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Lo show di Giorgia che torna alle origini, caduta la maschera della moderazione

Atreju 2024, l’intervento conclusivo di Giorgia Meloni

 

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L’illusione di una conversione al popolarismo europeo. Pensavano che si fosse moderata e istituzionalizzata ma non è andata così
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ROMA - «Esistiamo per smentirvi e stupirvi», dice Giorgia Meloni all’odiata sinistra, ai «gufi», a chi prova ad anteporre i fatti al racconto di un’Italia che corre, che sarebbe finalmente «tornata protagonista in Europa e nel mondo». Effettivamente stupire, ha stupito. Soprattutto quelli che pensavano si fosse convertita al popolarismo europeo, si fosse moderata, istituzionalizzata. Macchè. Io sono Giorgia e resto Giorgia. Ma nei trecento metri che separano in linea d’aria la vecchia Atreju d’opposizione, abbarbicata a Colle Oppio, dalla nuova Atreju ministeriale, nello spazio immenso del Circo Massimo, si misura tutta la distanza tra ieri e oggi. E non è solo questione di dimensioni, «l’Atreju di ieri sta a quella di oggi come Meloni sta a Crosetto», scherza la premier. La scanzonata e fascia gioventù che, con ironia, 20 anni fa prendeva in giro se stessa e persino i permalosi leader del centrodestra, quella che applaudiva sportivamente la sinistra sul palco, semplicemente non esist…

ROMA - «Esistiamo per smentirvi e stupirvi», dice Giorgia Meloni all’odiata sinistra, ai «gufi», a chi prova ad anteporre i fatti al racconto di un’Italia che corre, che sarebbe finalmente «tornata protagonista in Europa e nel mondo». Effettivamente stupire, ha stupito. Soprattutto quelli che pensavano si fosse convertita al popolarismo europeo, si fosse moderata, istituzionalizzata. Macchè. Io sono Giorgia e resto Giorgia. Ma nei trecento metri che separano in linea d’aria la vecchia Atreju d’opposizione, abbarbicata a Colle Oppio, dalla nuova Atreju ministeriale, nello spazio immenso del Circo Massimo, si misura tutta la distanza tra ieri e oggi. E non è solo questione di dimensioni, «l’Atreju di ieri sta a quella di oggi come Meloni sta a Crosetto», scherza la premier. La scanzonata e fascia gioventù che, con ironia, 20 anni fa prendeva in giro se stessa e persino i permalosi leader del centrodestra, quella che applaudiva sportivamente la sinistra sul palco, semplicemente non esiste più. Ha lasciato il posto a questi giovani invecchiati male, che si sono presi l’Italia ma sono pieni di rabbia perché le cose non girano nel verso giusto – «i centri in Albania funzioneranno, dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del governo» -, con un livore che si scarica persino su un signore di 85 anni come Prodi, due volte presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea.

Ecco la nuova Meloni, dopo soli due anni a palazzo Chigi. Con insulti alla leader d’opposizione, dichiaratamente omosessuale, che «fa la battaglia partigiana sui carri allegorici del gay pride». Attacchi al principale sindacato italiano, sul calco dell’argentino Milei, che li vuole sradicare con la motosega. Messaggi minacciosi ai magistrati che si permettono di far rispettare la legge contro la detenzione dei migranti in Albania, «senza pensare alle conseguenze di quelle decisioni totalmente irragionevoli». Ovvero che avvantaggerebbero «le organizzazioni criminali di trafficanti d’uomini». Cariche polemiche contro singoli giornalisti, come Roberto Saviano, «guru dell’antimafia», uno che gira da quindici anni con la scorta perché la camorra lo vuole morto.

Non è la presidente del Consiglio a salire sul palco, non è la premier di tutti gli italiani. È una zelig che ha indossato la sua ultima maschera, quella del trumpismo imperante, degli insulti agli avversari politici e alla stampa, agli imprenditori che si pensa non siano allineati. Una svolta che la rende spregiudicata. Saluta e manda «un abbraccio affettuoso alla piccola Yasmine, rimasta tenacemente in acqua, unica sopravvissuta al naufragio» del suo barchino. Sa che la storia ha colpito l’opinione pubblica. Ma si dimentica che Yasmine è stata salvata per miracolo da una nave di una Ong, uno di quei vascelli che il governo costringe a peripli assurdi della penisola italiana pur di tenerli lontani dall’area di soccorso. È la cattiveria di Trump che vuole andare a caccia di immigrati illegali «casa per casa». È il loro momento, hanno la Casa Bianca, i leader europeisti sono azzoppati, la presidente della Commissione Ue è appesa ai loro voti. «Questo è il tempo dei conservatori, in Italia, in Europa, in tutto il mondo», esulta Nicola Procaccini, un tempo portavoce della “ragazzina” ministra della Gioventù di Berlusconi.

Non c’è più bisogno di fingere di essere diversi. Avanti tutta. «Ai remi», li esorta Meloni. Non importa che il partito democratico abbia votato Raffaele Fitto come commissario e vice di Ursula von der Leyen, a differenza della Lega: la verità alternativa di Meloni è che «la sinistra ha cercato di azzoppare la nomina» dell’esponente FdI perché «per loro se non sei di sinistra non puoi fare il commissario europeo». Non conta il merito, i fatti non contano, non contano i risultati. Se la produzione industriale è ferma e il Pil arranca, non merita commento. Meglio rivendicare che «l’Italia per la prima volta nella storia è diventata la quarta nazione esportatrice al mondo».

Nel villaggio delle meraviglie è tutto un Magnificat, un gloria a Giorgia. All’ingresso c’è un maxi pannello con un mappamondo che segna, con una bandierina, le visite all’estero de «il Presidente del Consiglio». Persino le sue telefonate ai leader sono elencate una per una. Il culto della personalità c’era anche prima. Adesso però ha raggiunto delle vette nordcoreane, facendo sbiadire il ricordo delle adunate berlusconiane. Tutti srotolano la lingua, ogni intervento inizia con un grazie Giorgia. Giorgia che «profuma di popolo», come dice Paolo Del Debbio. «Eccola, eccola è arrivata… Giorgia! Un’emozione…», sospira dal palco il capogruppo Lucio Malan, che nemmeno quando era in Forza Italia: «Dio benedica l’Italia e Giorgia Meloni!». L’effetto è di una comicità involontaria, ma non se ne rendono conto. Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli esteri con Monti e ora senatore, si fa largo nella ressa per salutare Arianna Meloni. La scambia con un’altra bionda ma fa lo stesso, se ne va tutto contento per averle stretto la mano. I giovani del primo Atreju 1998 ci avrebbero riso sopra, adesso sono in fila pure loro per un selfie.

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