Tesei archiviata dopo il tartufo-gate, 5 milioni all’azienda che aveva assunto il figlio
di Giuliano Foschini , Antonio FraschillaTesei Donatella, presidente regione Umbria
Votare e assegnare dieci milioni di euro a una filiera particolarissima, quella del tartufo, dove per puro caso fa da padrona l’azienda di tuo marito (l’assessore al Bilancio, Paola Agabiti Urbani) o quella in cui lavora tuo figlio (la governatrice Donatella Tesei) non è più un reato. Perché così ha deciso la maggioranza in Parlamento. Ma nel “tartufo gate” umbro a colpire sono i tempi, i personaggi e i conflitti di interesse che, al di là dei reati, emergono in controluce: bandi da milioni di euro, strane tempistiche e una lunga catena di coincidenze.
È da queste premesse che nasce l’indagine della procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone che delega la guardia di finanza a effettuare approfondimenti su una storia che spiega meglio di qualsiasi ragionamento in punta di diritto cosa ha significato cancellare il reato di abuso di ufficio. Abolirlo non ha soltanto tolto «la paura di firmare» a sindaci in buona fede. Ma ha consentito agli amministratori di elargire senza troppi pr…
Votare e assegnare dieci milioni di euro a una filiera particolarissima, quella del tartufo, dove per puro caso fa da padrona l’azienda di tuo marito (l’assessore al Bilancio, Paola Agabiti Urbani) o quella in cui lavora tuo figlio (la governatrice Donatella Tesei) non è più un reato. Perché così ha deciso la maggioranza in Parlamento. Ma nel “tartufo gate” umbro a colpire sono i tempi, i personaggi e i conflitti di interesse che, al di là dei reati, emergono in controluce: bandi da milioni di euro, strane tempistiche e una lunga catena di coincidenze.
È da queste premesse che nasce l’indagine della procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone che delega la guardia di finanza a effettuare approfondimenti su una storia che spiega meglio di qualsiasi ragionamento in punta di diritto cosa ha significato cancellare il reato di abuso di ufficio. Abolirlo non ha soltanto tolto «la paura di firmare» a sindaci in buona fede. Ma ha consentito agli amministratori di elargire senza troppi problemi, seppur indirettamente, milioni di euro ad aziende di famiglia.
Per esempio alla Urbani tartufi srl, un colosso che fattura intorno ai 100 milioni di euro con sedi a New York e Londra, e che ha investito lo scorso anno 8 milioni di euro per il nuovo quartier generale in Italia. Amministratore delegato dell’azienda è Giammarco Urbani, marito dell’assessora all’economia della regione Umbria, Agabiti.
Nel settembre del 2021 la giunta regionale, presenti Agabiti e la governatrice Tesei, approva il programma del Piano di sviluppo rurale (Psr): un piano da oltre 200 milioni destinato a tutto il comparto agricolo ma che questa volta prevede contributi per 5,4 milioni di euro destinati in maniera esclusiva alla filiera del tartufo.
Pochi mesi dopo, ad aprile del 2022, la dotazione della misura del Psr destinata al comparto dei tartufi raddoppia arrivando a 10,7 milioni di euro. Il bando viene pubblicato con scadenza novembre, ma nello stesso mese viene prorogato il termine per presentare le domande. Arrivano quindi sette richieste di finanziamento e, di queste, cinque vengono accolte nella graduatoria finale: il punteggio maggiore lo riceve la Giuliano tartufi, seconda la srl Terre del tartufo, terza la Urbani Tartufi e infine l’azienda Giampaolo Menichini e Virgini tartufi. L’azienda del marito dell’assessora, pur arrivando terza, è quella che dichiara le spese maggiori: alla fine riceverà così quasi la metà dell’intera dotazione della misura, 4,8 milioni su 10,7 complessivi.
Questo l’iter dal bando. Ma alla guardia di finanza arriva anche un esposto anonimo con la segnalazione che il figlio della governatrice Tesei sarebbe stato assunto a tempo indeterminato dalla Urbani tartufi nello stesso periodo in cui il bando prendeva luce per poi essere pubblicato dagli uffici regionali.
La guardia di finanza inizia le indagini e manda una prima informativa alla procura che iscrive nel registro degli indagati governatrice e assessora: i magistrati non trovano nessuna irregolarità nell’assegnazione dei fondi (la società aveva tutti i requisiti per partecipare al bando), ma contestano in prima battuta l’abuso d’ufficio perché le due componenti della giunta, visti gli intrecci parentali, avrebbero dovuto astenersi dalle delibere che mettevano in piedi a sostegno alla filiera del tartufo. Nei mesi scorsi era stato recapitato anche un invito a comparire a Paola Agabiti Urbani ma l’assessora non è mai stata interrogata. Nel corso delle indagini è stato invece sentito, come persona informata dei fatti, l’assessore all’agricoltura umbra Roberto Morroni.
Tutto si ferma però lo scorso luglio, quando il Parlamento approva in via definitiva l’abolizione del reato di abuso d’ufficio: cade quindi la prima impalcatura della procura, che sul caso insieme alla guardia di finanza aveva lavorato con grande discrezione. Nelle scorse settimana il procuratore Cantone manda quindi al gip la richiesta di archiviazione: nessun reato, perché è stato cancellato dal codice penale. Ma resta in piedi una storia emblematica di come certe decisioni al limite tra ruoli istituzionali e interessi particolari non saranno più verificabili e perseguibili dai magistrati.