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Salvini ottiene il sì di Giorgetti sulla rottamazione

(ansa)

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In Consiglio federale il ministro concede il suo assenso all’operazione. I dubbi degli alleati
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«Sentiamo cosa dice Giancarlo». Quando Matteo Salvini consegna la pace fiscale al giudizio del ministro dell’Economia, la prima linea dei leghisti riunita nella sala Salvadori di Montecitorio si fa attenta. È lui, Giancarlo Giorgetti, che deve dire se le casse dello Stato possono sostenere la crociata fiscale della rottamazione delle cartelle. «È sostenibile, si può fare», dice il titolare del Tesoro. Con le dovete cautele, aggiunge subito dopo. La prudenza ha a che fare con i conti pubblici: attenzione a non strafare, è il senso del messaggio.

È un sì politico quello di Giorgetti. Pesa perché arriva durante la riunione del Consiglio federale del Carroccio. E perché rompe giorni di silenzio. Lui, il guardiano dei conti, conferma lo spoiler di alcuni deputati quando si appresta a lasciare la Camera. «Non smentisco», risponde ai giornalisti che gli chiedono se è d’accordo con la rottamazione. Oltre non si spinge. Non dà numeri, ma rassicura sui lavori in corso al Mef, dove il dossi…

«Sentiamo cosa dice Giancarlo». Quando Matteo Salvini consegna la pace fiscale al giudizio del ministro dell’Economia, la prima linea dei leghisti riunita nella sala Salvadori di Montecitorio si fa attenta. È lui, Giancarlo Giorgetti, che deve dire se le casse dello Stato possono sostenere la crociata fiscale della rottamazione delle cartelle. «È sostenibile, si può fare», dice il titolare del Tesoro. Con le dovete cautele, aggiunge subito dopo. La prudenza ha a che fare con i conti pubblici: attenzione a non strafare, è il senso del messaggio.

È un sì politico quello di Giorgetti. Pesa perché arriva durante la riunione del Consiglio federale del Carroccio. E perché rompe giorni di silenzio. Lui, il guardiano dei conti, conferma lo spoiler di alcuni deputati quando si appresta a lasciare la Camera. «Non smentisco», risponde ai giornalisti che gli chiedono se è d’accordo con la rottamazione. Oltre non si spinge. Non dà numeri, ma rassicura sui lavori in corso al Mef, dove il dossier è già sul tavolo della Ragioneria Daria Perrotta. Saranno le stime dei tecnici a fissare il perimetro della rottamazione. E a dire se e come sarà possibile dare forma a un paletto che il ministro ritiene fondamentale: il pagamento agevolato delle cartelle solo per chi è in difficoltà economiche. Non l’evasore: una distinzione che avrebbe messo in luce contrapponendo chi non paga le tasse e ha la Porsche in garage a chi non è riuscito a saldare i debiti con il Fisco maturati dopo aver presentato una dichiarazione dei redditi corretta.

C’è anche un’altra questione che Salvini deve risolvere: i dubbi degli alleati. Per questo durante la riunione a Montecitorio affiora l’ipotesi di affidare la pace fiscale a un decreto, espressione di una volontà comune del governo, e non ai due disegni di legge depositati alla Camera e al Senato a firma Lega. È Giorgetti a spiegare che bisogna coinvolgere il suo vice, Maurizio Leo, in quota FdI, perché è lui che ha la delega al fisco.

Su una cosa il leader del Carroccio non è disposto a trattare: i tempi. Ai suoi ribadisce che la scadenza è fissata per la primavera. Poi tocca alla politica interna. Chi si aspettava la comunicazione della data del congresso è rimasto deluso. Annunciato lo scorso anno dal segretario federale per inizio 2025, poi slittato a febbraio, ora l’ultima versione di Salvini è che se ne riparla «in primavera». Non c’è ancora un luogo definito - ma pare di capire che il congresso non si terrà a Milano, l’ultimo vero fu a Parma nel 2017 ma era ancora la Lega Nord - né uno schema definito di regole congressuali per l’elezione dei delegati. In mezzo però si terranno tre assemblee programmatiche aperte a militanti e sostenitori in Veneto, Marche e Campania, mossa che a diversi è apparsa per l’appunto dilatoria. Salvini infatti vuole arrivare a congresso sicuro di aver sistemato la questione veneta, con il via libera al quarto mandato per Luca Zaia oppure comunque di un leghista come candidato presidente. Per la ?iga la faccenda è dirimente, nessuno è disposto a mollare né ad accettare compromessi al ribasso del “Capitano”.

Altro punto discusso, la concorrenza del Patto per il Nord, associazione fondata da ex di peso come Paolo Grimoldi, Giancarlo Pagliarini e Roberto Castelli. Non è (ancora?) un partito, ma chi ha la tessera leghista e partecipa alle iniziative dei “pattisti” sarà fuori. «Vogliamo fungere da sindacato del nord qual era la Lega e questo evidentemente dà fastidio e preoccupa. Fi crea la componente Forza Nord, di settentrione ne parla Beppe Sala nel Pd, solo nella Lega è vietato discutere di nord», dice Grimoldi. Si racconta che nella riunione il segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo si sia opposto senza successo all’aut aut, anche perché proprio sul suo territorio non sono poche le zone grigie di delusi dal corso nazionalista che si sono avvicinati al Patto - seguito con attenzione anche da Umberto Bossi, ma il Senatur non avrà ripercussioni - ma che comunque frequentano ancora il Carroccio. Tra le altre cose al congresso, quando ci sarà, i lombardi potrebbero presentare una loro mozione programmatica. Ovvero, va bene cercare di prendere voti in tutta Italia, ma senza dimenticare bisogni e insofferenze di un’area che rappresenta il motore produttivo del Paese.

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