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Arcuri prosciolto per le mascherine: “Sentenza liberatoria”

Domenico Arcuri

 

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Era accusato di abuso di ufficio. Il gup di Roma interpella la Corte Costituzionale sul traffico di influenze
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«Un gorgo maleodorante di affari» lo definivano l’attuale sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro e il deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, il giorno della notifica dell’avviso di garanzia. «Presto mi sostituirà nelle aule di tribunale» vaticinava, ironico, il vice premier Matteo Salvini. Non sbagliava. Cinque anni dopo i fatti. E sedici mesi dopo aver chiesto, senza fortuna, di essere processato con il rito abbreviato per essere assolto nel merito, l’ex commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, è stato prosciolto dal tribunale di Roma. Nessun reato sulla fornitura di mascherine dalla Cina nella prima fase dell’emergenza pandemica. Arcuri è stato prosciolto, come chiesto dal pm, perché «il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Arcuri era infatti imputato per abuso di ufficio, un reato ora abolito su volontà del governo Meloni. Gli stessi che brindavano il giorno dell’avvio dell’indagine.

In realtà Arcuri ha cercato in tutte la …

«Un gorgo maleodorante di affari» lo definivano l’attuale sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro e il deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, il giorno della notifica dell’avviso di garanzia. «Presto mi sostituirà nelle aule di tribunale» vaticinava, ironico, il vice premier Matteo Salvini. Non sbagliava. Cinque anni dopo i fatti. E sedici mesi dopo aver chiesto, senza fortuna, di essere processato con il rito abbreviato per essere assolto nel merito, l’ex commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, è stato prosciolto dal tribunale di Roma. Nessun reato sulla fornitura di mascherine dalla Cina nella prima fase dell’emergenza pandemica. Arcuri è stato prosciolto, come chiesto dal pm, perché «il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Arcuri era infatti imputato per abuso di ufficio, un reato ora abolito su volontà del governo Meloni. Gli stessi che brindavano il giorno dell’avvio dell’indagine.

In realtà Arcuri ha cercato in tutte la maniere di evitare questo epilogo. Voleva l’assoluzione nel merito. Quando il parlamento aveva cominciato a discutere di una possibile cancellazione dell’abuso, l’ex commissario all’emergenza - assistito dall’avvocato Grazia Volo – aveva chiesto il rito abbreviato. E poi, in quasi due anni di udienze preliminari, aveva sollecitato una decisione. «Una sentenza liberatoria che arriva con ritardo» dice l’avvocato Volo. «Avevo chiesto l’abbreviato il 15 settembre 2023 per ottenere l’assoluzione nel merito. Faticosamente, per via di molti rinvii, sono riuscita a discuterlo il 15 aprile 2024, portando all’attenzione del giudice tutto gli argomenti che dimostravano l’insussistenza dei fatti contestati. Non ho mai invocato una legge salvifica ma sono sempre stata convinta della piena e totale innocenza di Arcuri».

L’inchiesta era nata dall’acquisto di 800 milioni di dispositivi di protezione individuale, valore di mercato 1,25 miliardi, che nell’impostazione iniziale della procura sarebbero state pericolose per la salute perché non avrebbero avuto tutte i certificati in regola, malgrado fossero stati approvati dal Cts. In realtà la situazione era più complessa, con analisi effettuate da laboratori non sempre certificati e in contrasto tra loro: alla fine, i magistrati non hanno disposto subito l’incidente probatorio e le mascherine sono rimaste nei depositi. Quando lo hanno chiesto, anni dopo, non è stato possibile avere un riscontro oggettivo perché troppo tempo era passato dal momento del sequestro, avvenuto cinque anni fa, e le mascherine erano ormai scadute. Dunque: impossibile sapere con certezza la qualità dei dispositivi.

Di questo e di altro è possibile che se ne discuta nella commissione bicamerale sul Covid fortemente voluta dal centrodestra dove Arcuri ha parlato nelle scorse settimane e tornerà a breve. L’ex commissario non era però l’unico imputato nel processo. Una decina di imprenditori, che hanno scelto il rito ordinario e per i quali il tribunale deve decidere il rinvio a giudizio, sono accusati di traffico di influenze per aver interagito con la stazione appaltante.

Ma per loro il processo si è bloccato: il tribunale, raccogliendo la richiesta della procura, ha sollevato la questione di costituzionalità sull’attuale formulazione del reato di traffico d’influenze, voluto dal governo Meloni e approvato dal parlamento. I pm avevano sostenuto che, così com’è scritto ora il reato, è inapplicabile nei casi in cui il traffico di influenze è finalizzato a far commettere un abuso di ufficio al pubblico ufficiale. Non esistendo più l’abuso non potrebbe più esistere il traffico andando così in contrasto con la normativa europea. Per la decisione della Corte serviranno mesi. Il processo a quel punto potrebbe già essere a un passo dalla prescrizione.

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