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Nordio rincara e i magistrati abbandonano l’aula a Napoli

La protesta a Napoli

 

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Tutti in piedi appena il Guardasigilli inizia a parlare sul palco del Salone dei Busti, a Castel Capuano
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NAPOLI — Come ventitré anni fa. Anzi no, come nel 2005, o 2010. Napoli di nuovo capitale del dissenso. «Ma no, oggi siamo molti di più. E poi in quelle trincee anti-berlusconiane eravamo divisi, qui siamo tutti insieme: giovani, vecchi, di destra, di sinistra, uditori, pensionati di rango, c’è perfino Gigi Scotti, il nostro ex ministro, a novant’anni suonati». Sono una massa, in effetti. E pesano anche le assenze: come quella del procuratore capo, Nicola Gratteri, che spiegherà di aver disertato la cerimonia, per la prima volta, in segno di protesta contro «le aggressioni gratuite» di Nordio e della destra. Tutti gli altri, scattano in piedi appena il Guardasigilli apre bocca laggiù, sul palco, in fondo al settecentesco e dorato Salone dei Busti, a Castel Capuano. Bisbigli lievi: «È il momento, ci siamo».

Sono almeno quattrocento. Gli voltano le spalle, scostano le sedie, riaggiustano la toga sulle spalle e ritti, coccardina tricolore bene in vista sul petto, schierano con la destra, …

NAPOLI — Come ventitré anni fa. Anzi no, come nel 2005, o 2010. Napoli di nuovo capitale del dissenso. «Ma no, oggi siamo molti di più. E poi in quelle trincee anti-berlusconiane eravamo divisi, qui siamo tutti insieme: giovani, vecchi, di destra, di sinistra, uditori, pensionati di rango, c’è perfino Gigi Scotti, il nostro ex ministro, a novant’anni suonati». Sono una massa, in effetti. E pesano anche le assenze: come quella del procuratore capo, Nicola Gratteri, che spiegherà di aver disertato la cerimonia, per la prima volta, in segno di protesta contro «le aggressioni gratuite» di Nordio e della destra. Tutti gli altri, scattano in piedi appena il Guardasigilli apre bocca laggiù, sul palco, in fondo al settecentesco e dorato Salone dei Busti, a Castel Capuano. Bisbigli lievi: «È il momento, ci siamo».

Sono almeno quattrocento. Gli voltano le spalle, scostano le sedie, riaggiustano la toga sulle spalle e ritti, coccardina tricolore bene in vista sul petto, schierano con la destra, verso l’alto, la più semplice e la più potente delle armi, quella «che non chiede grida né rumore» sussurra una giudice del Tribunale, quella fatta del «testamento di centomila morti per la libertà e la dignità», come hanno scritto sei pm su un cartello firmato Calamandrei. Con la Costituzione a guidarli muovono compatti, si prendono i loro minuti, determinati, composti fino alla grande porta, sciamando poi lungo lo scalone in piperno e finalmente in cortile (per rientrare dopo). Ma dietro il loro impeccabile silenzio resta l’eco di uno schiaffo.

Anche perché, come per magia, anche lì in fondo, attorno al Guardasigilli che continua a parlare, fioriscono altre Costituzioni, sono esposte come uno scudo dalle toghe rosse, però rimaste ai loro posti, sul palco di rito. «Apprezzo la compostezza con cui è espresso il dissenso» nota lo stesso ministro. Che rincara la dose, riafferma la «necessità di temperare il colossale potere» dei pm. Ricorda loro che occorrono «umiltà e buon senso, che non si insegnano all’università, non si scrivono nelle leggi, si imparano». Tuttavia. «Questa riforma non è punitiva. Vi pare che, avendo io fatto per 40 anni il pm per essere libero e indipendente, vorrei un pm sottoposto al potere esecutivo? Non avverrà in mio nome», aggiunge Nordio, che intanto è come circondato. Copertine della Costituzione ovunque intorno a lui. E per quanto si possa stringere o rimpicciolire la foto ministeriale, non c’è un solo scatto di Nordio che, a Napoli, non tenga dentro tutto: il Guardasigilli e i magistrati sul piede di guerra, la legge e la giustizia.

Gli viene incontro però l’applauso scrosciante di tanti avvocati, e i cori di “bravo” per Nordio lanciati tutti da un euforico Amedeo Laboccetta, storia controversa di ex missino napoletano, custode di battaglie e segreti, oggi leader di Polo Sud. Ma alla conta finale, le ovazioni sono per le parole di battaglia e mobilitazione.

Il Procuratore generale, Aldo Policastro, scandisce che la separazione delle carriere «allarma tutta la magistratura, scardina l’assetto costituzionale del potere giudiziario, mette fortemente in pericolo l’indipendenza dei magistrati», e questo nonostante la presidente di Corte d’Appello, Maria Rosaria Covelli, lo interrompa per invitarlo a stare nei tempi (piccolo incidente che non passa inosservato, stigmatizzato da tanti). Applausi prolungati anche per il consigliere del Csm, Edoardo Cilenti, non solo quando boccia «una riforma che restituisce un quadro di esplicita sfiducia e complessivo svilimento», ma anche quando mette all’indice la destra per «gli attacchi personali, con intromissione nel loro privato, subiti dai giudici di Bologna» dopo le mancate convalide sui migranti. C’è anche Alessandra Maddalena, vicepresidente nazionale dell’Anm, e giudice di Corte d’Appello in toga rossa che ha esposto la Costituzione mentre Nordio parlava. «Le immagini di questa inaugurazione parlano da sole - spiega- a tracciare il solco con la magistratura italiana non è solo la riforma, non sono state solo le parole inaccettabili di Nordio pronunciate in Senato l’altro giorno, ma l’opera di quotidiana pressante delegittimazione che stiamo subendo». Il sigillo da Napoli lo pone a sera il procuratore Gratteri: «Perché non ero nel salone dei Busti? Perché in questo tempo, mesi e anni, nessuno ha chiesto e ha voluto un confronto per discutere sul piano pratico, tecnico e giuridico della riforma. E perché le parole del ministro contro i pm “superpoliziotti senza controllo” sono aggressioni gratuite. Allora meglio rimanere in ufficio a lavorare».

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