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Quale centro può servire alla sinistra

Graziano Delrio

Graziano Delrio

 
Il Pd era nato per riunire le famiglie del cattolicesimo post-democristiano e del socialismo post-comunista. Non ci è riuscito? Allora è il momento buono per una verifica

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Dunque l’ora del destino torna ancora una volta a battere nel cielo del centro. Sull’asse Milano-Orvieto, i “moderati” della Rive Gauche leveranno alta la loro voce in due convegni paralleli, tra record di affluenza e deficit di rappresentanza. Far pesare, nella battaglia delle idee, i valori del cattolicesimo democratico e i principi del liberalismo: se è questo, l’obiettivo è nobile. Soprattutto al confronto con le miserie umane e le macerie politiche prodotte dai tentativi “terzo-polisti” falliti in questi anni.

Non solo da Renzi e Calenda, ultimi della serie anche se numeri uno per egotismo e velleitarismo. Prima di loro, sui “grandi centri” poi ridotti a “centrini” si sono già intruppati i vari Dini e Casini, Cossiga e Mastella, Montezemolo e Monti. E con loro tutti quei dissennati anatomopatologi che — a forza di dissezionare la carcassa della Balena Bianca — hanno sognato di “rifare la Dc”. Disperdendosi in simboli vuoti e sigle estemporanee, tra Rinnovamenti italiani e Scelte civiche, passando per Udr e Udeur, Ccd e Udc. Senza mai considerare l’irripetibilità di quel “partitone” di centro che guardava a sinistra ma spesso anche a destra, e che si fece Stato tenendo insieme Fanfani e Forlani, Prandini e Zaccagnini, Andreotti e Moro.

Stavolta posta in gioco e “giocatori” sembrano più ambiziosi. A Milano, Comunità democratica guidata da Graziano Delrio schiera Ernesto Ruffini — ex direttore dell’Agenzia delle Entrate che inaugura la sua seconda vita citando De Gasperi e lanciando un libro-manifesto — ma soprattutto Romano Prodi — ieri fondatore dell’Ulivo, oggi fautore dell’allargamento dal basso del campo largo.

A Orvieto, Libertà eguale di Enrico Morando e Claudia Mancina può contare su Paolo Gentiloni, santo protettore dell’euro-progressismo ma già con le stimmate da federatore delle opposizioni. Da nessuno dei due raduni, per fortuna, verrà fuori un “nuovo partito dei cattolici”. Sarebbe fuori tempo e fuori luogo, con una Chiesa nuda e spogliata da ogni pretesa temporale da papa Francesco e un’Italia laica e affollata da atei devoti, dove la messa domenicale riguarda ormai solo il 17,9% della popolazione.

Almeno questo l’hanno capito, le anime in pena della diaspora democristiana. Lo scudocrociato è morto, e non risorgerà. Non risorgeranno i Comitati civici di Gedda, spediti nelle diocesi a indottrinare elettori per conto di Dio. E non risorgerà nemmeno il Codice di Camaldoli, nonostante l’influsso che esercitò sulla Costituzione del ’48 e sulla ricostruzione post-bellica.

C’è da chiedersi semmai se nell’afflato che unisce i due eventi aleggi almeno lo spirito di don Sturzo e del suo “Appello ai liberi e forti”, di cui oggi ricorrono i 106 anni. Il 18 gennaio 1919, all’albergo Santa Chiara, il padre del Partito popolare chiamava a raccolta tutti gli italiani che in quell’ora grave sentivano «il dovere di cooperare ai fini supremi della patria, senza pregiudizi né preconcetti», perché uniti insieme propugnassero “nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”.

Oggi cosa hanno in mente i convegnisti milanesi e orvietani? Anche loro partono già divisi. Comunità democratica ha un’impronta da post-sinistra Dc, atlantista quanto basta e proporzionalista, cristiana e bergogliana su pace e guerra, caritatevole su migrazioni ed economia. Libertà eguale ha una matrice più “americana” e riformista, maggioritaria e bipolarista, più liberal e più sensibile al mercato.

Quindi cosa li accomuna? Il sospetto da fugare è che il vero collante sia la malcelata insofferenza per la leadership del Pd, ormai troppo “di sinistra”. Matteo, il fu rottamatore, ha sentito subito odor di trama: «Sono tutti giochini per far fuori Elly Schlein». Se lo dice lui, massimo esperto del ramo, qualche dubbio viene.

La segretaria del Pd Elly Schlein
La segretaria del Pd Elly Schlein 

Sarebbe un’occasione sprecata, se tanto dispendio di energie precipitasse in una congiura contro la segretaria o si riducesse alla pretesa di qualche poltrona nell’attuale organigramma del partito o nella futura squadra ministeriale.

E sarebbe un errore politico, come avverte Marco Follini, se questa istanza “neo-centrista” tornasse più come un lamento che come una sfida; si limitasse al culto delle buone maniere; si concentrasse sulla rappresentazione insufficiente di un apparato invece che sulla rivendicazione intransigente di un programma, da difendere a costo di strappare il galateo o di rischiare l’isolamento.

Il tema del centro non è cosa chiedere, ma cosa offrire al Paese? Sacrosanto. Se i cattolici sono in sofferenza, fanno bene a porsi il problema, per non regalare pezzi del loro mondo all’astensione o alla destra. È doveroso mettersi all’ascolto della società e arginare la crisi della partecipazione.

È urgente ripensare al ruolo dello Stato, a istituti come welfare e scuola, ma anche a parole come famiglia e sicurezza, da sottrarre a inerzie nichiliste e derive lassiste. È essenziale discutere di come si costruisce una pace giusta, si concepisce l’Occidente nell’era di Trump e di Musk, si unisce l’Europa di Orbán e Meloni che manomette il pensiero di Moro per imbellettare il suo truce sovranismo.

C’è un Paese per avviarlo, quell’ascolto: è l’Italia. E c’è un luogo per farla, quella discussione: è il Pd. Era nato per riunire le famiglie del cattolicesimo post-democristiano e del socialismo post-comunista. Non ci è riuscito? Allora è il momento buono per una verifica (in altre ere geologiche avremmo detto “per un congresso”, ma suona troppo polveroso o pretenzioso).

Vanno benissimo le campagne quotidiane sulla sanità e il salario minimo. Ma per l’opposizione è ora di dare un orizzonte valoriale più vasto al suo combattere. Di offrire agli italiani un destino comune e un sogno collettivo che generi coesione e non divisione, come promette invece la velenosa semina delle destre moderne, abili come quelle passate a trasformare la paura in odio.

Berlinguer, nel 1977, chiamò a raccolta gli intellettuali, per un confronto che voleva includere e non escludere. Il Partito democratico è in grado di fare altrettanto adesso, dando un’anima e un corpo all’intero centrosinistra, o c’è di nuovo bisogno del trattino?

Al di là delle facili ironie sull’eterno “disagio dei cattolici” — che riaffiora dal Novecento come il giorno della marmotta tricolore — da quell’area può comunque arrivare un messaggio da raccogliere. Riguarda la nostra convivenza, il nostro modo di stare insieme, di condividere la res publica. Lo ha scritto su questo giornale il cardinale Zuppi: c’è bisogno di tornare dall’io al noi, e di ricostruire il rapporto tra élite e popolo, di proteggere la democrazia.

Nel 1979, in un libretto intitolato La ricomposizione dell’area cattolica in Italia, padre Bartolomeo Sorge tracciò un quadro drammatico del Paese, che sembra dipinto oggi. Decenni di vita democratica vissuti come “emergenza permanente”, politica ed economica. Poi una “crisi congiunta di civiltà e di cultura”, che non si risolve “solo restaurando i servizi segreti, rafforzando i corpi di polizia e inasprendo le pene detentive, se contemporaneamente non si vincono — a livello pre-politico e culturale — la sfiducia, la disperazione… e la disgregazione della coscienza sociale di cui oggi soffre l’Italia”.

Urge “un leale confronto culturale, che consenta il superamento degli assolutismi ideologici; una ricomposizione morale dei cittadini che, nel rispetto del legittimo pluralismo, si fondi sull’accettazione dei valori fondamentali della convivenza garantiti dalla Costituzione repubblicana; l’instaurazione di un rapporto diverso tra partiti e società; il potere visto come servizio alla comunità”.

Quarantasei anni dopo siamo ancora fermi lì. E colpisce come l’eco di quelle riflessioni sui beni comuni e le speranze collettive, la giustizia sociale e il patriottismo costituzionale — più che nelle tavole rotonde dei sedicenti “moderati” — risuoni solo nei discorsi di un altro grande cattolico democratico come Sergio Mattarella

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