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Corsa per i 4 giudici della Consulta. Asse Meloni-Schlein e poi i referendum

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La Corte costituzionale ha rinviato al 20 gennaio la data per la camera di consiglio sull’ammissibilità delle consultazioni su autonomia, Jobs Act, cittadinanza e appalti
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ROMA - Tutto precipitosamente per recuperare mesi e scrutini perduti, tutto sul filo dei minuti per stare nei termini di legge. Insomma all’italiana. E, ancora una volta, è la Corte Costituzionale a dover riparare – non senza implicite reprimende – ai vuoti della politica. Di fronte all’immagine, non esaltante, del Parlamento che in seduta comune si riunisce solo il 14, martedì, e finalmente promette fumata bianca per eleggere i quattro giudici costituzionali, la Consulta decide infine di allargare le braccia e «rinviare» la camera di consiglio sui referendum. Sottotesto della stringata nota arrivata ieri da Palazzo: sarà l’ultima opzione per consentire ai neo-eletti di partecipare ai lavori. Slitta quindi dal 13 al 20 gennaio l’udienza per decidere sull’ammissibilità delle consultazioni per autonomia differenziata, cittadinanza, Jobs act e appalti. Stavolta per eleggere i giudici serve il quorum dei tre quinti di Camera e Senato, 363 voti: alla prova dello scrutinio segreto, dentro l…

ROMA - Tutto precipitosamente per recuperare mesi e scrutini perduti, tutto sul filo dei minuti per stare nei termini di legge. Insomma all’italiana. E, ancora una volta, è la Corte Costituzionale a dover riparare – non senza implicite reprimende – ai vuoti della politica. Di fronte all’immagine, non esaltante, del Parlamento che in seduta comune si riunisce solo il 14, martedì, e finalmente promette fumata bianca per eleggere i quattro giudici costituzionali, la Consulta decide infine di allargare le braccia e «rinviare» la camera di consiglio sui referendum. Sottotesto della stringata nota arrivata ieri da Palazzo: sarà l’ultima opzione per consentire ai neo-eletti di partecipare ai lavori. Slitta quindi dal 13 al 20 gennaio l’udienza per decidere sull’ammissibilità delle consultazioni per autonomia differenziata, cittadinanza, Jobs act e appalti. Stavolta per eleggere i giudici serve il quorum dei tre quinti di Camera e Senato, 363 voti: alla prova dello scrutinio segreto, dentro lo schema ormai noto, da vecchia schedina, 2 alla maggioranza (FdI e FI), più 1 (al Pd), più 1 (condiviso tra i due schieramenti).

È il sottosegretario Alfredo Mantovano a tenere il filo del metodo, mentre nel fine settimana, al massimo lunedì, a chiudere il pacchetto saranno i contatti più diretti tra la premier Meloni e la segretaria Schlein. L’unico nome davvero certo? Solo quello in quota Giorgia: è Francesco Savero Marini, il prof che ha tenuto a battesimo il premierato (oltre che figlio d’arte, suo padre è Annibale, già presidente della Consulta). Clima non del tutto disteso internamente al Pd, dove sembrerebbe fatta per l’accademico dei Lincei, il professor Massimo Luciani, peraltro autore del ricorso della Puglia uscito vincente dall’offensiva sulla (demolita) legge Calderoli. L’area vicina alla leader dem continua a ritenere il più giovane Andrea Pertici una figura adatta al ruolo, mentre Elly sceglie una mediazione più morbida, tiene a portare a casa un risultato che tenga uniti tutti. Con un “profilo da costituzione antifascista”, che abbia idee chiare su coesione nazionale, autonomia, diritti.

Non a sinistra, ma salgono anche le quotazioni di due donne tra i candidati: col placet di Giuseppe Conte c’è la stimatissima avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, già al lavoro nei più diversi governi, dal primo Berlusconi a Draghi (e nuora dell’ex presidente della Corte costituzionale e senatore Dc Aldo Mazzini Sandulli) e poi la docente di diritto tributario Valeria Mastroiacovo, segretaria dell’Unione giuristi cattolici, profilo molto gradito a Palazzo Chigi, sebbene irritualmente la prof passerebbe da stanza a stanza nel Palazzo, essendo stata l’assistente del giudice costituzionale (in quota Lega), Luca Antonini. Entrambe valutate per il profilo del tecnico condiviso: ma tra gli ottimisti, spunta l’ipotesi che Forza Italia potrebbe puntare sull’avvocata Palmieri per elidere i suoi due aspiranti alla poltrona, ovvero il viceministro Paolo Francesco Sisto e il senatore Pierantonio Zanettin. Il leader e ministro Tajani si è riservato l’exploit dell’ultimo minuto: deciderà a mente fredda, meglio sulla neve, visto che oggi e domani guida l’evento a Roccaraso, “Azzurri in vetta”.

Se andasse male, su quattro toghe d’alto rango che escono (Silvana Sciarra, Augusto Barbera, Giulio Prosperetti, Franco Modugno) entrerebbe solo una donna.

È l’altra cattiva notizia, oltre al ritardo. E al gioco degli incastri in corso. Che forse spingerà persino il Quirinale a correre e fissare nel successivo weekend adempimenti, verifiche, giuramento.

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