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Meloni da Atreju: “L’Albania funzionerà, noi meglio di loro. Prodi con me isterico”

Atreju 2024

 (ansa)

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Sipario sulla festa di FdI al Circo Massimo: discorso di un’ora per la leader che mena fendenti contro Schlein e Landini, Prodi e Saviano. “Dureremo fino al 2027 e oltre”. La difesa di Arianna
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ROMA — Una lunga serie di attacchi. Rivolti all’opposizione. Al sindacato. Al fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi. Giorgia Meloni chiude dal palco di Atreju la festa del partito. E lancia la sfida per il secondo tempo della legislatura: «L’anno che verrà sarà quello delle riforme che spaventano molti. Andremo avanti sul premierato, autonomia differenziata, fisco e giustizia». Ma il 2025, aggiunge, non sarà l’ultimo anno dell’esecutivo in carica, proiettato addirittura oltre il 2027: «Arriveremo compatti alla fine, e oltre».

I militanti sono tanti, al Circo Massimo. Vengono distribuite bandiere tricolore. Tutto è maxi: il palco, la tensostruttura del comizio, i cartelloni con lo slogan “La via italiana”, i costi dell’evento. Il discorso di Meloni segue un copione rigido: da una parte la destra schierata «con i lavoratori», dall’altra la Cgil e l’elite di sinistra che preferiscono «le grandi concentrazioni economiche». Sono quelli della «Ztl», i suoi «detrattori», pilastri di un «sistema…

ROMA — Una lunga serie di attacchi. Rivolti all’opposizione. Al sindacato. Al fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi. Giorgia Meloni chiude dal palco di Atreju la festa del partito. E lancia la sfida per il secondo tempo della legislatura: «L’anno che verrà sarà quello delle riforme che spaventano molti. Andremo avanti sul premierato, autonomia differenziata, fisco e giustizia». Ma il 2025, aggiunge, non sarà l’ultimo anno dell’esecutivo in carica, proiettato addirittura oltre il 2027: «Arriveremo compatti alla fine, e oltre».

I militanti sono tanti, al Circo Massimo. Vengono distribuite bandiere tricolore. Tutto è maxi: il palco, la tensostruttura del comizio, i cartelloni con lo slogan “La via italiana”, i costi dell’evento. Il discorso di Meloni segue un copione rigido: da una parte la destra schierata «con i lavoratori», dall’altra la Cgil e l’elite di sinistra che preferiscono «le grandi concentrazioni economiche». Sono quelli della «Ztl», i suoi «detrattori», pilastri di un «sistema» che tifa per lo spread: «Hanno scommesso sul nostro fallimento, ma hanno perso».

La presidente del Consiglio difende le azioni del governo, ma rivendica soprattutto risultati migliori dei suoi predecessori: «È possibile che non abbiamo fatto abbastanza, ma è certo che abbiamo fatto meglio di loro». È una tesi che la porta in rotta di collisione con il campo largo, il cui consenso è dato in crescita dagli ultimi sondaggi.

È il bersaglio su cui si concentra Meloni. A partire dalla leader del principale partito dello schieramento progressista, Elly Schlein. Alle critiche che arrivano dal Pd per i fondi insufficienti alla sanità, la premier replica: «Con quale faccia dite che non abbiamo fatto bene? La calcolatrice serve a voi». Poi aggiunge: «A Schlein si inceppa la lingua quando deve parlare di Stellantis. O forse è solo presa da altre priorità, come la battaglia contro il pericolo incombente del fascismo condotta a colpi di duetti rap con gli Articolo31 o di balli sui carri allegorici del gay pride». In ogni caso, aggiunge tornando sul dossier dell’automotive, «noi valutiamo le questioni nel merito, vale per Stellantis come vale per qualsiasi altra azienda che opera in Italia: se l’approccio è costruttivo e c’è la volontà di mantenere i livelli occupazionali e la produzione in Italia, noi faremo la nostra parte».

Non è Schlein il solo obiettivo, durante il comizio. Durissima è anche contro Romano Prodi, proprio mentre si ragiona della ricostruzione di un centro cattolico. «Quando ho letto gli improperi isterici che mi lancia da giorni, ho aperto una bottiglia del mio vino migliore e ho brindato a me stessa. Diverse cose fatte nella sua storia, dalla svendita dell’Iri all’ingresso della Cina nel Wto, dimostrano che di obbedienza se ne intende parecchio....». Ma anche Maurizio Landini è bersaglio della premier: «Se avessimo utilizzato noi i suoi toni, sarebbero arrivati i caschi blu dell’Onu». Per concludere, Meloni se la prende anche con Roberto Saviano, colpevole a suo dire di non aver lodato l’esecutivo per la lotta alla camorra portata avanti a Caivano: «I complimenti dei guru dell’antimafia alla Saviano li aspettiamo domani, fosse mai che non ci sia più nulla su cui fare una serie tv milionaria».

Il resto è rivendicazione del lavoro degli ultimi due anni. Anche quello che ha portato ad aprire gli hub per migranti in Albania, che per adesso restano vuoti: «Dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del governo, funzioneranno! – scandisce due volte urlando dal palco - Voglio combattere la mafia e chiedo a tutto lo Stato italiano, alle persone perbene, di aiutarmi. Non sono io il nemico». Ai giudici, invece, assicura che andrà fino in fondo con la separazione delle carriere, «una battaglia di civiltà».

Verso la fine del comizio, Meloni si proietta anche oltreconfine. Sostiene di aver garantito un’immagine di «stabilità» dell’Italia che ha portato sviluppo. Poi fa un cenno all’era di Donald Trump: «Con gli Usa saremo sempre alleati leali a prescindere da chi governa, ma in quanto donna di destra sono felice di poter dialogare con i conservatori americani». In platea la ascolta l’ex premier polacco e leader del Pis, Mateusz Morawiecki. A lui, Meloni assicura sostegno per la guida di Ecr in Europa, un attimo dopo aver annunciato le proprie dimissioni dalla presidenza dei Conservatori Ue.

Gli ultimi segnali sono in chiave interna. A difesa dei giovani di FdI oggetto dell’inchiesta di Fanpage – «colpiscono voi per colpire me» - e della sorella Arianna, citata dal palco: «Tra la nomina di un astronauta e di un ad di una multinazionale, tra la foga di dover piazzare amici e parenti, ha trovato anche il tempo di organizzare Atreju…». Alla fine inno nazionale, foto, militanti in estasi. Dopo un’ora di fendenti, è tempo di ballare con Rino Gaetano.

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