Politica

Ultim'ora

Torino, tenta di strangolare la compagna: lei fugge con la figlia dai vicini e si salva, lui si uccide buttandosi dal balcone

La segretaria dei presidenti: “Pertini mi chiese scusa. Cossiga? Un’intelligenza deviata”

Anni Settanta. Albertina Gasparoni con Sandro Pertini al Quirinale
Anni Settanta. Albertina Gasparoni con Sandro Pertini al Quirinale 

I ricordi di Albertina Gasparoni, trent’anni al Quirinale: “Ho dovuto lottare contro la mentalità maschilista, ma mi sono fatta rispettare. Aldo Moro lavorava pure al cinema”

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

5 minuti di lettura

PISA – Albertina Gasparoni, 78 anni, lei è stata la segretaria di Sandro Pertini?

“Sì, per tutto il settennato, condividevo la responsabilità con altri due colleghi”.

Non aveva un carattere facile.

“No, ma sapeva chiedere scusa. Un giorno mi chiese di chiamargli Eugenio Scalfari, ma in realtà intendeva Oscar Luigi Scalfaro. Composi il numero del direttore di Repubblica, e Pertini partì a razzo con tutta una serie di considerazioni…”

Oddio.

“Dopo un po’ si accorse dell’equivoco. Davvero mi aveva detto di chiamargli Scalfari, ma non si capacitava. Andò su tutte le furie, mi aggredì e mi cacciò malamente dal suo ufficio. Tornai nella mia stanza e scoppiai a piangere”.

E il presidente?

“Verso sera mi convocò nel suo ufficio: “Sono veramente amareggiato”, ripeteva. Ed io: “Ma non è successo niente, signor presidente”. E lui: “Non è vero che non è successo niente, sono stato un villano e non posso andare a casa senza averle chiesto scusa e aver ottenuto il suo perdono”.

Ricorda il primo incontro?

“Ho due flash. Il primo è quando morì Paolo VI, il 6 agosto 1978. Pertini annullò all’ultimo momento la vacanza in val Gardena. Erano già tutti in ferie. Lo trovai turbato. Venivamo dal sequestro Moro, c’era un’emergenza al giorno”.

E il secondo?

“Nel settembre del 1978 mi volle al suo compleanno. Eravamo in sei in un ristorante nei pressi di Fontana di Trevi: me lo ritrovai di fronte, lui parlò per tutta la serata, il fascismo, il confino, la grande politica. Quando ci alzammo mi disse: “Signora, ma lei non ha detto una sola parola”. “Ma io devo soltanto ascoltare”, gli ho risposto”.

Che qualità deve avere la segretaria di un presidente della Repubblica?

“Serietà, impegno, riservatezza”.

Albertina Gasparoni oggi (foto Concetto Vecchio)
Albertina Gasparoni oggi (foto Concetto Vecchio) 

Quanti anni è stata al Quirinale?

“Dal 1972, c’era Giovanni Leone, alla fine del 2003, con Ciampi. Ma prima ancora avevo lavorato con Moro”.

Aldo Moro?

“Sì, alla Farnesina. Era ministro degli Esteri. Io ero la segretaria del suo capo di gabinetto, l’ambasciatore Luigi Cottafavi”.

Com’era Moro umanamente?

“Discreto, silenzioso”.

Ha un ricordo particolare?

“Frequentava lo stesso cinema in cui andavamo io e mio marito, l’Arlecchino, in via Flaminia. Tirava dalla tasca della giacca una lampadina con cui illuminava le carte che aveva con sé”.

Lavorava anche al cinema?

“Nel buio della sala sbrigava la corrispondenza”.

Nei film si vede che rincasava sempre a notte fonda.

“La moglie la sera tardi chiamava Cottafavi: “Ha idea di quando rientrerà a casa mio marito?"

E lei che compiti svolgeva?

“Battevo a macchina i suoi discorsi. La sua calligrafia era difficilmente decifrabile, anche perché lui li scriveva in auto. Spesso glieli mandavamo indietro chiedendo precisazioni sui punti del testo che risultavano incomprensibili”.

Aveva rapporti con la sua scorta?

“Ero molto amica del maresciallo Leonardi, il suo caposcorta. Anche lui era di Torino, parlavamo spesso della nostra città. Può immaginare il mio dolore quando seppi che le Brigate Rosse lo avevano ucciso in via Fani”.

Ma com’era arrivata alla Farnesina?

“A 24 anni, per concorso. Era il 1969. Non avevo nessun diploma, ma sapevo l’inglese, il tedesco, il francese. Feci un buon esame”.

Non era diplomata?

“No, il mio patrigno non mi aveva fatto proseguire gli studi”.

E perché?

“Era un modo di pensare molto comune all’epoca: come donna era meglio andare subito a lavorare”.

Era difficile per una giovane donna lavorare nell’ambito politico?

“Ho dovuto lottare non poco contro la mentalità maschilista”.

Mi fa un esempio?

“Molte volte ho visto dei malumori maschili quando ricevevo incarichi superiori al mio inquadramento”.

Era un mondo tutto maschile?

“Prettamente maschile. Ma io mi sono sempre fatta rispettare”.

In che famiglia è cresciuta?

“Mia madre era una bella donna. Viveva a Bassignana in provincia di Alessandria. Faceva la maglierista. Dopo un lungo fidanzamento con mio padre, direttore di albergo, un uomo che aveva girato il mondo e che parlava molte lingue, si sono sposati. Ma subito dopo il matrimonio si lasciarono ancora prima della mia nascita”.

Perché?

“Le differenze culturali erano troppo grandi. Mio padre l’ho visto solo due volte in tutta la mia vita”.

Non c’era ancora il divorzio.

“No, che non c’era”.

L’ha cresciuta sua madre?

“La nonna. Mamma andò a lavorare a Valenza Po, tornava soltanto nei fine settimana. Quando avevo dieci anni a mia madre fu presentato un signore benestante di Torino, un vedovo che viveva di rendita”.

Presentato?

“Sì, come si usava allora: li presentò una donna del paese. E così andammo tutti a vivere a Torino, in Largo Orbassano. Era il 1956”.

Com’era questo patrigno?

“Diciamo che la mia presenza non era molto gradita. Tentò più volte di mettermi in collegio, ma mia madre si oppose. Un uomo avaro, spartano, io avrei tanto voluto studiare, ma lui si oppose”.

Sua madre era contenta di quest’uomo?

“Ni”.

Nella sua casa a Pisa (foto Vecchio)
Nella sua casa a Pisa (foto Vecchio) 

Come ha imparato le lingue?

“Frequentai dei corsi, poi a sedici anni venni assunta in un’azienda metalmeccanica che esportava all’estero, la Elli Zerboni. Chi sapeva le lingue era molto richiesto, io ricevevo continuamente offerte da altre imprese”.

E perché fa il concorso per la Farnesina?

“Perché volevo andare all’estero”.

E non serviva alcun titolo di studio?

“Oltre alla conoscenza delle lingue bisognava superare una prova di cultura generale. E così mi ritrovai a Roma”.

Lei è una figlia del boom economico.

“Sì, quell’Italia era così. Avevamo tutti una grande fiducia nell’avvenire”.

Come arriva al Quirinale?

“Cottafavi venne nominato ambasciatore a Teheran, e nel congedarsi passò a salutare Leone, con cui aveva collaborato alla Camera. Mi segnalò”.

Segretaria?

“No, i primi due anni li passai all’ufficio stampa, poi entrai nella segreteria particolare”.

Com’era Leone?

“Ti metteva a tuo agio. Io entravo sempre con un certo timore nella sua stanza e lui la prendeva alla larga per stemperare la tensione”.

Con Giovanni Leone al Quirinale negli anni Settanta
Con Giovanni Leone al Quirinale negli anni Settanta 

La presidenza Leone finì malissimo dopo l’inchiesta di Camilla Cederna.

“Non solo per quello, lì ci fu anche un gioco politico. Leone venne calunniato”.

Cosa ricorda?

“Una sera stavamo rivedendo un’intervista a Panorama, quando in fretta e furia dovemmo scrivere il discorso agli italiani con cui annunciava le sue dimissioni”.

Pertini è stato il suo presidente?

“Decisamente. Era avvolgente. Un giorno arrivò un mazzo di rose rosse dai compagni della Liguria, glieli portai, lui mi abbracciò, convinto che glieli avessi regalati io. “Ma che pensiero!” Non ebbi il coraggio di dirgli la verità. Uscita dalla stanza ne ordinai un mazzo, a mie spese, e gliele riportai a nome dei compagni liguri”.

Come spiega la popolarità di Pertini?

“Era autentico. La gente lo sentiva vicino. Dopo il terremoto in Irpinia disse “chiamatemi se avete bisogno”. Fummo travolti dalle telefonate, costretti a mettere una seconda linea. Poi il Mundial spagnolo lo consacrò”.

Non è stato un presidente populista?

“Quel Paese richiedeva quel tipo di messaggi. C’erano il terrorismo, le stragi, gli scandali, i sequestri, a lungo tememmo che le Brigate Rosse avrebbero colpito anche lui…”

Quei politici erano migliori di questi?

“Moro e Pertini senza alcun dubbio”.

Con Sandro Pertini
Con Sandro Pertini 

Come andò con Cossiga?

“Non ci fu empatia. Mi ritrovai presto ai margini. Preferii andarmene in piedi che rimanere in ginocchio”.

Andare dove?

“Al cerimoniale”.

Beh, al Quirinale è un posto importante.

“Cominciai a viaggiare col presidente”.

La personalità di Cossiga è un grande mistero.

“Una grande intelligenza deviata. Ricordo che nei viaggi raggiungeva i giornalisti nelle retrovie dell’aereo e cominciava ad esternare su tutto e tutti…”.

I giornalisti viaggiavano al seguito?

“Non è più così?”

Non più da anni.

“Noi ci allarmavamo ogni volta che il presidente si alzava”.

Poi arrivò Scalfaro.

“Un gentiluomo d’altri tempi. Sulla scaletta dell’aereo ci teneva sempre a darmi la precedenza”.

Con Oscar Luigi Scalfaro e la figlia Marianna
Con Oscar Luigi Scalfaro e la figlia Marianna 

Ciampi?

“Garbato, gentile, ma io ebbi più rapporti con la signora Franca, effervescente, diretta, senza peli sulla lingua : una volta alle Scuderie disse all’ambasciatore francese che la mostra non le era piaciuta per niente”.

Perché lasciò?

“Volevo occuparmi di mia madre malata. E forse non era più il mio tempo. Gifuni già una volta mi aveva convinta a restare”.

Il mitico segretario generale.

“Il classico meridionale di cuore. Tuoni e fulmini quando le cose non andavano bene, ma anche riconoscimenti affettuosi se si faceva bene un lavoro”.

Com’era lavorare con lui?

“Una volta fui in disaccordo col mio caposervizio sulla formulazione di una lettera, io ritenevo che occorresse più diplomazia. La mandammo a Gifuni e lui ce la rimandò indietro con l’annotazione: “Fate schifo’”.

Ora al Quirinale c’è Mattarella.

“Ogni volta che lo vediamo in tv con mio marito ci diciamo: “Meno male che c’è lui!” Sta tenendo insieme i brandelli politici con raro equilibrio”.

Avrebbe lavorato volentieri con Mattarella?

“Ci sono presidenti che ho rispettato e altri che ho amato. Mattarella l’avrei amato”.

I commenti dei lettori