nel 1944 questa della Carnia fu la maggiore per estensione. Più di duemila chilometri quadrati a cavallo tra la montagna di Udine, l’Alto Pordenonese e il centro Cadore. Ebbe vita breve, da luglio a dicembre, ma sottrasse 90mila persone al controllo nazifascista, elaborò forme di democrazia di netta cesura col Ventennio, concedendo alle donne il diritto di voto. Benito Mussolini, appena arrivato al potere, aveva annunciato: «Non darò il voto alle donne. È inutile. In Germania e in Inghilterra le elettrici votano per gli uomini». Mantenne la sua promessa. Ricordiamolo ai nostalgici col busto del Duce sulla scrivania.

«Un anno carico di orrore», il 1944. Bisogna battersi contro un mostro feroce. Solo qui la lotta costa tremilacinquecento morti, migliaia di deportati, eccidi, rappresaglie naziste disumane.

Mattarella legge un discorso di cinque cartelle fitte. «Nella opinione pubblica dopo l’8 settembre 1943, era presente anche «l’attendismo », la convinzione che fosse meglio non esporsi alle rappresaglie nazifasciste e attendere che gli Alleati risalissero la penisola. Tutto questo non teneva in conto le sofferenze imposte alla popolazione dalle forze occupanti, i soprusi, le deportazioni. A levarsi furono i Resistenti, obbedendo all’ammonimento di Giuseppe Mazzini: “Più che la servitù temo la libertà recata in dono”. Perché la Resistenza non era immobilismo». La lotta partigiana come rivolta morale. Un monito a chi sogna di imporre la propria egemonia culturale, riscrivendo la storia. Dice: «La Resistenza non fu esclusivamente affiancamento all’offensiva delle truppe alleate», mera guerriglia, come certa vulgata riduttiva intende far circolare, «ma mise a dura prova le forze tedesche». Svolse un ruolo indispensabile «per l’indipendenza e per la libertà», «dopo gli ani bui del fascismo». Per essere finalmente «non più sudditi ma cittadini».

Le repubbliche partigiane non solo respinsero l’invasore, ma elaborarono «forme di autogoverno», «laboratori di democrazia». Le donne consentirono la sopravvivenza della popolazione durante l’assedio tedesco. S’impedì la coscrizione obbligatoria, volta a dar vita a «un nuovo esercito asservito ai fascisti». Stimolò la partecipazione dal basso «dopo due decenni di subalternità e passività popolare e dopo il credere obbedire e combattere » del Ventennio.

Insomma, «occorreva far ritrovare ai cittadini il sentimento della libertà ». Spicca l’elogio di chi non si crogiolò nell’indifferenza, malattia mortale del carattere italiano. Il presidente rende onore a chi si batté «a viso aperto contro il nazifascismo, non accontentandosi di attendere l’arrivo delle truppe alleate». E qui inserisce un altro elemento. Quella della collusione del fascismo col nazismo, la Repubblica di Salò «complice della ferocia nazista».

Quindi Mattarella è venuto fin quassù perché ci sono nella lotta partigiana «le radici della nostra Costituzione ». Soprattutto perché teme nell’Italia di oggi un cedimento sui valori fondanti. Si spiegano così i pellegrinaggi laici, «perché l’orizzonte di una comunità non dipende dalle sue dimensioni, ma dalla profondità dello sguardo che sa adoperare». A un certo punto saluta la partigiana Paola Del Din, nome di battaglia Renata , 101 anni, che ci tiene a fare un discorso in piedi di fronte al capo dello Stato: «Voglio vederlo finché è possibile, fa una vita molto faticosa, spendendosi per un lavoro di cucitura. Mattarella si batte per la nostra unità, l’Italia deve rimanere unita».

Unita nella memoria in questo nostro Paese bello e terribile.

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