Chi ha detto: «Non sono io che ho bisogno di lui, è lui che ha bisogno di me»? Beppe Grillo di Giuseppe Conte o viceversa? Chi ha detto: «Non ha visione politica né capacità manageriali»? Grillo di Conte o viceversa? E ancora, una più decrittabile: «Decida se vuole fare il genitore amorevole o il padre padrone». L’ultima, facilissima da indovinare: «Parlava e si capiva poco, dunque era perfetto per la politica».
Non è molto importante l’attribuzione corretta delle citazioni all’uno o all’altro. Non in una vicenda, lo scontro furioso tra il fondatore del M5S e l’attuale capo politico, dove fin dall’inizio c’è una sola domanda la cui risposta conti davvero: chi è il signore assoluto del Movimento? L’Elevato, Casaleggio senior, Casaleggio junior, l’Avvocato del popolo. S…
Chi ha detto: «Non sono io che ho bisogno di lui, è lui che ha bisogno di me»? Beppe Grillo di Giuseppe Conte o viceversa? Chi ha detto: «Non ha visione politica né capacità manageriali»? Grillo di Conte o viceversa? E ancora, una più decrittabile: «Decida se vuole fare il genitore amorevole o il padre padrone». L’ultima, facilissima da indovinare: «Parlava e si capiva poco, dunque era perfetto per la politica».
Non è molto importante l’attribuzione corretta delle citazioni all’uno o all’altro. Non in una vicenda, lo scontro furioso tra il fondatore del M5S e l’attuale capo politico, dove fin dall’inizio c’è una sola domanda la cui risposta conti davvero: chi è il signore assoluto del Movimento? L’Elevato, Casaleggio senior, Casaleggio junior, l’Avvocato del popolo. Se Roma non vuole capi, al limite marchesi del grillo, minuscolo – “io so’ io e voi non siete un c…" - il Movimento ne ha bisogno vitale, come una setta, come un minion. Serve qualcuno che alzi il pollice o lo rovesci, che decida ogni mattina se il Movimento è di lotta o di governo, se si vota su Rousseau o se Rousseau è una boiata pazzesca, se tu grillino sei dentro o fuori, in Parlamento o su TikTok come Toninelli, al mandato zero o zero virgola cinque, qualcuno che abbia l’unzione per dire a chiunque in qualsiasi momento: «Per te il Movimento finisce qui».
Ma questa non è comunque una storia come tutte le altre, perché nell’epopea dei partiti personali il M5S ha un primato indiscutibile: è l’unico sopravvissuto al cambio di padrone, per giunta cruento. Nell’impresa è riuscito Conte, guai sempre a chi lo sottovaluta. C’è cascato Salvini, c’è cascato Di Maio, forse ora tocca a Grillo. «Conte piace moltissimo alle mie vecchie zie democristiane in Sicilia», racconta sempre un altissimo papavero di Stato per dare l’idea di quanto robusta sia la pianta del contismo. Non è l’unico primato, però.
È impossibile trovare, nella pur ricca storia di scissioni della politica italiana, una faida come questa: non c’è una sola questione di merito, concreta, ideologica, a dividere i contendenti. Paragonabile è solo la disfida tra Calenda e Renzi, ma almeno in quel caso c’era da mettere insieme due partiti, qui sono già tutti sotto lo stesso tetto, probabilmente ancora per poco. Non c’è nemmeno il tentativo di simulare una battaglia di idee, tanto che lo scambio di colpi si è spostato subito sull’unico terreno possibile, la battaglia legale, le pec, le diffide sul nome e sul simbolo, infine l’arma-fine-di-Grillo, la decisione di Conte di sospendere il contratto di consulenza che garantiva al garante Grillo di intascare 300 mila euro l’anno, e quanto la mossa possa dispiacere a Grillo bisognerebbe chiederlo a Pippo Baudo, che lo scritturava per i sabato sera di Fantastico e non per un tozzo di pane. «Sono venute meno le ragioni del contratto», ha spiegato l’ex presidente del Consiglio, lapidario per gravità e forse un po’ anche per necessità, avrebbe qualche problema a spiegare in cosa consistessero tali ragioni prima di venire meno.
Alla fine, a parlare di temi che non prevedano l’Iban, c’è da concludere che Conte e Grillo siano ancora d’accordo sulla maggior parte delle questioni in agenda: Ucraina, Cina e Venezuela; reddito, superbonus e termovalorizzatori; Europa, von der Leyen e Patto di stabilità. Fino a qualche giorno fa si poteva ipotizzare, al limite, un flebile dissidio sull’alleanza con il Partito democratico, ma Conte è stato previdente. Ha seppellito il campo largo prima della Costituente 5S, così che ora lui e il garante sono d’accordo pure su questo. Tutti e due hanno sempre giocato sul tenersi fuori dalle collocazioni chiare, né destra né sinistra. Grillo arrivò a dire che quelli di CasaPound gli parevano bravi ragazzi, Conte è convinto che Trump sia più pacifista dei democratici, sia quelli americani che quelli italiani. D’accordo su tutto, resta dunque solo quel vecchio problema: chi ha lo scettro del comando?
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Quando Conte e Grillo si accapigliarono una prima volta sulle modifiche allo Statuto del M5S, era la primavera del 2021, il fondatore scese a Roma e arringò i parlamentari a modo suo: «Sono garante ma non sono cogl... Lui è avvocato ma io sono ragioniere». «Vuole fare una mini-Democrazia cristiana», si sfogò il fondatore, che pure non sapeva di quelle vecchie zie siciliane. Quindi la battuta su uno dei beni più contesi, Rocco Casalino: «Rocco deve parlare anche con me, Conte mi vuole escludere». Seguirono giorni di missioni diplomatiche per ricucire lo strappo, e Di Maio, e Carla Ruocco, e Roberto Fico, e Paola Taverna («Io nun so’ un politico!»), un giorno a parlare con uno e quello dopo con l’altro, finché la lite rientrò e si trovò un accordo su ruoli e denari, più denari che ruoli. Ovvio che ne resterà solo uno, e potrebbe essere quello che ha da poco detto «non scelgo tra Trump e Biden» oppure quello che durante l’ultima intervista in tv confessò: «Ho peggiorato questo Paese».