La destra ha trovato il faro della sua egemonia culturale: Angelo Duro | Hanno tutti ragione
di Stefano CappelliniQuesto è il numero di venerdì 17 gennaio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Bisognerebbe andare a vedere questo film con Angelo Duro per verificare se, come tutto lascia credere, la destra ha finalmente trovato il suo faro artistico, il piede di porco dell'egemonia culturale, là dove Sangiuliano ha mollato prima di cominciare, con Giuli troppo aristocratico per trovare l’uscita dal labirinto evoliano e Castellitto che ha lasciato il Centro sperimentale di cinematografia prima di restaurare tutto Squitieri.
Bisognerebbe trovare il coraggio di spendere due ore per andare al cinema, al netto del parcheggio e del più lucido problema sollevato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno (“Non ho più il tempo di leggere e vedere serie tv”), e aumentare così gli incassi di Io sono la fine del mondo.
Diretto da Gennaro Nunziante, già regista dei più grandi successi cinematografici di Checco Zalone, sta s…
Questo è il numero di venerdì 17 gennaio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Bisognerebbe andare a vedere questo film con Angelo Duro per verificare se, come tutto lascia credere, la destra ha finalmente trovato il suo faro artistico, il piede di porco dell'egemonia culturale, là dove Sangiuliano ha mollato prima di cominciare, con Giuli troppo aristocratico per trovare l’uscita dal labirinto evoliano e Castellitto che ha lasciato il Centro sperimentale di cinematografia prima di restaurare tutto Squitieri.
Bisognerebbe trovare il coraggio di spendere due ore per andare al cinema, al netto del parcheggio e del più lucido problema sollevato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno (“Non ho più il tempo di leggere e vedere serie tv”), e aumentare così gli incassi di Io sono la fine del mondo.
Diretto da Gennaro Nunziante, già regista dei più grandi successi cinematografici di Checco Zalone, sta sbigliettando alla grande e portando al cinema un pubblico che s’immagina abbastanza diverso da quello che ha trainato i pochissimi altri film italiani di successo degli ultimi anni. Lì si sospirava per aspiranti suffragette e sartine protofemministe, qui alle sartine sarebbe riservata una battuta tipo: cuciti la bocca, donna.
Dice: ma che parliamo di un film senza averlo visto? Duro, che si vanta di essere antipatico e cattivo, direbbe: e che c’è bisogno di vederlo, un film dove il protagonista importa la sua cifra comica, fissità espressiva e tono monocorde? Uno come Duro, che è un formidabile tritovagliatore di motteggio da bar, delle sue battute direbbe: vista una, l’hai viste tutte.
Un artista alla Duro, che si definisce “politicamente scorretto”, categoria che oggi significa tutto e niente, spazia dalla lotta agli eccessi del woke fino alla rivendicazione di mettere la g nella parola nero, e per capire dove si colloca Duro sappiate che lui non ha paura di dire niente, uno come lui direbbe che distinguere una battuta di Duro dall’altra è come distinguere un giapponese da un cinese. Non li possiamo chiamare musi gialli solo per la cappa culturale che lo impedisce, ma sia chiaro che Duro non si fa impedire nulla.
Uno come Duro, che a Sanremo si mise in mutande convinto di essere a cavallo tra Duchamp e D'Annunzio, e non strappò una risata se non a qualche sedicenne in fase della ribellione, direbbe: te la buco questa cappa. Sempre con quella fissità espressiva che è il suo marchio attoriale, perché se il Clint Eastwood degli spaghetti western aveva solo due espressioni, con cappello e senza, Duro ne ha una sola anche se si mette il cappello.
Duro fa battute contro l’ambientalismo, l’educazione, la buona creanza, ringrazia i gay perché così ha più mercato con le donne (“Auguri e figli gay”, è un suo sketch) e non c’è da spiegare la differenza con Zalone - “Gli uomini sessuali/sono gente tale e quale come noi/noi normali/sanno ridere/sanno battere le mani/proprio come noi persone sani” – e Duro batte le mani da dio. Interessante questo fatto che lui e Zalone condividano il regista, il quale si sarà certo accorto che Zalone si travestiva per ridere delle bassezze di tutti, colti e no, impegnati e no, cretini e no, a Duro interessa solo adottarle le bassezze, tutte, indistintamente, e restituirle al pubblico con l’idea di sfidare l’ipocrisia e, già che ci siamo, il mainstream.
Ci voleva Duro per marcare lo spirito dei tempi, il vannaccismo, la richiesta di poter dire quello che dicono quasi tutti, però sentendosi eroi del libero pensiero. Vengono qui in Italia a fare i comodi loro. Si vestono così e poi si lamentano se le stuprano. Prima era al massimo Bagaglino, ora è Duro, il merlo maschio che a differenza di Lando Buzzanca – ultimo mito comico dell’ultradestra, ma purtroppo per il Msi Buzzanca non aveva grandi velleità intellettuali – è convinto di fare avanguardia culturale, e comunque la differenza principale resta che Buzzanca era un signor attore.
Duro dice alla gente che fa tutto schifo, specie la gente, e i più contenti di sentirselo dire sono quelli che più sarebbero utili a confermare la teoria, ansiosi di trovare nella cattiveria esibizionista di Duro una spiegazione al risentimento e alla frustrazione delle loro vite. Però parliamoci chiaro: vi fa ridere Duro, che altro dovreste chiedervi sulle vostre disgrazie?