È legatissimo al Festival di Sanremo, da quando, ragazzo, nel 1951, ascoltò la prima edizione con i genitori. «Eravamo in camera dei miei», racconta Renzo Arbore, «lo ascoltavamo alla radio che papà teneva sul comodino. Nilla Pizzi cantava Grazie dei fiori. Nel 1988 le ho reso omaggio con una versione ironica, Grazie dei fiori bis. L’importanza del festival è indiscussa, è come il Carnevale di Rio. Anche se lo critichi, finisci per amarlo. E per me Sanremo è sinonimo di Rai, su un’altra rete non avrebbe lo stesso impatto». C’è stato in gara, nel 1986, con Il clarinetto, lo ha celebrato con un programma di successo, Il caso Sanremo, ironico processo al festival: lui giudice, Michele Mirabella pubblica accusa e l’avvocato difensore Lino Banfi.
Arbore, l’ha colpita la notizia della sentenza del Tar?
«No, perché con le nozioni di Giurisprudenza che ho, data la laurea alla Federico II di Napoli, ho pensato che fosse un grande bluff. Si è sparso il panico perché qualsiasi cosa riguardi S…
È legatissimo al Festival di Sanremo, da quando, ragazzo, nel 1951, ascoltò la prima edizione con i genitori. «Eravamo in camera dei miei», racconta Renzo Arbore, «lo ascoltavamo alla radio che papà teneva sul comodino. Nilla Pizzi cantava Grazie dei fiori. Nel 1988 le ho reso omaggio con una versione ironica, Grazie dei fiori bis. L’importanza del festival è indiscussa, è come il Carnevale di Rio. Anche se lo critichi, finisci per amarlo. E per me Sanremo è sinonimo di Rai, su un’altra rete non avrebbe lo stesso impatto». C’è stato in gara, nel 1986, con Il clarinetto, lo ha celebrato con un programma di successo, Il caso Sanremo, ironico processo al festival: lui giudice, Michele Mirabella pubblica accusa e l’avvocato difensore Lino Banfi.
Arbore, l’ha colpita la notizia della sentenza del Tar?
«No, perché con le nozioni di Giurisprudenza che ho, data la laurea alla Federico II di Napoli, ho pensato che fosse un grande bluff. Si è sparso il panico perché qualsiasi cosa riguardi Sanremo comunque fa vendere e fa notizia. Non credo che possa avere basi legali: il festival è della Rai, che lo organizza da sempre, c’è una specie di usucapione».
Però non è proprio così: il Tar dice che va fatta una gara, la Rai non può andare avanti di default.
«Mah. Gli altri soggetti possono fare un altro festival, forse anche a Sanremo, ma non possono chiamarlo “festival della canzone italiana”. È acclarato che il format è del servizio pubblico».
Fantatelevisione, mettiamola così: se davvero si facesse la gara e vincessero Mediaset o Discovery, le farebbe impressione?
«Moltissimo. E mi dispiacerebbe. Nel bene e nel male, il festival organizzato dalla Rai ha accompagnato tutte le stagioni della nostra vita, il costume, la politica. Sempre criticato, è ancora la proiezione della società attraverso l’intrattenimento, che ha sempre veicolato tante cose».
La cultura passa anche per per l’estetica di certi show?
«Quello che rimane nella storia passa per i varietà con Raffaella Carrà, Corrado, Mina, Antonello Falqui, artisti come Panelli e Bice Valori. E poi le dico una cosa: Sanremo su un’altra rete non sarebbe la stessa cosa, non avrebbe la stessa potenza, perderebbe valore».
Crede ancora nel servizio pubblico?
«Sempre. Appartengo alla Rai, le sono rimasto fedele e non l’ho mai lasciata per questo. Perché credo nel servizio pubblico e nel suo valore educativo. Mi rendo conto, è una convinzione che suona antica, ma non lo è. Perché parliamo della più grande industria culturale».
La Rai ha esperienza, gestisce una macchina gigantesca. Ma pensa che Sky dopo l’esperienza di X Factor, o Mediaset con la competenza acquisita da Maria De Filippi con Amici non sarebbero in grado di fare il festival?
«Certo che sarebbero in grado, nessuno lo disconosce. Ma un festival intitolato alla canzone italiana a Sanremo è targato Rai, è un suo patrimonio. Potrebbero farne uno alternativo».
Dopo tanti anni Sanremo è ancora specchio del Paese?
«Sì, è legato ai tempi che abbiamo vissuto e che viviamo: la contestazione, il riflusso, gli anni di Benigni, di Grillo. Le canzoni hanno interpretato i tempi, a partire da Vola colomba per Trieste italiana. Il festival è un modo straordinario per rivivere gli anni che abbiamo vissuto».
Nel 1986 portò in gara “Il clarinetto”, si aspettava il successo?
«Ho avuto il merito di rilanciare la canzone umoristica, ferma dai tempi di Renato Carosone. Non ero ottimista, e invece il brano fu accolto dal pubblico, arrivò secondo».
L’edizione che ricorda con più affetto?
«Quella in cui ho fatto parte della commissione di Sanremo, nel 1968, l’anno dopo del suicidio di Luigi Tenco. Vinse Sergio Endrigo con Canzone per te. La morte di Tenco aveva inciso profondamente, bocciammo Meraviglioso, che era un inno alla vita. Ci sembrò inopportuno».
Pippo Baudo che ha significato per Sanremo?
«Pippo è Sanremo. Innanzitutto è stato un grande direttore artistico, ci si fidava delle sue scelte. Da appassionato di jazz guardavo il festival con la puzza sotto il naso, poi ho capito come non erano solo canzonette ma grandi canzoni. Dall’Ariston sono usciti capolavori — ne cito due E se domani, Almeno tu nell’universo — che hanno migliorato il gusto del pubblico. E non dimentichiamo Gianni Borgna, che sdoganò Sanremo».
Cosa augura a Carlo Conti?
«Può contare sull’affetto degli italiani per il festival, ha fatto una selezione accurata, da amministratore attento. Gli auguro di avere lo stesso successo di Amadeus. Ha dalla sua la professionalità e scelte musicali precise, con alcuni nomi che fanno notizia. La formula è quella».