“Era ora che si ricominciasse a parlare: siamo stati muti per troppo tempo, corrosi dal mito dell’uomo o della donna sola al comando. La democrazia si salva solo con la partecipazione”. È il padre dell’Ulivo, Romano Prodi, a suonare la carica alla platea di cattolici democratici riuniti a Milano per “iniziare un nuovo cammino insieme”. La risposta all’invito formulato sei mesi fa dal presidente della Cei, il cardinal Matteo Zuppi, alla cinquantesima edizione delle Settimane sociali a Trieste: i laici che si riconoscono nella dottrina della Chiesa devono tornare a impegnarsi nella polis, nella città dell’uomo, senza aspettare benedizioni o beneplaciti da parte delle gerarchie. Devono cioè rimettersi in marcia, dopo un lungo periodo di afasia, per far sentire la loro voce, pesare di più nella politica italiana, indicare priorità e parole d’ordine ormai smarrite in un dibattito pubblico sempre più sterile e conflittuale. Anche se “non penso a un partito dei cattolici”, precisa subito il …
“Era ora che si ricominciasse a parlare: siamo stati muti per troppo tempo, corrosi dal mito dell’uomo o della donna sola al comando. La democrazia si salva solo con la partecipazione”. È il padre dell’Ulivo, Romano Prodi, a suonare la carica alla platea di cattolici democratici riuniti a Milano per “iniziare un nuovo cammino insieme”. La risposta all’invito formulato sei mesi fa dal presidente della Cei, il cardinal Matteo Zuppi, alla cinquantesima edizione delle Settimane sociali a Trieste: i laici che si riconoscono nella dottrina della Chiesa devono tornare a impegnarsi nella polis, nella città dell’uomo, senza aspettare benedizioni o beneplaciti da parte delle gerarchie. Devono cioè rimettersi in marcia, dopo un lungo periodo di afasia, per far sentire la loro voce, pesare di più nella politica italiana, indicare priorità e parole d’ordine ormai smarrite in un dibattito pubblico sempre più sterile e conflittuale. Anche se “non penso a un partito dei cattolici”, precisa subito il Professore, “ma al necessario e indispensabile, anche se non sempre riconosciuto, contributo dei cattolici per la costruzione di un Paese più giusto, più dinamico, più capace di interpretare i grandi cambiamenti di oggi e di domani". Istanze che devono essere accolte e valorizzate dal Pd “se saprà capace di apertura e condivisione”. Un avviso neanche troppo velato a Elly Schlein.
Nasce “Comunità democratica”
Sotto la regia del senatore dem Graziano Delrio e dell’ultimo segretario del Partito popolare italiano Pierluigi Castagnetti - guest star l'ex direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini che molti vedono ora a capo di un rassemblement moderato e riformista, ora federatore del centrosinistra – un migliaio fra amministratori ed esponenti della società civile, del mondo delle professioni, del terzo settore, dell’associazionismo si sono ritrovati a Palazzo Lombardia per il debutto di “Comunità democratica”. Per contarsi e riaffermare i valori del cattolicesimo di matrice progressista. Anche se il come non è ancora chiaro: dando vita a una Cosa bianca ispirata all’appello sturziano dei “liberi e forti”, più volte citato e di cui proprio oggi ricorre l’anniversario? Provando a incidere di più, sotto forma di corrente organizzata, all’interno del Pd? O a spostare il baricentro del cosiddetto campo largo che appare troppo sbilanciato a sinistra? Di certo c’è che per adesso tutti i promotori dell’iniziativa, pur ammettendo il disagio di un’offerta politica che non li rappresenta, negano di voler resuscitare la Democrazia cristiana, magari in versione 2.0. Lo dice in maniera netta Delrio: "È l'inizio di un percorso - non di un partito - di sempre maggiore connessione con mondi che esistono e meritano di essere ascoltati ". Lo ribadisce Castagnetti: "Mi dispiace per le tante aspettative, ma dopo questo incontro non nascerà una forza politica nuova. Non ce n'è bisogno”, incalza, mentre in sala spunta Maria Elena Boschi, “venuta ad ascoltare con grande interesse”, seduta accanto ai parlamentari ex Margherita Guerini, Malpezzi e Gualmini.
Ruffini, “novello Prodi”
Ancora più esplicito Ruffini, visto da molti, qui, come un novello Prodi: "Non si tratta di costruire nuovi partiti, ma di coinvolgere nuovi elettori, andando a cercarli proprio in quella metà di popolazione che ha smesso di affidare alla politica la propria speranza, strappandoli via dall'astensionismo che è diventato la più grande forza politica del Paese ", spiega. Lui, una ricetta per battere Meloni e soci ce l’ha, e ha anche un “padre”: "David Sassoli è stato fondamentale nella costruzione di quella che viene chiamata la maggioranza Ursula che da due legislature governa l’Europa”, prosegue l’ex capo dell’agenzia fiscale, invitando a “riflettere su come quella maggioranza nata in un momento di necessità potrebbe diventare una scelta solida per essere alternativi alla destra". Un processo che dovrebbe partire dal basso, essere il più largo possibile: “La nostra democrazia”, spiega, “non ha bisogno di sedicenti super uomini, ma di cittadini liberi che ritrovino l'entusiasmo di partecipare. E di una classe politica capace di accoglierli con generosità". Un richiamo alla segretaria del Pd, a cui Ruffini sembra rivolgersi quando “con il massimo rispetto” si chiede: “Come possiamo tutti insieme uscire dalla mediocrità della politica? Nel campo delle opposizioni, qual è la proposta alternativa della sinistra? Qual è l'offerta, realmente competitiva, che avanza? Dove è stata discussa? Con chi? Quando? Non singole questioni, non emendamenti a soluzioni elaborate da altri. Ma una speranza sul futuro di questo Paese. Una visione larga, condivisa che è la sola a poter riportare la gente al voto. Da elettore di centrosinistra, mi sembra che tanto ancora si possa fare, ed elaborare, per offrire una proposta politica forte e convincente".
L’affondo di Sala
Una sorta di manifesto. In competizione, però, con quello di Beppe Sala, pure lui venuto a dire la sua. "Il problema è parlare a mondi che oggi sentiamo lontani, trovare nuovi programmi”, esordisce il sindaco di Milano. “Ruffini è molto bravo, molto esperto. Nasce, e questo può essere di grande utilità, in un contesto familiare profondamente politico”, la frecciata. "Lasciamo fare ai giornali questa narrazione dei federatori, di chi comanda – prosegue - mettiamoci attorno a un tavolo tra persone che dicono, 'io non voglio comandare'. Voglio essere uno di quelli che aiutano a cambiare. E siamo in tanti, troviamo le formule per mettere il nostro egoismo e parlare ai più". Perché, conclude Sala, "non manca la domanda, manca un po’ l'offerta". E nel dibattito fra chi sostiene la necessità di “sviluppare all’interno del Pd una voce diversa, ripeto, che non sia competitiva rispetto alla segreteria, ma che aggiunga qualcosa” e chi invece vedrebbe bene la nascita di un soggetto “al fianco del Pd”, ebbene “Io sono di questa seconda idea”, taglia corto il primo cittadino. Rivendicando di avere “un tormento: voglio vincere e non mi voglio rassegnare al fatto che, nella nostra comunità, ci sia questo senso di sconfitta ineluttabile, sia a livello di governo ma anche locale". Un dilemma che tuttavia Prodi sembra aver già risolto: "Come dimostra la sua tenuta e la sua indiscussa leadership all'interno dell'opposizione, il Pd è l'unico partito che per la sua forza è in grado di indicare strumenti, progetti, percorsi per costruire il futuro”. Ma servono le alleanze, avverte il professore, subito: "Dobbiamo prepararci per un confronto elettorale che fra due anni dovrà dar vita ad un governo di cambiamento, di progresso, di solidarietà e durare per l'intera prossima legislatura”. Un sogno, una speranza. E la platea applaude.