Migranti, ora il centro in Albania rischia di svuotarsi. Oggi i primi verdetti dei magistrati
di Viola GiannoliRoma — Anche quella manciata di migranti rimasti nel centro di permanenza e detenzione in Albania potrebbe tornare in Italia tra poche ore, salvo colpi di scena. Lo “spoiler” poggia non solo sulla sentenza del 4 ottobre della Corte di giustizia europea, che ridefinisce i criteri in base ai quali un Paese può essere definito sicuro. Ma anche sui decreti — sono già più di una decina — che i giudici di almeno tre tribunali italiani hanno emesso in soli 13 giorni, e cioè dalla decisione dei giudici europei.
Questa mattina in videoconferenza sull’asse Roma-Gjader si terranno le dodici udienze di convalida dei fermi agli altrettanti richiedenti asilo ai quali ieri è stato assegnato un avvocato a distan…
Roma — Anche quella manciata di migranti rimasti nel centro di permanenza e detenzione in Albania potrebbe tornare in Italia tra poche ore, salvo colpi di scena. Lo “spoiler” poggia non solo sulla sentenza del 4 ottobre della Corte di giustizia europea, che ridefinisce i criteri in base ai quali un Paese può essere definito sicuro. Ma anche sui decreti — sono già più di una decina — che i giudici di almeno tre tribunali italiani hanno emesso in soli 13 giorni, e cioè dalla decisione dei giudici europei.
Questa mattina in videoconferenza sull’asse Roma-Gjader si terranno le dodici udienze di convalida dei fermi agli altrettanti richiedenti asilo ai quali ieri è stato assegnato un avvocato a distanza. E oggi i giudici della sezione immigrazione del tribunale di Roma, individuato come Foro competente, si collegheranno con il centro albanese, ascolteranno i migranti ed emetteranno, immediatamente, i decreti. Che difficilmente conteranno la convalida del fermo. La bocciatura dei trattenimenti sarebbe, da un lato, la diretta conseguenza della sentenza europea, alla quale gli Stati membri dell’Unione e i magistrati sono tenuti a uniformarsi, e, dall’altro, il remake di un copione già letto.
Nove ottobre, tribunale di Roma: tre giudici dispongono la sospensione di un provvedimento con il quale la Commissione territoriale aveva rigettato la domanda di protezione internazionale da parte di un cittadino peruviano. Anche il Perù, al pari di altri 21 Paesi, è considerato Paese sicuro dalla Farnesina. Nelle motivazioni però i giudici romani non hanno potuto far altro che richiamare la sentenza della Corte europea evidenziando che in Perù, secondo la scheda della stessa Farnesina, «permangono circoscritti fenomeni di narco-guerriglia che hanno avuto come bersagli anche gruppi sociali vulnerabili: tossicodipendenti, persone della comunità Lgbtq, donne.
Il dieci ottobre i giudici del tribunale di Palermo si trovano davanti a un caso pressoché identico a quello che i loro colleghi di Roma discuteranno oggi. E scelgono di respingere otto richieste di convalida per il trattenimento di altrettanti tunisini sottoposti a procedure accelerate di frontiera per l’esame delle domande d’asilo: i candidati ideali a finire nei centri in Albania. Per loro, il questore di Agrigento aveva emesso un provvedimento di fermo perché provenienti da un Paese sicuro, eccezion fatta per gli omosessuali. E, ancora, il 15 ottobre, mentre i dodici migranti trasbordati sulla Libra navigano in mezzo all’Adriatico, il tribunale di Catania rifiuta la convalida del trattenimento firmato dal questore di Ragusa di un cittadino nigeriano. In Nigeria non solo «detenuti, giornalisti, rifugiati, disabili, albini, gay, vittime di tratta» rischiano la vita, ma sono pure attivi Boko Haram e altri gruppi terroristici. A dirlo non sono i giudici, ma la Farnesina che racconta le zone di insicurezza in un Paese giudicato sicuro. «Tanto basta — dice il tribunale di Catania — a escludere la convalida», sulla base dell’ormai nota sentenza europea, e a «disporre l’immediato rilascio» del ragazzo nigeriano.
Se anche i giudici di Roma — come appare inevitabile — si conformeranno oggi alla sentenza europea e ai precedenti italiani, anche i dodici migranti egiziani e bangladesi reclusi oltre mare saranno liberi e dovranno essere portati in Italia. Come e dove è ancora tutto da capire. Così come le intenzioni del governo sul futuro dei centri in Albania che già da stasera potrebbero restare deserti se non ci saranno prove di forza.
Perché l’unica certezza è che si andrà, di nuovo, allo scontro tra politica e magistratura. Se qualche giorno fa il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva parlato di «resistenze ideologiche dei giudici», ieri sera a PiazzaPulita ha chiarito: «L’ipotesi che i magistrati blocchino il trattenimento dei migranti in Albania? Molte di queste decisioni non le condividiamo. Le impugneremo, anche ricorrendo alla Cassazione».
Si gioca per questo sul filo anche l’ipotesi, che ha iniziato a circolare ieri sera, di una corsa contro il tempo per complicare l’azione delle toghe. Se le Commissioni territoriali già riunite ieri grazie alla procedure accelerate dovessero dire “no” alle richieste di asilo prima della pronuncia dei giudici di Roma i dodici migranti potrebbero passare nel Cpr di Gjader. A norma di legge però la decisione non inciderebbe sul trattenimento in Albania. Utile più a una propaganda anti-giudici che a decidere il destino di dodici persone.