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Il Pd vola ma non basta, l’appello di Schlein: “Opposizioni unite, basta farsi la guerra”

Elly Schlein 

 

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La segretaria dem: “Abbiamo dato il massimo ma da soli non si vince. Scontiamo le difficoltà degli altri”. Bene Avs: “Alla coalizione serve un assetto credibile”
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ROMA — Doveva essere un gol a porta vuota, per Andrea Orlando. S’è trasformato, seppur sul filo di lana, in un’autorete che rischia di compromettere il resto della tornata elettorale. Se non si riesce a vincere nemmeno in una regione in cui il presidente d’area governativa è stato arrestato e, per non rischiare la galera, ha pure patteggiato, significa che il cosiddetto campo dell’alternativa — nonostante un Pd da record, primo partito al 28,5%, quasi il doppio di Fratelli d’Italia — non ha un grande futuro davanti. E se fra tre settimane franerà anche l’Umbria e terrà la sola Emilia Romagna, la strategia di Elly Schlein che sognava il triplete andrà ripensata. Perché non basta essere «testardamente unitari» se poi c’è qualcuno, leggi Giuseppe Conte, che gioca a far perdere i compagni di squadra, anziché gli avversari.

È questo il più grande cruccio al Nazareno. A venir meno è stato il principale alleato. Su cui i Dem hanno sempre puntato, anche a costo di sacrificare tutti gli a…

ROMA — Doveva essere un gol a porta vuota, per Andrea Orlando. S’è trasformato, seppur sul filo di lana, in un’autorete che rischia di compromettere il resto della tornata elettorale. Se non si riesce a vincere nemmeno in una regione in cui il presidente d’area governativa è stato arrestato e, per non rischiare la galera, ha pure patteggiato, significa che il cosiddetto campo dell’alternativa — nonostante un Pd da record, primo partito al 28,5%, quasi il doppio di Fratelli d’Italia — non ha un grande futuro davanti. E se fra tre settimane franerà anche l’Umbria e terrà la sola Emilia Romagna, la strategia di Elly Schlein che sognava il triplete andrà ripensata. Perché non basta essere «testardamente unitari» se poi c’è qualcuno, leggi Giuseppe Conte, che gioca a far perdere i compagni di squadra, anziché gli avversari.

È questo il più grande cruccio al Nazareno. A venir meno è stato il principale alleato. Su cui i Dem hanno sempre puntato, anche a costo di sacrificare tutti gli altri. «Noi abbiamo dato il massimo, ma siamo consapevoli che soli non bastiamo», dice la segretaria a sera. «Scontiamo le difficoltà degli altri e ora speriamo che questo risultato faccia riflettere tutte le forze alternative alla destra come fa riflettere noi, che non abbiamo mai speso un minuto in polemiche o competizioni fra le opposizioni perché sappiamo chi vogliamo battere».

Chiaro il messaggio. I Cinquestelle devono darsi una regolata. Non solo hanno dimezzato i voti rispetto alle Europee, ma hanno condizionato l’intera partita ligure, imponendo a campagna elettorale già avviata l’estromissione di Italia viva e moderati assortiti. La cui performance magari non sarebbe stata eccelsa, vedi un Calenda in caduta libera, ma certo avrebbe potuto aiutare la causa, sottraendo al centrodestra quella manciata di consensi decisivi per tagliare il traguardo in testa.

D’altra parte l’aritmetica non è un’opinione. Marco Bucci ha vinto con uno scarto di circa un punto e mezzo, pari a 8 mila voti. Matteo Renzi alle elezioni dello scorso giugno in Liguria ha incassato 6.500 preferenze, altre 4mila e rotti Raffaella Paita. «Se la lista dei Riformisti non fosse stata espulsa all’ultimo istante per il veto di Conte, il risultato avrebbe matematicamente visto Orlando prevalere», fa di conto Benedetto della Vedova di +Europa. Con il segretario Riccardo Magi a rincarare: «Io non credo che al centrosinistra manchino i voti per sconfiggere la destra. Manca un metodo e una visione comune che si crea solo con un confronto sui temi, non sui veti di qualcuno. Spero che questa lezione sia utile a tutti per il futuro». Anche a chi, i rossoverdi Bonelli e Fratoianni ormai seconda gamba dello schieramento, in principio avevano tifato per la messa al bando dei centristi e ora però esortano tutte le forze progressiste a darsi «un assetto stabile, riconoscibile, credibile».

A riprova che aveva ragione la leader del Pd quando a sorpresa aveva allargato il campo, portando a bordo l’ex rottamatore anche contro l’opinione di una parte del suo partito. Mossa che aveva fatto saltare la mosca al naso al capo 5S, adontato per non essere stato informato e perciò pronto a vendicarsi, sabotando la coalizione. Un harakiri che ha finito per danneggiare lo stesso movimento, crollato ai minimi storici.

«Conte paga l’ambiguità, lo stare sempre con un piede dentro e uno fuori», mastica amaro un alto dirigente pd. «Ma così si restituisce l’immagine di un centrosinistra diviso e litigioso, a differenza del centrodestra che invece nei momenti cruciali si presenta compatto».

Tuttavia il tempo delle polemiche non è adesso. «Adesso ci sono l’Umbria e l’Emilia, i conti li faremo alla fine», predicano prudenza al quartier generale dem. Dove la segretaria invita a guardare il bicchiere mezzo pieno: «In Liguria siamo primo partito, abbiamo doppiato il secondo che è FdI. Cresciamo di 2 punti rispetto alle Europee e di 9 dalle precedenti regionali. A preoccupare è il drammatico dato dell’affluenza: un problema per tutti, ma in particolare per la sinistra». È uno dei temi su cui si inizierà a lavorare da domani: come recuperare gli elettori perduti. E si partirà subito, con o senza Conte.

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