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“Salvini paraculetto”. FI non abbassa i toni, stop da palazzo Chigi

(ansa)

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Il portavoce degli azzurri Nevi attacca l’alleato: “Si dia una calmata”. La replica del ministro: “Peace and love”. La premier sente i suoi vice: “Così ci facciamo del male”. Fiducia sul dl fisco
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Un’altra mattinata ad altissima tensione nel centrodestra, col portavoce di FI, Raffaele Nevi, fedelissimo di Antonio Tajani, che dà del «paraculetto» a Matteo Salvini. Solo sul finire del pomeriggio si arriva a una tregua, dopo le telefonate della premier, Giorgia Meloni, ai due vice, in cui chiede a tutti di abbassare i toni. Sul serio, alla svelta. «Altrimenti ci facciamo male», è il ragionamento di Meloni, secondo fonti a conoscenza dei colloqui. «Peace & love», chiosa allora in serata Salvini. Ma sul fatto che la tregua regga, scommettono in pochi.

Ci vorrà tempo per smaltire le scorie della clamorosa spaccatura sul canone Rai. Il taglio al balzello, dice Nevi al sito Affaritaliani.it, non era nel programma e su questo Salvini farebbe appunto «un po’ il paraculetto, la Lega si dia una calmata». Il lumbard Igor Iezzi intanto rilancia: «Ripresenteremo l’emendamento? Vediamo. La Lega non ha mai smesso di fare questa battaglia». Sarebbe l’ennesima conta, un altro inciampo. Uscite…

Un’altra mattinata ad altissima tensione nel centrodestra, col portavoce di FI, Raffaele Nevi, fedelissimo di Antonio Tajani, che dà del «paraculetto» a Matteo Salvini. Solo sul finire del pomeriggio si arriva a una tregua, dopo le telefonate della premier, Giorgia Meloni, ai due vice, in cui chiede a tutti di abbassare i toni. Sul serio, alla svelta. «Altrimenti ci facciamo male», è il ragionamento di Meloni, secondo fonti a conoscenza dei colloqui. «Peace & love», chiosa allora in serata Salvini. Ma sul fatto che la tregua regga, scommettono in pochi.

Ci vorrà tempo per smaltire le scorie della clamorosa spaccatura sul canone Rai. Il taglio al balzello, dice Nevi al sito Affaritaliani.it, non era nel programma e su questo Salvini farebbe appunto «un po’ il paraculetto, la Lega si dia una calmata». Il lumbard Igor Iezzi intanto rilancia: «Ripresenteremo l’emendamento? Vediamo. La Lega non ha mai smesso di fare questa battaglia». Sarebbe l’ennesima conta, un altro inciampo. Uscite così rischiano di far precipitare tutto. FdI ribolle: «Una crisi? Fantascienza. Ma è apprezzabile non avere episodi come sul canone», mette a verbale Fabio Rampelli.

Entrano in campo le diplomazie. Salvini e Tajani si scambiano messaggi, i rispettivi staff si sentono e convengono: la temperatura va abbassata. Tajani sente Nevi, che rettifica e si scusa. Nel frattempo il ministro degli Esteri consegna ai suoi questo messaggio (pronto a ripeterlo pubblicamente oggi): «Berlusconi ci ricordava sempre che l’unità della coalizione è il bene più prezioso». E quindi «rispetto Salvini, lo apprezzo come ministro. Dobbiamo lavorare al meglio ognuno nel suo settore, al limite confrontandoci di più». Un segnale distensivo, sì, che accenna comunque all’invasione di campo del leghista su Netanyahu. In privato, il forzista continua a battere su questo chiodo, sul «confrontarsi». Con una postilla: «Tra noi leader, da soli».

All’apericena a casa Meloni, per dire, c’erano anche i sottosegretari Mantovano e Fazzolari.

Quattro giorni di bizze e vendette hanno comunque scavato un solco. Il decreto fisco, con fiducia, alla fine passa in Senato. Ma ieri si è sfiorato un altro incidente alla Camera, su un ordine del giorno del dem Andrea Casu che chiedeva di cancellare alcune restrizioni agli Ncc, volute da Salvini. Tanti di FI le avevano contestate. E ieri 38 deputati azzurri su 48 hanno disertato l’aula. Lo stop non è passato per un soffio: 15 voti.

Quando a sera arriva alla presentazione del libro di Bruno Vespa, Salvini si mostra superiore agli attacchi. Dice: «Peace & love, nessuno può farmi arrabbiare». Finge di non avere «avuto il tempo» di leggere le frasi del portavoce di FI. Poi si dice convinto che «non ci sarà un rimpasto, la Lega non ha nulla da rivendicare» (e pare, anche se l’interessato nega, una frecciata a FI che vorrebbe contare di più). Poi sostiene che «von der Leyen è un problema», mentre i suoi alleati la sostengono. Dice che «sicuramente» il governo istruirà la pratica del golden power su Unicredit, indigesto agli azzurri. Sul taglio del canone, «io non ho cambiato idea, qualcuno sì ma non mi fa effetto». Evoca Berlusconi: «Per lui ogni taglio di tasse era una buona notizia, ma c’è stata una maggioranza diversa rispetto a quella che dovrebbe governare per i prossimi 3 anni». Notare il condizionale. Poi ancora si spinge a ipotizzare un nuovo perimetro della coalizione, che si potrebbe «magari allargare, chi lo sa, con qualcuno che la pensa come noi su alcuni punti». Infine, tocca un tema (anche se con la formula della negazione) che infastidisce il leader azzurro: «Impossibile che Tajani possa votare in modo da favorire l’interesse di un’azienda», cioè Mediaset.

Proprio nei giorni in cui l’altro vicepremier ricorda che l’ultimo contatto con Marina Berlusconi è stato appena un sms di congratulazioni per i risultati di FI in Umbria ed Emilia. Oggi Meloni e i due vice si rivedranno per il Cdm (anche se qualcuno sostiene: Salvini potrebbe non andare). E in questo clima d’incertezza, il ministro dell’Economia se la cava con una metafora calcistica: «L’importante è che regga la difesa».

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