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Extraprofitti, autonomia, tv: tutti i duelli dei cento giorni

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Lotito contro Garavaglia, Occhiuto contro Calderoli: dall’estate si sono moltiplicati i litigi dentro la coalizione
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«Fatti un bagno di umiltà», «non siamo la buca delle lettere del ministero», «volete norme sovietiche», «no, siete voi che avete un programma da comunisti». Fino all’ultimo, definitivo Lotito, rivolto al collega leghista Garavaglia in stile Mario Brega: «Perché nun me risponni?». Mancava solo la “mano a cucchiara” di borisiana memoria. Zibaldone di cento giorni di zuffe a destra. Poca lirica, a dire il vero, tanta prosa. E intanto la maggioranza che si reggerebbe su una «bella amicizia personale» fra i leader (copyright di Giorgia Meloni) scricchiola come mai.

Mettendo in fila uno scorno dopo l’altro, non si può che partire dalla fine. Dall’arrembante Claudio Lotito, qui nelle vesti di senatore forzista e non di patron della Lazio, che ieri mattina, dopo avere mandato sotto il governo sul canone Rai col collega Damiani, stuzzicava a palazzo Madama Massimo Garavaglia, il presidente lumbard della commissione Finanze, per difendere una sua proposta ormai moribonda, lo scudo penale per i…

«Fatti un bagno di umiltà», «non siamo la buca delle lettere del ministero», «volete norme sovietiche», «no, siete voi che avete un programma da comunisti». Fino all’ultimo, definitivo Lotito, rivolto al collega leghista Garavaglia in stile Mario Brega: «Perché nun me risponni?». Mancava solo la “mano a cucchiara” di borisiana memoria. Zibaldone di cento giorni di zuffe a destra. Poca lirica, a dire il vero, tanta prosa. E intanto la maggioranza che si reggerebbe su una «bella amicizia personale» fra i leader (copyright di Giorgia Meloni) scricchiola come mai.

Mettendo in fila uno scorno dopo l’altro, non si può che partire dalla fine. Dall’arrembante Claudio Lotito, qui nelle vesti di senatore forzista e non di patron della Lazio, che ieri mattina, dopo avere mandato sotto il governo sul canone Rai col collega Damiani, stuzzicava a palazzo Madama Massimo Garavaglia, il presidente lumbard della commissione Finanze, per difendere una sua proposta ormai moribonda, lo scudo penale per i reati fiscali minori. Scena che non avrebbe sfigurato nella serie cult Boris, appunto. «E mo’ perché i pareri (del ministero, ndr) so’ diventati negativi?». Silenzio, sguardi torvi. Lotito intigna: «Perché nun me risponni?». Replica stizzita: «Avete fatto un casino col canone e ora togliamo tutto quello che fa casino». «Vabbè, mo’ vedemo».

Se fosse uno sceneggiato, comunque, i due protagonisti sarebbero senz’altro loro due, i vice di Meloni. Matteo Salvini e Antonio Tajani. Duellanti su quasi tutto. Sugli extraprofitti da tassare («facciamo pagare i banchieri, non gli operai», «no, è una norma da Urss»), sul mandato di arresto per Netanyahu («benvenuto», esordisce il leghista, «la politica estera la fa la Farnesina con la premier», controbatte l’azzurro), sul terzo mandato («sacrosanto», «no, non c’è nemmeno negli Usa»), naturalmente sul taglio al canone, «ridicolo», per il ministro degli Esteri, che alla fine è riuscito ad affossarlo.

Ma a scorrere il rullo delle agenzie stampa da ferragosto in poi, affiorano pure schermaglie minori, comunque pepate. Per esempio sull’autonomia. Al ministro leghista Roberto Calderoli, che dopo lo stop della Consulta invitava gli oppositori della riforma a «non rompere gli zebedei», rispondeva il governatore forzista della Calabria, Roberto Occhiuto: «Calderoli è molto vigoroso nelle sue espressioni, ma faccia un bagno di umiltà». «FI dovrà spiegare a suoi elettori perché qualcuno ha cambiato idea», pungeva intanto il fedelissimo di Salvini, Luca Toccalini.

Qualche giorno dopo il capogruppo forzista Maurizio Gasparri se la prendeva col decreto giustizia tirando in ballo gli uffici del guardasigilli Carlo Nordio: «In via Arenula ci sono troppi magistrati e noi politici non siamo la loro buca delle lettere». In Europa invece, ancora ieri, il capodelegazione forzista Fulvio Martusciello bersagliava la Lega per il no all’Ursula bis, mentre il collega Roberto Vannacci attaccava chi, come FI, aveva ceduto «ai compromessi».

Cercando la scintilla, l’inizio delle baruffe, si può forse tornare a ferragosto. Quando lo Ius scholae forzista finì crivellato dai colonnelli di via Bellerio. «Gli elettori hanno votato Tajani per portare avanti i programmi dei comunisti?», caricava i suoi il vicesegretario del Carroccio, Andrea Crippa. Avanti così, fino ai cori su «Tajani scafista», conditi da irriferibili «vaffa», dietro il pratone di Pontida. Salvini dovette scusarsi, per chiudere le ostilità. Ma era solo un cessate il fuoco.

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