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Pinelli, l’avvocato con il pallino del potere passato da Renzi a Salvini che in due anni ha litigato con tutti

Il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli 
Il penalista padovano con la passione per la politica è stato legale dei leghisti Morisi e Siri ma anche della fondazione Open. È socio del think tank di Violante
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Roma — Adesso che annaspa tra le onde, Fabio Pinelli fatica a trovare qualcuno che gli lanci un salvagente. Nella stessa maggioranza che lo ha eletto vicepresidente (per un colpo di fortuna, il prescelto era Giuseppe Valentino di FdI, bloccato da un’inchiesta) tutti zitti mentre affonda. «Raccoglie quello che ha seminato in questi due anni», sibila un consigliere di centrodestra del Csm. E non ci vuole molto a farsi raccontare quello che accade sotto la presidenza Pinelli, avvocato penalista di Padova, un uomo che ha bordeggiato molti partiti per finire in quota Lega. Dentro palazzo Bachelet anche i muri parlano. «È un accentratore – dicono i suoi “amici” - e usa il Csm come trampolino di lancio per altre cariche. Si sente una riserva della Repubblica». Cattiverie di invidiosi, certamente. Come il gossip sul trasferimento definitivo nella Capitale, dove ha preso casa, in vista di ulteriori incarichi. Di sicuro alcune decisioni non hanno contributo ad aumentare la sua popolarità tra i …

Roma — Adesso che annaspa tra le onde, Fabio Pinelli fatica a trovare qualcuno che gli lanci un salvagente. Nella stessa maggioranza che lo ha eletto vicepresidente (per un colpo di fortuna, il prescelto era Giuseppe Valentino di FdI, bloccato da un’inchiesta) tutti zitti mentre affonda. «Raccoglie quello che ha seminato in questi due anni», sibila un consigliere di centrodestra del Csm. E non ci vuole molto a farsi raccontare quello che accade sotto la presidenza Pinelli, avvocato penalista di Padova, un uomo che ha bordeggiato molti partiti per finire in quota Lega. Dentro palazzo Bachelet anche i muri parlano. «È un accentratore – dicono i suoi “amici” - e usa il Csm come trampolino di lancio per altre cariche. Si sente una riserva della Repubblica». Cattiverie di invidiosi, certamente. Come il gossip sul trasferimento definitivo nella Capitale, dove ha preso casa, in vista di ulteriori incarichi. Di sicuro alcune decisioni non hanno contributo ad aumentare la sua popolarità tra i colleghi. Come l’aver eliminato i rimborsi spesa per le missioni dei membri del Consiglio superiore, che ora si devono pagare i viaggi di servizio di tasca propria. Oppure il divieto di comunicare autonomamente all’esterno, con l’ufficio stampa del Csm trasformato nell’agenzia di promozione del presidente. «Sta chiuso nel suo ufficio tutto il giorno – riferiscono – e spesso, nella sua ossessione di controllo totale, finisce per litigare con tutti, laici e togati».

Non che, sotto la sua guida, il Csm abbia brillato per iniziativa. Anzi, un’altra delle critiche che gli vengono mosse è di non fare nulla, per paura di commettere passi falsi. Una prudenza che non lo ha messo del tutto al riparo da alcuni scivoloni, come quello compiuto all’inizio dell’anno quando accusò il suo predecessore di aver fatto deragliare il Csm dalla sua funzione costituzionale. Voleva essere una stoccata contro il dem Davide Ermini, ma finì per essere letta come una critica anche a Sergio Mattarella, che del Csm è il presidente titolare. Gaffe a cui seguì immediatamente una imbarazzata retromarcia.

In fondo la maledizione dell’avvocato patavino è proprio la politica. Ne è attratto come una falena con il lampione, però non ha ancora compreso del tutto la grammatica che regola i rapporti di potere al livello al quale è stato fatto ascendere. E dire che con i politici Pinelli è sempre andato d’accordo, senza badare troppo alla destra e alla sinistra, anzi destreggiandosi con l’agilità di un lemure tra un ramo e l’altro. Essendo partito dal Veneto, non poteva non incrociare il potente Zaia, di cui divenne consigliere legale esterno. Poi, da Zaia a Salvini il passaggio è stato naturale. E così lo troviamo difensore di Luca Morisi e di Armando Siri. Ma c’è anche molto Pd nella vita dell’avvocato Pinelli. E non si parla solo dell’amicizia con Luciano Violante, cementata nella fondazione Leonardo e nel think tank “Italiadecide”, di cui Pinelli è persino socio. L’avvocato è stato infatti per lungo tempo nelle grazie di Matteo Renzi, tanto che, alla sua elezione, una parte del Pd considerava Pinelli un nome spuntato sull’asse anti-magistrati Renzi-Salvini. Sospetti nati dal fatto che il penalista aveva assistito il Senato davanti alla Consulta per il conflitto di attribuzioni sulla questione delle chat di Renzi. E, nell’indagine fiorentina sulla Fondazione Open, Pinelli era l’avvocato di Alberto Bianchi. Non stupì nessuno quindi il tweet con cui Renzi salutò due anni fa la sua elezione alla guida del Csm: «Davvero un’ottima scelta. Serio, autorevole e credibile». Poi, nel tempo, sembra che l’immobilismo di Pinelli abbia fatto disamorare anche il leader di Italia viva. Così come i suoi tentativi di accreditarsi con Fratelli d’Italia. Sarebbe questa, infatti, l’ultima operazione messa in piedi da Pinelli. «Sono due anni che insegue un appuntamento con Meloni», malignano a palazzo Bachelet. Finalmente la premier, su suggerimento di Alfredo Mantovano, ha acconsentito. Ma la scelta dei tempi, anche stavolta, è stata tragica.

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