Giuli, vendetta sul “traditore” Gilioli. Ma la causa del licenziamento resta ancora misteriosa
di Gabriella Cerami , Giovanna VitaleQuando ha saputo che Francesco Gilioli era stato chiamato dalla procura per riferire sull’affaire Boccia senza che lui sentisse l’esigenza di avvertire il suo ministro, Alessandro Giuli non ci ha visto più. E, malgrado l’ora, venerdì sera ha diffuso una nota brutale per dare il ben servito al capo di gabinetto: «È venuto meno il rapporto di fiducia».
È solo l’ennesimo capitolo di una storia intrisa di veleni e sospetti, sparsi a piene mani nelle ultime 72 ore per giustificare la cacciata del consigliere parlamentare arruolato al vertice della Cultura su input di Ignazio La Russa. A caldo si era parlato di una fuga di notizie: secondo fonti ministeriali sarebbe Gilioli la gola profonda cui i giornalisti avrebbero attinto per incastrare il Sangiuliano innamorato. Poi, del contratto di consulenza a Maria Rosaria Boccia, controfirmato dal capo di gabinetto, a dispetto delle smentite. Tutte motivazioni fatte trapelare ad arte, utili a sbarazzarsi anzitempo del dirigente «poco collaborativo…
Quando ha saputo che Francesco Gilioli era stato chiamato dalla procura per riferire sull’affaire Boccia senza che lui sentisse l’esigenza di avvertire il suo ministro, Alessandro Giuli non ci ha visto più. E, malgrado l’ora, venerdì sera ha diffuso una nota brutale per dare il ben servito al capo di gabinetto: «È venuto meno il rapporto di fiducia».
È solo l’ennesimo capitolo di una storia intrisa di veleni e sospetti, sparsi a piene mani nelle ultime 72 ore per giustificare la cacciata del consigliere parlamentare arruolato al vertice della Cultura su input di Ignazio La Russa. A caldo si era parlato di una fuga di notizie: secondo fonti ministeriali sarebbe Gilioli la gola profonda cui i giornalisti avrebbero attinto per incastrare il Sangiuliano innamorato. Poi, del contratto di consulenza a Maria Rosaria Boccia, controfirmato dal capo di gabinetto, a dispetto delle smentite. Tutte motivazioni fatte trapelare ad arte, utili a sbarazzarsi anzitempo del dirigente «poco collaborativo» per sostituito con un fedelissimo: Francesco Spano, segretario generale del Maxxi, con cui nei due anni da presidente Giuli ha stretto un forte sodalizio.
Il problema è che non è facile licenziare in tronco un alto funzionario dello Stato senza uno straccio di prova. Aver scritto che è venuto meno il rapporto di fiducia, alludere a «fatti gravissimi» come causa dell’allontanamento significa compromettere la carriera di chi in Senato ha ricoperto incarichi prestigiosi e gode di stima generale. Una preoccupazione che a Palazzo Madama si respira ai massimi livelli. «Al contrario di ciò che qualcuno vuol far pensare, non ci sono prove così gravi», sussurra un big di Forza Italia, lasciando intendere che la pistola fumante non esiste. Ma Giuli è convinto: Gilioli è un “traditore”, se ha colpito Sangiuliano, può rifarlo con lui. E l’inchiesta di Report in cantiere starebbe lì a dimostrarlo.
Di certo, le indagini della procura hanno impresso un’accelerazione al disegno coltivato da tempo: piazzare alla guida del Gabinetto un uomo di stretta fiducia, mantenendo Gilioli sino a dicembre, per consentire un passaggio di consegne ordinato. Nominato il primo ottobre come vice, Spano è però subito entrato nel mirino delle associazioni pro-vita. Obbligando il ministro ad agire in fretta, per evitare che finisse impallinato dalle proteste dei suoi stessi compagni di partito. Già sorpresi, e anche piuttosto infastiditi, allorché da presidente del Maxxi Giuli decise di confermarlo segretario generale, a dispetto dei lunghi trascorsi al servizio del centrosinistra e lo scandalo sui finanziamenti concessi — da capo dell’Unar, l’ufficio governativo antidiscriminazioni — a un’associazione Lgbtq dedita al sesso a pagamento, che rischiava di costargli la carriera. Salvata, ancora una volta, dagli amici del Pd, mentre Giorgia Meloni ne chiedeva la testa: «Non un euro in più delle tasse degli italiani deve essere buttato per pagargli lo stipendio».
Un legame, quello fra Giuli e Spano, piuttosto recente ma resistente a ogni intemperie: pronto a sfidare le ire dei camerati e delle associazioni antiabortiste, lobby fra le più ascoltate da Fratelli d’Italia che condensa in “Dio, patria e famiglia” il suo programma di governo. L’esatto opposto delle idee propugnate dal nuovo capo di gabinetto, pisano classe ‘77, due anni in meno del ministro, che da giovane avvocato del foro di Grosseto divenne allievo di Giuliano Amato, responsabile della sua segreteria tecnica al Viminale nel Prodi II.
Fu il dottor Sottile a schiudergli le porte delle massime istituzioni del Paese, «è affidabile e molto preparato» dicono — a sinistra — di lui: consulente giuridico in vari dicasteri e alla Presidenza del Consiglio, tutti d’area progressista, nonché professore all’università di Siena e Tor Vergata, come risulta dal curriculum, dove però compare anche una docenza fantasma al Master in “Culture e Mediazione” alla Sapienza. Virtù che devono aver spinto Giuli a portarlo con sé al Collegio Romano, sorvolando sulla bufera che sette anni fa scaraventò Spano in mezzo a una strada, prima di far ritorno al Maxxi per volere di Giovanna Melandri: da capo dell’Unar diede 55mila euro a un’associazione Lgbtq, di cui lui stesso sarebbe stato socio, accusata dai pro-life di «praticare nei propri circoli scambismo, prostituzione e promiscuità sessuale». Poi venne assolto da tutto, ma il clamore fu tale da costringerlo a un dolorosissimo coming out. Ferita chiusa solo pochi mesi fa, quando l’uomo di cui Giuli non può fare a meno si è unito civilmente con il suo compagno storico.
L’altro ieri la nomina, che per i tradizionalisti — promotori di una petizione per destituirlo — è «molto più grave e imbarazzante del caso Boccia» perché «contraddice i principi su cui si basa l’attuale maggioranza» e «tradisce i valori della famiglia e dell’integrità morale che il governo aveva promesso di difendere». Gli stessi di cui Giuli è sempre stato paladino.