Il destino di Santanchè resta appeso a un filo. Meloni: “Le parlerò non ho le idee chiare”
dal nostro inviato Lorenzo De CiccoGEDDA — La Venere di Botticelli, quella di “Open to meraviglia”, spunta ancora in cima allo scalone del consolato italiano d’Arabia. Appesa, come il destino politico di Daniela Santanchè, che stasera approderà qui a Gedda, per una batteria di eventi sul turismo. Ieri sul Mar Rosso è atterrata la premier Giorgia Meloni, che ha anticipato di due giorni la trasferta saudita e che così non incrocerà la ministra rinviata a giudizio per falso in bilancio. Sulla banchina del porto islamico, accanto all’Amerigo Vespucci attraccato dalla Marina, la premier interviene per la prima volta sul caso politico che ha trasformato FdI in un paiolo dove da giorni cuociono rancori e rivalse. Tanti vogliono la testa della ministra. E Meloni, davanti a telecamere e taccuini, non la difende. Ma nemmeno la scarica apertamente. Tergiversa. Ammette, imbarazzata, di «non avere le idee chiare». Anche se dal rinvio a giudizio sono passati nove giorni. E la vicenda giudiziaria è nota da un anno e mezzo.
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GEDDA — La Venere di Botticelli, quella di “Open to meraviglia”, spunta ancora in cima allo scalone del consolato italiano d’Arabia. Appesa, come il destino politico di Daniela Santanchè, che stasera approderà qui a Gedda, per una batteria di eventi sul turismo. Ieri sul Mar Rosso è atterrata la premier Giorgia Meloni, che ha anticipato di due giorni la trasferta saudita e che così non incrocerà la ministra rinviata a giudizio per falso in bilancio. Sulla banchina del porto islamico, accanto all’Amerigo Vespucci attraccato dalla Marina, la premier interviene per la prima volta sul caso politico che ha trasformato FdI in un paiolo dove da giorni cuociono rancori e rivalse. Tanti vogliono la testa della ministra. E Meloni, davanti a telecamere e taccuini, non la difende. Ma nemmeno la scarica apertamente. Tergiversa. Ammette, imbarazzata, di «non avere le idee chiare». Anche se dal rinvio a giudizio sono passati nove giorni. E la vicenda giudiziaria è nota da un anno e mezzo.
La decisione del gup, sostiene la premier, «non giustifica essa stessa le dimissioni». Nega che sia in corso un braccio di ferro, anche se ammette che il suo lungo silenzio abbia alimentato varie tesi. Poi annuncia un incontro, che per Santanchè invece non sarebbe assolutamente necessario: «La vedrò per parlarle», dice Meloni. Se non l’ha fatto finora, sarebbe perché «non ho avuto giornate serenissime». In un passaggio Meloni loda la sua ministra: «Sta lavorando ottimamente». Ma fa capire che per Palazzo Chigi il caso non è chiuso: «La valutazione che va fatta è quanto tutto questo possa impattare sul suo lavoro». Una riflessione «che deve fare soprattutto lei», la “Santa”. Che però ha già detto in tutte le salse che si dimetterebbe solo per un secondo rinvio a giudizio, quello per la truffa all’Inps. Che eventualmente capiterebbe fra diversi mesi. Meloni vuole affrontare il nodo prima. Dice così: «La situazione è fluida». Ingarbugliata. Tanto che la premier prova a rovesciare le pressioni sulla minoranza, che insiste sulle dimissioni della “Pitonessa”, parlando di Chiara Appendino, vice di Conte e condannata in via definitiva e su un dem di Salerno arrestato mesi fa. Tutto per poter dire: «Da M5S e Schlein, lezioni anche no». «Amichettismo, un tempo Meloni non ne faceva una questione di gradi di giudizio», replica Giuseppe Conte. Gli stellati chiedono di calendarizzare subito la mozione di sfiducia contro la titolare del Turismo. Quando? Deciderà mercoledì la capigruppo. FdI vorrebbe tirarla per le lunghe, per non appoggiare in blocco la ministra a «valutazione» ancora in corso. Santanchè da par suo non vede l’ora che sia messa ai voti, per blindarsi. Si vedrà.
Da Gedda, Meloni interviene anche sulla mobilitazione dei magistrati contro la separazione delle carriere. «Proteste legittime, ma sono rammaricata per questo atteggiamento dell’Anm per cui ogni riforma della giustizia è un’apocalisse, bisogna sempre criticare senza se e senza ma». Non ha in testa ripensamenti, comunque. Anzi, rilancia tirando in ballo la Costituzione, interpretandola così: «I cittadini decidono attraverso i programmi di chi vince le elezioni quali debbano essere le scelte della politica. Non trovo invece nella Costituzione che la giustizia non si possa riformare». Replica l’Anm: «Mai nessuna apertura al dialogo da Meloni».
La premier non ne ha solo per i magistrati italiani. Sfida anche quelli dell’Aja, della corte penale internazionale, attaccati pochi giorni fa pure da Donald Trump. Perché dall’Arabia - dove oggi incontrerà il principe ereditario Mohammed bin Salman - Meloni rompe il silenzio sul caso Almasri, il capo della polizia libica arrestato in Italia su mandato della Cpi e poi rilasciato. Il governo, sostiene, non ha avuto responsabilità sulla scarcerazione, «disposta dalla corte d’appello di Roma». Il volo di Stato con cui è stato riportato in Libia? «Ragioni di sicurezza, era pericoloso, è una prassi». Sin qui la difesa dalla sfilza di critiche dell’opposizione. Ma la premier attacca anche i togati dell’Aja. «Vogliono spiegazioni? Le chiederemo noi alla corte: perché ci ha messo mesi a spiccare questo mandato di arresto quando Almasri aveva attraversato almeno tre Paesi europei?». Il libico è accusato di omicidi, torture, rapimenti. Per Meloni, che dichiarava di voler inseguire i ras delle tratte su tutto il globo terracqueo, però, «non si parla di un trafficante».