Meloni non fa dietrofront nonostante Bannon: invia video alla convention Maga
di Tommaso CiriacoGiorgia Meloni
ROMA — Due ore infernali. Momenti di autentico panico, a Palazzo Chigi. Quel saluto nazista dal palco non ci voleva, anche perché il braccio teso arriva dall’ideologo del primo trumpismo e nella città che ospita i palazzi della democrazia americana: una scena irreale, perfetta per le pagine distopiche di “The man in the high castle” di Philip K. Dick. Giorgia Meloni, già intimorita sull’opportunità del video-collegamento nell’arena del trumpismo che scarica l’Ucraina e inneggia al patto con Putin, chiede consiglio: «Che facciamo?».
Il saluto romano di Steve Bannon alla convention della destra statunitense Cpac
Pesa la decisione dell’estremissima destra francese di sfilarsi, che la mette all’angolo. Pesano anche le pressioni di alcuni “ambasciatori” della comunità ebraica italiana, che nel pomeriggio fanno trapelare dubbi sull’opportunità di confermare l’intervento al Cpa…
ROMA — Due ore infernali. Momenti di autentico panico, a Palazzo Chigi. Quel saluto nazista dal palco non ci voleva, anche perché il braccio teso arriva dall’ideologo del primo trumpismo e nella città che ospita i palazzi della democrazia americana: una scena irreale, perfetta per le pagine distopiche di “The man in the high castle” di Philip K. Dick. Giorgia Meloni, già intimorita sull’opportunità del video-collegamento nell’arena del trumpismo che scarica l’Ucraina e inneggia al patto con Putin, chiede consiglio: «Che facciamo?».
Il saluto romano di Steve Bannon alla convention della destra statunitense Cpac
Pesa la decisione dell’estremissima destra francese di sfilarsi, che la mette all’angolo. Pesano anche le pressioni di alcuni “ambasciatori” della comunità ebraica italiana, che nel pomeriggio fanno trapelare dubbi sull’opportunità di confermare l’intervento al Cpac conservatore. La premier sente i suoi consiglieri, poi i vertici italiani di FdI presenti a Washington. Infine, la decisione: salvo impronosticabili ripensamenti, parlerà comunque alla convention del popolo Maga. Una mossa sofferta, ma che segue un copione politico e psicologico ormai consolidato: se l’opposizione le chiede di rinnegare una posizione, la presidente del Consiglio tira dritto. Costi quel che costi. E questa scelta, non c’è dubbio, avrà un costo.
Attorno alle 17, tutto è compiuto. Poco prima, si conclude nei palazzi del melonismo un lungo Var del braccio teso di Steve Bannon, fotogramma dopo fotogramma: si alza? Devia verso destra? Quanto volte lo agita? E d’altra parte, il bivio è scomodo: fare uno sgarbo a Donald Trump, oppure fare finta che Bannon stesse in realtà salutando un amico? La premier sceglie la seconda, lasciando al segretario di Ecr Antonio Giordano – a Washington assieme al big meloniano all’Europarlamento, Carlo Fidanza - il compito di far capire che ci sarà comunque: «Ero in platea durante l’intervento di Bannon – dice il deputato di FdI - e non mi è parso assolutamente abbia fatto un saluto nazista. Inviterei la sinistra a smetterla di fare polemiche sul nulla».
Parlerà, dunque. Alle 19, ora di Roma. Con un discorso necessariamente alto. O meglio: lontano dalla politica estera. Accennerà alla guerra in Ucraina, per dire: «Lavoriamo alla pace, non possiamo che farlo assieme, Stati Uniti ed Europa». Niente Putin, né Zelensky, ma almeno una cosa in più rispetto al giorno prima la dirà: «L’Ucraina è vittima di un’aggressione». Fino a due mesi fa, sarebbe stato meno del minimo sindacale. Oggi, è comunque un passo che deve prima valutare. Anche perché qualche minuto dopo il suo intervento parlerà Donald Trump. E Meloni non ha alcuna intenzione di urtarne la suscettibilità, impegnata com’è nell’equilibrismo tra le due sponde dell’atlantico.
Non è una novità di queste ore: la presidente del Consiglio diserterà il prossimo G7, il 24 febbraio. Evitando di scontrarsi con il presidente Usa. Quel tavolo, d’altra parte, scotta: ancora ieri, gli sherpa francesi, tedeschi e britannici si sono scontrati con il delegato americano. Pare riuscendo a far inserire di nuovo il concetto di Russia come «aggressore». Un concetto che, come detto, tornerà nel video al Cpac.
Ma con quel braccio teso, come la mettiamo? La premier non può contestarlo e non lo contesterà, questa sera. Al suo discorso lavora da giorni. Ieri, ovviamente, ci ha rimesso mano. Alla fine, si concentrerà soprattutto su uno slogan che si potrebbe riassumere così: «Confini, Dio e famiglia». Spingerà al massimo sulle politiche antimigratorie, accendendo la platea che chiede di deportare gli illegali. E richiamerà i valori occidentali, in scia con il discorso di Monaco di J.D.Vance. Sarà anche lo spunto per presentare l’internazionale conservatrice con una sfida che guarda al futuro, non al passato: niente nostalgia, dunque. Che questo basti a segnalare una distanza, è da dimostrare.
Infine: Meloni quasi certamente non accennerà alla possibilità ospitare un Cpac anche in Italia, in futuro. Non la prossima volta, però, visto che questo onore toccherà all’Ungheria di Orban. C’è da capire chi finanzierà un appuntamento del genere, che costa milioni di euro (o dollari): negli Stati Uniti ci pensano gli sponsor, incassando poi i biglietti dei partecipanti e i diritti. In Italia, la faccenda sarebbe inevitabilmente più complessa.