ROMA - Andrea Segre, regista del film su Enrico Berlinguer, Nanni Moretti dice che lei ed Elio Germano, se foste stati ventenni nel 1973, avreste odiato il compromesso storico.
«Quella di Nanni è una provocazione artistica e intellettuale di cui è maestro. Il film non sposa idealmente la linea di Berlinguer sulla collaborazione con la Dc, ma apre anche a posizioni e sguardi diversi».
I giovani militavano nella sinistra extraparlamentare. E gli operai comunisti erano pieni di dubbi.
«Questo c’è. Vi è una lunga scena al Petrolchimico di Ravenna, dove il segretario del Pci si recò nel novembre del 1973, due mesi dopo aver scritto gli articoli su Rinascita sul compromesso storico. E gli operai gli rivolgono molte domande, alcune anche piene di scetticismo».
Luciana Castellina l’ha rimproverata di avere dimenticato i dissensi nel Pci.
«Rispetto la sua opinione. Ma secondo me non è del tutto vero. Il figlio del segretario, Marco, esprime la posizione dei giovani, “da che parte stai, papà?”,…
ROMA - Andrea Segre, regista del film su Enrico Berlinguer, Nanni Moretti dice che lei ed Elio Germano, se foste stati ventenni nel 1973, avreste odiato il compromesso storico.
«Quella di Nanni è una provocazione artistica e intellettuale di cui è maestro. Il film non sposa idealmente la linea di Berlinguer sulla collaborazione con la Dc, ma apre anche a posizioni e sguardi diversi».
I giovani militavano nella sinistra extraparlamentare. E gli operai comunisti erano pieni di dubbi.
«Questo c’è. Vi è una lunga scena al Petrolchimico di Ravenna, dove il segretario del Pci si recò nel novembre del 1973, due mesi dopo aver scritto gli articoli su Rinascita sul compromesso storico. E gli operai gli rivolgono molte domande, alcune anche piene di scetticismo».
Luciana Castellina l’ha rimproverata di avere dimenticato i dissensi nel Pci.
«Rispetto la sua opinione. Ma secondo me non è del tutto vero. Il figlio del segretario, Marco, esprime la posizione dei giovani, “da che parte stai, papà?”, gli chiede. E il dissenso a Botteghe Oscure ha il volto di Pietro Ingrao».
Insomma, sembrano dirvi: non eravate ancora nati.
«È vero. Io e Elio non c’eravamo. Ma questo ci consente di guardare con distanza a quel periodo e a fare un passo in più: capire cosa ci dice adesso quella storia».
Non parla solo ai vecchi compagni?
«Nelle sale strapiene - in tre giorni l’hanno già visto in 120mila - ci sono inaspettatamente molti giovani».
Cosa cercano?
«Una ragazza a Treviso mi ha detto: “Ero venuta con la mamma perché pensavo che il film parlasse di lei, invece parla di me”».
Berlinguer è morto 40 anni fa.
«Sì, ma chi non l’ha vissuta si chiede come quel tipo di rapporto con la politica, il Pci aveva un milione e settecentomila iscritti, possa essere reinventato».
Cosa c’entra con l’Italia di oggi?
«I ragazzi si chiedono dove possono fare oggi quelle domande che gli operai di Ravenna rivolsero allora a Berlinguer. Non me le sono inventate. Sono riportate nella cronaca di una rivista operaia che è conservata all’Istituto Gramsci».
Non ci sono più le sezioni. Metà degli italiani non va più a votare.
«Prevale però ancora una vivacità associativa che all’estero ci invidiano. Vado spesso in Francia, e lì ce la invidiano. Il punto tuttavia è che si è rotta la relazione tra la comunità e la società politica».
È questo il cuore del suo film?
«Sì, l’incapacità di incidere, d’influenzare. Il legame ormai è tra l’io e la politica».
È la denuncia di una solitudine?
«Di un bisogno non soddisfatto. Il 21 ottobre gli studenti romani ci hanno invitati alla Sapienza. Ho spiegato loro che il film non poteva essere proiettato, perché sarebbe uscito solo dieci giorni dopo. Non importa, hanno risposto. Vogliamo discutere».
Morale?
«Abbiamo dovuto farlo fuori, perché l’aula era troppo piccola per contenerli tutti. Erano in 500».
Manca un Berlinguer.
«Enrico non nascondeva le sue fragilità, il contrario di una posizione leaderistica. Aveva sempre presente la necessità di una relazione aperta con i militanti: i manoscritti dei suoi interventi, conservati al Gramsci, illuminano benissimo questo esercizio di dubbio costruttivo».
Elio Germano è stratosferico.
«Proprio perché esprime benissimo questa tensione divorante».
E a lei la sinistra di oggi piace?
«Sa benissimo di dover ricostruire una propria identità e un proprio sogno. Una parte ci sta provando. Ma non ci sono più i luoghi dove poter discutere, come le case del popolo all’epoca di Berlinguer».