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Da Grillo a Bonaccini: quando la barba fa politica

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Il fondatore del Movimento 5 stelle ha usato il barbone finto per polemizzare con Conte. Ma, guardando al passato, non è stato l’unico a puntare sul look per mandare messaggi
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In questo caso la barba è servita per lanciare un messaggio politico. Il barbone finto di Beppe Grillo, un po’ alla Karl Marx un po’ da hipster ante litteram, vuole mettere pressione a Giuseppe Conte con cui è in conflitto totale per il futuro del Movimento 5 stelle. La barba in politica, soprattutto in Occidente, non ha mai avuto grande fortuna in verità. E quando è stata sfoggiata, non di rado è stato per accompagnare un cambiamento anche interiore. O, come nel caso di Grillo, per lanciare un messaggio.

Italo Calvino, proprio su Repubblica, nel 1983 tracciò una specie di guida sul look dei politici. Barbe e baffi andavano di moda tra i vertici istituzionali del paese durante la Grande Guerra. Anche i quadrumviri della Marcia su Roma portavano mustacchi, pizzi, ba…

In questo caso la barba è servita per lanciare un messaggio politico. Il barbone finto di Beppe Grillo, un po’ alla Karl Marx un po’ da hipster ante litteram, vuole mettere pressione a Giuseppe Conte con cui è in conflitto totale per il futuro del Movimento 5 stelle. La barba in politica, soprattutto in Occidente, non ha mai avuto grande fortuna in verità. E quando è stata sfoggiata, non di rado è stato per accompagnare un cambiamento anche interiore. O, come nel caso di Grillo, per lanciare un messaggio.

Italo Calvino, proprio su Repubblica, nel 1983 tracciò una specie di guida sul look dei politici. Barbe e baffi andavano di moda tra i vertici istituzionali del paese durante la Grande Guerra. Anche i quadrumviri della Marcia su Roma portavano mustacchi, pizzi, basette e favoriti di una certa importanza. Il cambio di rotta, spiega Calvino, arriva con Mussolini che colpito da calvizie decise di radere testa e guance. Ecco il volto-monumento del Ventennio, col mascellone (copyright Carlo Emilio Gadda) ben scolpito.

Nella Prima Repubblica va di moda la sobrietà, da destra a sinistra, con capelli corti e ben pettinati. E le guance? Sempre rasate. Al massimo qualche baffo (vedi Achille Occhetto e Massimo D’Alema ma, prima, anche Giorgio Almirante). Mentre fuori dai palazzi la contestazione studentesca, poi la lotta armata, prevedeva barbe e capelli lunghi. Una vera eccezione, e finora un unicum nella storia repubblicana, è stata la barba del democristiano Giovanni Goria da inquilino di Palazzo Chigi. Per molto tempo, fino a Matteo Renzi, anche il più giovane presidente del Consiglio.

Giovanni Goria 

Nel passaggio alla Seconda Repubblica in molti hanno scritto dell’idiosincrasia per la barba di Silvio Berlusconi che pensava suscitasse diffidenza negli interlocutori. Quasi a voler nascondere qualcosa. Tanto che nelle file di Forza Italia il volto glabro è sempre stato d’ordinanza. E negli studi Mediaset veniva fermato ai tornelli chiunque avesse la barba più lunga di un giorno. Tra i leghisti qualche baffo, anche nell’Umberto Bossi prima maniera. Ma anche Roberto Maroni (sia baffi, sia barba) fino alla barba più famosa della politica odierna. Ovvero quella del capitano Matteo Salvini.

Matteo Salvini (ansa)

A sinistra da segnalare la barba di Dario Franceschini, un cambio di look che è servito a dargli un tono più pensoso e da intellettuale (lui che è anche scrittore, in Francia i suoi libri sono pubblicati dalla leggendaria Gallimard). C’è invece chi porta la barba in stile hipster con gli occhiali a goccia come l’ex presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Tanto che barba e occhiali, nel 2020, erano diventati il marchio della sua campagna elettorale, stampati su magliette, adesivi e volantini. E ora abbiamo Grillo, che la barba l'ha sempre portata, e ora ne mostra una finta per la resa dei conti nel Movimento 5 stelle da lui fondato.

Dario Franceschini (ansa)

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