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Dal Maxxi al Mic, chi è Francesco Spano il fedelissimo e braccio destro di Giuli a dispetto di Meloni e Pro-Vita

(ansa)

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Le collaborazioni con il centrosinistra, lo scandalo Unar del 2017 per cui finì nel mirino delle associazioni pro-Vita. Ma il sodalizio tra i due resiste
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L’aveva stabilito fin dal principio, Alessandro Giuli. Sin da quando, poco più d’un mese fa, le sorelle Meloni lo chiamarono per dirgli, con un tono che non ammette repliche: «Così non reggiamo, Sangiuliano deve dimettersi, ora tocca a te». Un ordine, più che un sondaggio sulla sua disponibilità a succedere al ministro della Cultura travolto dal Boccia-gate. L’allora presidente del Maxxi, ereditato meno di due anni prima da Giovanna Melandri, consapevole di non potersi sottrarre aveva posto un’unica condizione: «Accetto, ma dovete darmi mano libera, al Gabinetto voglio solo persone di mia fiducia». Soprattutto una, Francesco Spano, il segretario generale del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, già fedelissimo dell’ex ministra dem, che l’esponente di Fratelli d’Italia aveva deciso a sorpresa di confermare nell’incarico, a dispetto dei lunghi trascorsi al servizio del centrosinistra e lo scandalo sui finanziamenti concessi — da capo dell’Unar, l’ufficio governativo antidiscrimina…

L’aveva stabilito fin dal principio, Alessandro Giuli. Sin da quando, poco più d’un mese fa, le sorelle Meloni lo chiamarono per dirgli, con un tono che non ammette repliche: «Così non reggiamo, Sangiuliano deve dimettersi, ora tocca a te». Un ordine, più che un sondaggio sulla sua disponibilità a succedere al ministro della Cultura travolto dal Boccia-gate. L’allora presidente del Maxxi, ereditato meno di due anni prima da Giovanna Melandri, consapevole di non potersi sottrarre aveva posto un’unica condizione: «Accetto, ma dovete darmi mano libera, al Gabinetto voglio solo persone di mia fiducia». Soprattutto una, Francesco Spano, il segretario generale del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, già fedelissimo dell’ex ministra dem, che l’esponente di Fratelli d’Italia aveva deciso a sorpresa di confermare nell’incarico, a dispetto dei lunghi trascorsi al servizio del centrosinistra e lo scandalo sui finanziamenti concessi — da capo dell’Unar, l’ufficio governativo antidiscriminazioni razziali — a un’associazione Lgbtq dedita al sesso a pagamento, che rischiava di costargli la carriera. Salvata, ancora una volta, dagli amici del Pd: a quei tempi, correva l’anno 2017, ben saldi a Palazzo Chigi. Mentre Giorgia Meloni ne chiedeva la testa: “Non un euro in più delle tasse degli italiani deve essere buttato per pagargli lo stipendio”.

Un sodalizio, quello fra i quasi coetanei Giuli e Spano, piuttosto recente ma resistente a ogni intemperie: pronto a sfidare le ire di FdI e delle associazioni antiabortiste, lobby fra le più ascoltate dalla prima forza parlamentare che condensa in “Dio, patria e famiglia” il suo programma di governo. L’esatto opposto delle idee propugnate dal nuovo capo gabinetto, pisano classe ‘77, due anni in meno del ministro, che da giovane avvocato del foro di Grosseto divenne allievo di Giuliano Amato, responsabile della sua segreteria tecnica al Viminale nel Prodi II. Fu il dottor Sottile a schiudergli le porte delle massime istituzioni del Paese, “è affidabile e molto preparato” dicono — a sinistra — di lui, consulente giuridico in vari dicasteri e alla Presidenza del Consiglio, tutti d’area progressista, nonché professore all’università di Siena e Tor Vergata, come risulta dal curriculum, dove però compare anche una docenza al Master in “Culture e Mediazione” alla Sapienza, che non risulta essersi mai tenuto.

Virtù che devono aver convinto Giuli a portarlo con sé al Collegio Romano, sorvolando sulla bufera che sette anni fa scaraventò Spano in mezzo a una strada, prima di far ritorno al Maxxi per volere di Melandri: da capo dell’Unar diede 55mila euro un’associazione Lgbtq, di cui lui stesso sarebbe stato socio, accusata dai pro-life di “praticare nei propri circoli scambismo, prostituzione e promiscuità sessuale di ogni genere, tra dark room e glory hole”. Scagionato da ogni indagine, contabile e penale, il clamore fu tale da spingerlo a un dolorosissimo coming out, sofferto soprattutto dalla famiglia ultracattolica. Una ferita chiusa solo qualche mese fa, quando l’uomo di cui Giuli non può fare a meno si è unito civilmente col suo compagno storico. L’altro ieri la nomina, che per i tradizionalisti – promotori di una petizione per destituirlo - è “molto più grave e imbarazzante politicamente del caso Boccia” perché “contraddice i principi su cui si basa l’attuale maggioranza” e “tradisce i valori della famiglia e dell’integrità morale che il governo aveva promesso di difendere”. Gli stessi di cui il ministro della Cultura è sempre stato un paladino. Almeno fino all’apparizione di Spano sul suo cammino.

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