Piperno: “Il carcere di Evin è un incubo, in sette chiuse nella cella senti le urla giorno e notte”
dai nostri inviati Marco Carta , Romina MarcecaZagarolo – Duecentonove. È il braccio di Evin dove vengono rinchiusi gli oppositori politici. Alessia Piperno, travel planner romana e viaggiatrice per passione, ha trascorso lì un mese e mezzo. «Eravamo in sette in una cella di quattro metri per due. Da mangiare mi diedero pomodori marci e per scacciare la paura della morte contavo le lucine sul soffitto. Erano 628, accese tutto il giorno sulle nostre teste e sulle nostre vite», racconta seduta davanti a un caffè, mordicchia un labbro, il suo ragazzo le tiene una mano. Nel 2022 venne arrestata dagli uomini dei Servizi nel giorno del suo compleanno. Stava per entrare in una escape room, ironia della sorte. La notizia di Cecilia Sala l’ha fatta ripiombare nell’incubo iraniano.
Non è una giornata semplice per lei.
«Sono sotto shock, ho conosciuto Cecilia a un festival. Vorrei fare qualcosa per lei, abbracciare i suoi genitori e dirgli che ci sono. Solo io posso capire cosa sta vivendo. Mi auguro che non si trovi nel 209, è il setto…
Zagarolo – Duecentonove. È il braccio di Evin dove vengono rinchiusi gli oppositori politici. Alessia Piperno, travel planner romana e viaggiatrice per passione, ha trascorso lì un mese e mezzo. «Eravamo in sette in una cella di quattro metri per due. Da mangiare mi diedero pomodori marci e per scacciare la paura della morte contavo le lucine sul soffitto. Erano 628, accese tutto il giorno sulle nostre teste e sulle nostre vite», racconta seduta davanti a un caffè, mordicchia un labbro, il suo ragazzo le tiene una mano. Nel 2022 venne arrestata dagli uomini dei Servizi nel giorno del suo compleanno. Stava per entrare in una escape room, ironia della sorte. La notizia di Cecilia Sala l’ha fatta ripiombare nell’incubo iraniano.
Non è una giornata semplice per lei.
«Sono sotto shock, ho conosciuto Cecilia a un festival. Vorrei fare qualcosa per lei, abbracciare i suoi genitori e dirgli che ci sono. Solo io posso capire cosa sta vivendo. Mi auguro che non si trovi nel 209, è il settore peggiore anche se lei è una donna forte. I miei ricordi sono orribili. Le celle di Evin le capisci solo quando ci entri dentro».
Cioè?
«Non ci sono letti, dormi per terra in mezzo alle blatte, ai capelli e alle lacrime. C’è costantemente freddo perché non ti danno le coperte quando le chiedi. Ricordo quelle pareti bianche e una minuscola grata in alto dalla quale non vedevi il cielo. Per noi c’erano solo dieci minuti di aria per due volte a settimana. Quando chiesi un paio di slip puliti me ne tirarono contro uno ricoperto di feci. Quel gesto mi spezzò il cuore».
Alessia Piperno: "Penso a Cecilia Sala. In quella prigione non c'è nulla di bello, ma lei è forte"
Cosa accade quando si arriva in carcere?
«Ti tolgono tutto, ti danno dei fogli in “farsi” da firmare. Mi sono rifiutata, spero lo faccia anche Cecilia. Poi ti chiedono le password di tutti i social e delle mail. Bloccano anche Whatsapp. Ti interrogano con la faccia al muro e bendata anche per 12 ore. Per paura non avevo detto di essere di origini ebree, lo vennero a scoprire da una mail del 2012. Si arrabbiarono».
Come si sopravvive a Evin?
«Ho dovuto fare lo sciopero della fame per chiamare casa dopo quattro giorni. L’altra telefonata me la fecero fare dopo un mese quando finalmente arrivò una guardia che parlava inglese. Inizialmente le mie compagne di cella erano sospettose perché i poliziotti dicono che noi turisti siamo spie. Poi abbiamo iniziato a farci baffetti e sopracciglia sfilando i fili di lana dalle coperte per riuscire a continuare a vivere. Sui contenitori dei pasti in polistirolo segnavo con un dente del mio pettine i giorni che passavano. Il cibo si utilizzava per lasciare messaggi sulle pareti. Una mia compagna scrisse col ketchup “You are not alone”. Per andare in bagno dovevamo suonare un campanello, ma trascorreva del tempo».
Quali immagini sono ancora vivide nella sua mente?
«La tuta grigia che ci diedero da indossare all’entrata: ci puzzavi dentro. E poi i mocassini dell’uomo che mi arrestò. Erano neri, graffiati da un lato. Li vedevo da sotto la benda rossa che è stata la compagna della mia prigionia. Fu lo stesso che mi interrogò. Eravamo sempre bendate. All’ora d’aria, quando ci portavano al bagno, quando venivamo interrogate».
Quella benda l’ha portata con sé?
«Sì, è nel cassetto del mio comodino. L’ho portata via insieme a pochissime altre cose tra cui il mio spazzolino da denti e il mio pettine».
E cosa ricorda ancora?
«Gli applausi che si sentono nei corridoi quando qualcuno viene liberato. Quando sei dentro pensi che prima o poi l’applauso arriverà anche per te. Cecilia verrà travolta da quei battiti delle mani, ne sono certa».
È riuscita a far scivolare via la sua esperienza in Iran?
«Sì, quando hanno liberato a giugno scorso il mio amico francese Louis, che venne arrestato con me. È stato il momento in cui ho iniziato a guardare all’Iran in maniera diversa. Cioè non solo più come a un incubo durante il quale pensi anche al suicidio. Perché lì puoi perdere la testa».
Ha subito violenze?
«Io fisiche no ma le compagne iraniane sì. Continuamente. E dalla cella sentivi solo urla, tutto il giorno. Per questo essere impasticcate era l’unico modo per sfuggire alle grida».
Perché lei è stata drogata?
«Mi sono subito ribellata dentro al carcere. Ricordo quando mi dissero che mia madre era morta e che dovevo trascorrere lì dieci anni della mia vita. Mi tolsi la benda e lanciai una scarpa a una guardia, urlai “Siete tutti matti”. Quel giorno mi fecero bere un bicchiere d’acqua e mi addormentai di botto. Poi iniziarono a darmi pasticche quando arrivarono gli attacchi di panico. Cercavo di non prenderle perché vedevo gli effetti sulle compagne di cella. Poi mi arresi».