La Consulta sull’autonomia: “Scuola, energia e trasporti non si possono trasferire”
di Conchita SanninoIl presidente della Consulta Augusto Barbera
ROMA — Non si trasferiscono pacchetti di materie ma «solo funzioni», e solo dopo «rigorose istruttorie» che ne mostrino «i vantaggi». Non potranno essere affidati alle Regioni settori nevralgici: dall’energia al commercio estero, dalle politiche ambientali alle reti di trasporto, compresi porti e aeroporti. Né si potranno toccare «le norme generali sull’istruzione», portatrici di «una valenza unitaria legata all’identità nazionale». E soprattutto: non saranno generici e frettolosi processi da cabina o da supercomitato a fissare i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, con decreti della presidenza del Consiglio dei ministri. In gioco – chiarisce la Corte Costituzionale – ci sono i rischi di «accrescere le disuguaglianze» e la «coesione nazionale», senza la quale «si indebolisce la democrazia». Quindi occorrerà sui Lep una determinazione per ciascun settore e una delega centrale al Parlamento, di cui non c’era traccia nella legge targata Calderoli e benedetta da Meloni.
Ecco l’aut…
ROMA — Non si trasferiscono pacchetti di materie ma «solo funzioni», e solo dopo «rigorose istruttorie» che ne mostrino «i vantaggi». Non potranno essere affidati alle Regioni settori nevralgici: dall’energia al commercio estero, dalle politiche ambientali alle reti di trasporto, compresi porti e aeroporti. Né si potranno toccare «le norme generali sull’istruzione», portatrici di «una valenza unitaria legata all’identità nazionale». E soprattutto: non saranno generici e frettolosi processi da cabina o da supercomitato a fissare i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, con decreti della presidenza del Consiglio dei ministri. In gioco – chiarisce la Corte Costituzionale – ci sono i rischi di «accrescere le disuguaglianze» e la «coesione nazionale», senza la quale «si indebolisce la democrazia». Quindi occorrerà sui Lep una determinazione per ciascun settore e una delega centrale al Parlamento, di cui non c’era traccia nella legge targata Calderoli e benedetta da Meloni.
Ecco l’autonomia leghista smantellata, in via definitiva, dalla sentenza depositata ieri in Corte Costituzionale. Nelle stesse ore, arriva dalla Cassazione il primo via libera al referendum sull’abrogazione totale della Calderoli. L’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum unifica per ora i due quesiti - quello dettato da iniziativa popolare e l’altro avanzato dai consigli regionali - e rinvia comunque alla decisione definitiva del 12 dicembre. Ma ad infiammare la giornata parlamentare, con la sinistra che festeggia e la destra sotto scacco di un’altra riforma finita ai margini, sono ovviamente le 166 pagine della Consulta. Che ruotano intorno a una citazione di Bobbio: l’autonomia va organizzata «non ex parte principis, bensì ex parte populi», dalla parte dei cittadini e non del potere.
La sentenza numero 192, a firma del presidente Augusto Barbera, relatore il costituzionalista Giovanni Pitruzzella, non solo illustra generosamente i sette rilievi di illegittimità – già annunciati il 14 novembre scorso – ma si sofferma su tutti gli altri profili (il ruolo delle Camere, i principi di compartecipazione, di equilibrio di bilancio e sostenibilità dei conti) cui devono attenersi le regioni, e per i quali la Consulta salva la legge solo a condizione che l’autonomia «sia al servizio della garanzia dei diritti».
Bordate. Ma il ministro delle autonomie prova a tirare dritto. «Grato alla Corte, siamo comunque sulla strada giusta – ostenta serenità Roberto Calderoli – E sui Lep siamo al lavoro per una soluzione da condividere in Parlamento». «Soddisfazione», invece dall’avversario in casa, il leader azzurro Tajani: «Sul commercio estero, anche con Calderoli, avevo sollevato i miei rilievi. Erano fondati». Manda un avviso anche il collega Musumeci: «L’autonomia è un tema divisivo, ora accantonato». Esultano le opposizioni, Pd, M5s e Avs, che chiedono in aula alla Camera un’informativa urgente a Calderoli. Con Boccia, vertice dei senatori dem: «Il ministro si copre gli occhi, ma ora fermi tutte le intese».
La sentenza ribalta l’impianto istituzionale e politico su cui era stata costruita la legge. L’Italia non è «frammentabile», non esistono «popoli regionali», scrivono i giudici. E qualunque «concorrenza o differenza tra i territori non può spingersi fino a minare la solidarietà tra Stato e regioni, l’eguaglianza tra i cittadini e quindi la coesione sociale e l’unità nazionale, il cui indebolimento può sfociare nella stessa crisi della democrazia». Non le regioni che fanno shopping di materie al market dello Stato, dunque. Ma intese – quelle con singole regioni – che dovranno arrivare dopo «un’istruttoria approfondita, suffragata da analisi basate su metologie condivise, trasparenti e possibilmente validate da un punto di vista scientifico (come peraltro suggerito dalla Banca d’Italia)», che del trasferimento evidenzino «i vantaggi i termini di efficacia, equità e responsabilità» per i cittadini.
I giudici consegnano poi due moniti. Primo: il legislatore trovi «la soluzione più adeguata (invero non semplice)», ma non si spinga «oltre le colonne d’Ercole dell’articolo 116 della Costituzione, a garanzia della nostra forma di Stato». Secondo: la Corte continuerà a vigilare e a giudicare, su ricorsi, le singole intese.