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La mossa di Zelensky: “Mi dimetto in cambio di Kiev nella Nato”

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Il presidente parla nella capitale a tre anni dall’inizio della guerra: “Pronto a incontrare Trump prima che veda Putin”. Consiglio Ue il 6
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KIEV — «Sono pronto ad andarmene anche adesso, se per la pace in Ucraina c’è bisogno del mio posto». Per la prima volta il presidente Volodymyr Zelensky mette sul tavolo del negoziato anche la propria testa.

È appena iniziata la conferenza stampa annuale del 23 febbraio, quella in cui celebra la resistenza del suo popolo. È trascorso un altro anno, il terzo, in una guerra che doveva travolgerli in tre giorni. Ma la musica oltreoceano è cambiata, e Zelensky alla prima domanda diretta risponde senza giri di parole: «Posso scambiare il mio posto con l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Mi sto occupando della sicurezza oggi, ma non resterò al potere per anni».

A tre anni dalla guerra in Ucraina

I giornalisti sobbalzano, anche se n…

KIEV — «Sono pronto ad andarmene anche adesso, se per la pace in Ucraina c’è bisogno del mio posto». Per la prima volta il presidente Volodymyr Zelensky mette sul tavolo del negoziato anche la propria testa.

È appena iniziata la conferenza stampa annuale del 23 febbraio, quella in cui celebra la resistenza del suo popolo. È trascorso un altro anno, il terzo, in una guerra che doveva travolgerli in tre giorni. Ma la musica oltreoceano è cambiata, e Zelensky alla prima domanda diretta risponde senza giri di parole: «Posso scambiare il mio posto con l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Mi sto occupando della sicurezza oggi, ma non resterò al potere per anni».

A tre anni dalla guerra in Ucraina

I giornalisti sobbalzano, anche se non sta dicendo che lascerà davvero l’incarico. Non asseconderà il primo punto dell’agenda del Cremlino. Anzi. Dice che è pronto ad andarsene «subito» a patto che «sussistano quelle condizioni», cioè se arriverà un “sì” alle richieste poste inutilmente agli alleati. L’ingresso della Nato, che il presidente americano Donald Trump e altri partner dell’Alleanza non prendono in considerazione ma che «rimane un’opzione sul tavolo», dice. O in subordine «un esercito di 800mila uomini» a garantire i confini finanziato dagli alleati. Se ne andrà se avrà «garanzie di sicurezza» solide per impedire che Mosca lanci ancora i carri armati verso Kiev. Una «pace giusta e duratura». Trump, dice, «non è per sempre. Cosa ne sarà di questa pace tra dieci anni? Dobbiamo pensarci adesso».

Non fa mistero che il rapporto tra lui ed il tycoon non sia idilliaco, ma ci scherza su: «La mia relazione con Trump? Mai stata migliore», sorride. Gli ha dato del «dittatore» ma «non c’è spazio per le emozioni. Certo non chiamerò complimenti le sue parole: un dittatore si sarebbe offeso». Trump dice che potrebbe arrivare la pace entro una settimana? «È impossibile porre fine alla guerra senza garanzie per l’Ucraina». Dice che il punto di vista del «comico di mediocre successo» non è importante per negoziare la pace? «Sono un leader eletto con il 73% dei voti». E detta la sua linea, ribadisce i paletti alla trattativa che «non può essere fatta senza di noi» perché poi «il nostro Paese non riconoscerà l’accordo».

Ma Zelensky sta bene attento a ribadire l’importanza dell’aiuto americano: «I nostri Paesi hanno relazioni strategiche. Non abbiamo alcun diritto, come presidenti, di compromettere le relazioni di partenariato. Sono abituato a lottare fino alla fine. Non voglio parlare del piano “B”. Non dobbiamo perdere gli Stati Uniti».

Il piano “B” però c’è. Zelensky parte proprio da lì, «domani arriveranno a Kiev 13 leader, tra cui Ursula von der Leyen. Avremo un incontro importante. Un summit, forse un punto di svolta. Con 13 leader presenti e 24 leader online». A ribadire l’appoggio immutato dell’Europa. Macron volerà a Washington, poi ci sarà un vertice europeo. E ribadisce che vuole incontrare Trump appena possibile, e comunque «prima del suo incontro con Putin».

Il punto più controverso, con Washington, oggi è l’accordo sulle terre rare: «Deve essere un accordo win-win», dice Zelensky, in cui non ci siano vinti ma solo vincitori. E quello proposto da Washington non lo è: «Non era trasparente. Fatto così vuol dire che noi ripaghiamo il debito, e con tutto il rispetto per i partner non riconosco quel debito. Non 500 miliardi ma nemmeno cento, erano sovvenzioni a fondo perduto non prestiti».

«Sono pronto a parlare in modo pragmatico, di business. Ma in quell’accordo - spiega - per ogni dollaro noi dobbiamo restituirne due: è il 100% di interesse. Ho una domanda: quando gli Usa danno le armi a Israele lo fanno al 100% di interesse?». Rifà i conti, e avverte che gli asset russi congelati non vanno messi in conto: «Sono soldi nostri, non dei partner».

Proprio durante la conferenza stampa, gli uomini del presidente sono riuniti in un «incontro importante con gli americani», dice. La trattativa è in corso e Washington vuole chiuderla rapidamente: «Questo accordo è parte della strategia. Una partnership tra l’Ucraina e gli Usa è win-win», dirà in serata il segretario americano al Tesoro, Scott Bessent.

La carne al fuoco è tanta, la diffidenza anche. «Stiamo studiando un’alternativa a Starlink, ma disconnetterci sarebbe una pessima mossa. Quel servizio non è gratuito: paghiamo la tariffa ogni mese grazie a Polonia e Germania. Magari sono solo voci di stampa ma chissà, uomo avvisato mezzo salvato». Poi chiede 20 sistemi Patriot per difenere i cieli ucraini. Poco dopo scatta l’ennesimo allarme aereo, nella capitale volano i droni e si sentono esplosioni.

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