Gentiloni avverte: “Il Pd deve parlare di sicurezza e potere d’acquisto”
di Francesco BeiOrvieto — E poi c’è Gentiloni. In questo freddo sabato di gennaio, in cui improvvisamente riparte il dibattito interno al centrosinistra, esce allo scoperto a Orvieto, all’assemblea di Libertà Eguale, anche l’ex premier e fondatore del Pd. Lo fa a modo suo, naturalmente, senza urlare e con quel tono un po’ scanzonato “alla romana”, quello per esempio che gli fa dire che non uscirà mai dal Pd perché «ma ‘ndo vai? questo è il mio mondo» e inoltre, come si dice, «extra ecclesiam nulla salus». Ovvero, chi ci ha provato in precedenza ed è uscito in cerca del centro non è che sia finito proprio bene. Ma, al di là delle battute, la sostanza è una denuncia severa delle mancanze del Pd. Dunque basta con le voci sul Gentiloni “federatore” del centrosinistra, la sua battaglia la farà ma dentro al Nazareno: «Il lavoro che abbiamo davanti nei prossimi mesi è quello di avere un Pd in cui l’anima, le idee i progetti riformisti siano fondamentali. Senza questo la credibilità di un’alternativa di gove…
Orvieto — E poi c’è Gentiloni. In questo freddo sabato di gennaio, in cui improvvisamente riparte il dibattito interno al centrosinistra, esce allo scoperto a Orvieto, all’assemblea di Libertà Eguale, anche l’ex premier e fondatore del Pd. Lo fa a modo suo, naturalmente, senza urlare e con quel tono un po’ scanzonato “alla romana”, quello per esempio che gli fa dire che non uscirà mai dal Pd perché «ma ‘ndo vai? questo è il mio mondo» e inoltre, come si dice, «extra ecclesiam nulla salus». Ovvero, chi ci ha provato in precedenza ed è uscito in cerca del centro non è che sia finito proprio bene. Ma, al di là delle battute, la sostanza è una denuncia severa delle mancanze del Pd. Dunque basta con le voci sul Gentiloni “federatore” del centrosinistra, la sua battaglia la farà ma dentro al Nazareno: «Il lavoro che abbiamo davanti nei prossimi mesi è quello di avere un Pd in cui l’anima, le idee i progetti riformisti siano fondamentali. Senza questo la credibilità di un’alternativa di governo non sarà mai sufficiente. Abbiamo una cosa bellissima da fare, io non aspiro a nessun ruolo, ma mi piacerebbe dare un contributo a questo lavoro».
Se poi Ernesto Ruffini o altri pensano di dar vita a una nuova Margherita o cose simili, prego si accomodino. Gentiloni non sarà della partita: «Dobbiamo riconoscere l’utilità e l’importanza se nascono delle forze moderate, perché non c’è autosufficienza da parte nostra. Però, la credibilità dell’alternativa non può essere data in outsourcing a queste formazioni». Ovvero è il Pd che deve ridiventare credibile come alternativa, perché oggi non lo è. «Non lo dico per fare la fronda — ci tiene a precisare — non lo dico in polemica con Elly Schlein, che anzi ha riattivato la presenza del Pd».
Eppure il problema esiste. Tanto che l’ex commissario Ue non si limita a evocare il tema, ma indica anche alcuni terreni concreti di attacco per una rinnovata iniziativa politica dem. Le aree sono tre: la sicurezza, il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, la questione industriale.
Le idee che espone Gentiloni non si sentono spesso dalle parti del Pd. Sicurezza: «Va considerata come un bene comune. Occuparsene non significa giocare in trasferta, perché l’insicurezza è uno dei temi che anche il nostro elettorale vive come fondamentali. Dobbiamo abituarci all’idea che noi siamo amici delle forze dell’ordine. Il poliziotto di quartiere, purtroppo l’aveva già detto Berlusconi, altrimenti sarebbe una proposta che dovremmo fare noi». Gli stipendi: «Non sono contrario al salario minimo e alla vicinanza agli ultimi. Ma dovremmo occuparci anche dei penultimi e del loro potere di acquisto». L’industria: «Sono due anni che la produzione industriale è ferma, ne vogliamo parlare? Il problema non sono le regole ambientali di Timmermans, che pure qualche errore l’avrà fatto, ma che l’attrezzatura italiana per affrontare le sfide dell’innovazione non funziona. Ma quale Transizione 5.0, mi verrebbe da dire, aridatece Calenda». La platea di Libertà Eguale, l’associazione dei riformisti del Pd che da 25 anni predica nel deserto, si spella le mani. Ci sono vecchie glorie come Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Claudia Mancina, Giorgio Tonini, Umberto Ranieri, gli intellettuali come Stefano Ceccanti, i grilli parlanti alla Giorgio Gori, con il quale Gentiloni dice di essere d’accordo «al 100 per 100». Spartiti diversi ma la musica è sempre la stessa. Quella che è cambiata è l’aria. «Veniamo qui ogni anno — si stupisce Ceccanti — e facciamo sempre fatica a riempire questa sala. Quest’anno non si riesce a far entrare tutti». Gentiloni coglie la palla al balzo e sprona all’azione sfoderando la battuta migliore della giornata: «C’è una stabilità del governo italiano lodata da molti. Dobbiamo stare attenti che a questo non risponda una stabilità dell’opposizione, che ci accomodiamo pensando che tutto sommato questa sia una condizione favorevole». Certo Meloni durerà fino alla scadenza, ma poi? «La fortuna dei governi in carica è molto scarsa, normalmente in questo contesto così complicato, perdono le elezioni». Dunque coraggio. Quanto a Ernesto Ruffini, Gentiloni intrattiene rapporti cordiali con l’homo novus del centrosinistra. «Mi ha inviato molto carinamente il suo intervento — confida — ma non ho ben capito quel passaggio sulla maggioranza Ursula. Se si riferiva all’Italia mi sembra improbabile. Comunque bisognerebbe chiedere a lui».