Tricolori, sedie vuote e Costituzione in vista: così in tutta Italia la protesta dei giudici
di Gabriella CeramiRoma — Quando i rappresentanti del governo prendono la parola le sedie vuote sono molte di più di quelle occupate. Senza esitare, giudici e pubblici ministeri si alzano e voltano le spalle ai rappresentanti del governo in segno di protesta contro, soprattutto, la riforma che prevede la separazione delle carriere. Indossando la toga e tenendo in mano una copia della Costituzione lasciano, quasi in contemporanea in tutta Italia, le 26 aule delle Corti d’appello, da Nord a Sud, dove ieri mattina era in corso l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Così è andata in scena la prima grande manifestazione organizzata dall’Associazione nazionale magistrati. Una prova generale di compattezza prima dello sciopero delle toghe fissato il 27 febbraio.
A Roma c’è il sottosegretario alla pres…
Roma — Quando i rappresentanti del governo prendono la parola le sedie vuote sono molte di più di quelle occupate. Senza esitare, giudici e pubblici ministeri si alzano e voltano le spalle ai rappresentanti del governo in segno di protesta contro, soprattutto, la riforma che prevede la separazione delle carriere. Indossando la toga e tenendo in mano una copia della Costituzione lasciano, quasi in contemporanea in tutta Italia, le 26 aule delle Corti d’appello, da Nord a Sud, dove ieri mattina era in corso l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Così è andata in scena la prima grande manifestazione organizzata dall’Associazione nazionale magistrati. Una prova generale di compattezza prima dello sciopero delle toghe fissato il 27 febbraio.
A Roma c’è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. «Non vorrei disturbare l’uscita» dice prima di iniziare il suo intervento nel vedere i giudici che in silenzio lasciano l’aula. E poi aggiunge: «Abbandonare il tavolo mostra debolezza. Chiedo alla magistratura di non rifiutare l’invito del governo al confronto». Ma poco prima era stato il presidente della Corte d’appello, Giuseppe Meliadò, a parlare di «riforme varate con incessante frenesia dal legislatore che non sono in grado di aggredire il nodo dell’efficienza della giurisdizione».
Su tutte le scalinate dei tribunali ci sono cartelli con frasi di Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti: «Se volete andare in pellegrinaggio dove è una nata la Costituzione andate sulle montagne, nelle carceri, nei campi, dovunque è morto un italiano per riscattare la nostra libertà». A Catania, nei manifesti, si leggono anche frasi di Luigi Sturzo, Sandro Pertini, Liliana Segre e Roberto Benigni. E poi ombrelli tricolore, con gli articoli della Costituzione. A Bologna un centinaio di magistrati espongono i cartelli «Uniti non separati» per dire no, ancora una volta, alla separazione delle carriere. Tanti i componenti del Consiglio superiore della magistratura che, nel prendere la parola, criticano il governo. Tra questi il consigliere Ernesto Carbone che osserva come «i problemi della giustizia siano sostanzialmente due: i tempi lunghi e gli errori giudiziari. E non si risolvono con la separazione delle carriere e il doppio Csm».
La magistratura ribolle e non poteva restare in silenzio dopo gli attacchi del Guardasigilli Carlo Nordio, che ha definito i pm «superpoliziotti» che inventano le indagini. «I comportamenti rappresentati costituiscono un reato. Se il ministro ha dei fatti io sono qui, li raccoglierò. Ha detto queste cose in Parlamento e non in un salotto», afferma il procuratore generale di Bari Leone De Castris e poco dopo anche qui i colleghi lasciano l’aula. A Torino il presidente Edoardo Barelli Innocenti considera una «barbarie aggredire i magistrati». E il procuratore generale di Firenze Ettore Squillace Greco parla di «intolleranza e intimidazioni». A Milano è forte il colpo d’occhio di giudici e pm schierati sulla scalinata del Palazzo di giustizia con in mano gli striscioni. Il presidente della Corte d’appello Giuseppe Ondei avverte il governo: «La magistratura non potrà mai tacere laddove dovessero manifestarsi evidenti intenzioni di limitarne il raggio d’azione». Ed è in queste stanze che il membro togato del Csm Dario Scaletta cita le parole «Resistere, resistere, resistere» pronunciate da Francesco Saverio Borrelli, procuratore capo al tempo di Mani Pulite. Un ritorno ai tempi più duri dello scontro tra politica e magistratura.