Alimardani: “Trappole per giornalisti o si adeguano o finiscono in prigione”
di Matteo PucciarelliMahsa Alimardani, senior program officer di Medioriente e Nordafrica dell'ong Article 19
MILANO. Mahsa Alimardani è senior program officer per Medioriente e Nordafrica di Article 19, ong inglese che si batte per la libertà di espressione e di informazione nel mondo. Conosceva la vicenda Sala da prima che fosse resa pubblica.
Sappiamo che l’Iran è uno dei Paesi più repressivi al mondo con la stampa, essere giornalista straniera e occidentale è un “crimine” ulteriore per Sala?
«Sì, purtroppo i giornalisti in Iran si muovono tra sottili linee rosse stabilite dal regime, quasi delle trappole. Il suo caso non è solo legato alla libertà di stampa, è un caso diplomatico che riguarda i rapporti tra governo italiano e regime».
E la sua condizione di donna può influenzare giudizio o trattamento delle autorità iraniane?
«Dipende da molte variabili. …
MILANO. Mahsa Alimardani è senior program officer per Medioriente e Nordafrica di Article 19, ong inglese che si batte per la libertà di espressione e di informazione nel mondo. Conosceva la vicenda Sala da prima che fosse resa pubblica.
Sappiamo che l’Iran è uno dei Paesi più repressivi al mondo con la stampa, essere giornalista straniera e occidentale è un “crimine” ulteriore per Sala?
«Sì, purtroppo i giornalisti in Iran si muovono tra sottili linee rosse stabilite dal regime, quasi delle trappole. Il suo caso non è solo legato alla libertà di stampa, è un caso diplomatico che riguarda i rapporti tra governo italiano e regime».
E la sua condizione di donna può influenzare giudizio o trattamento delle autorità iraniane?
«Dipende da molte variabili. Ci sono state persone con doppia nazionalità come Zahra Kazemi che sono state violentate e torturate fino a essere uccise durante la custodia. I resoconti di donne, attiviste per la vita e la libertà stuprate e torturate sono numerosi. Di recente, le prigioniere straniere o con doppia nazionalità sono state sottoposte a “tortura bianca”, di cui stiamo avendo la prova in questo caso. Cioè l’isolamento».
La vita per un giornalista iraniano invece com’è?
«Vivono come portavoce del regime, oppure si destreggiano per documentare la verità, subendo accuse sul piano penale. Molti di questi ultimi hanno scontato pene o lasciato l’Iran».
Secondo la sua esperienza, cosa potrebbe accaderle ora?
«La sua vicenda potrebbe seguire la stessa traiettoria di altri stranieri arrestati dal regime, come Jason Rezaian, Kylie Moore Gilbert, Nazanin Zaghari Ratcliffe, Anoosh Ashoor: accuse arbitrarie di spionaggio, propaganda contro lo Stato. Finché non si arriverà a un accordo che avvantaggi il regime, ad esempio con scambio di prigionieri o rilascio di fondi congelati».
Pensa che sia accettabile?
«La politica della diplomazia degli ostaggi è atroce, ma non è ancora stata trovata una soluzione diversa. Ci sono gruppi che lavorano su questo problema. In particolare uno fondato da ex ostaggi come Moore Gilbert e che si chiama “Hostage Aid”».
Secondo lei è positivo che la notizia della sua incarcerazione sia stata resa pubblica?
«La mia opinione avendo seguito questi casi da più di un decennio è che sì, è utile. Fare pressione pubblica sul regime è sempre buono, più attenzione sui prigionieri spesso significa miglior trattamento per loro. Anche se non è una scienza esatta».