«Questa vicenda é l’ennesima conferma che in questa società la solidarietà è diventata sovversiva». Sembra quasi perplesso don Mattia Ferrari dopo aver scoperto che qualche spione si è intrufolato nel suo telefono alla ricerca di informazioni e contatti. Trentun anni, da almeno cinque cappellano di bordo di Mediterranea, non è la prima volta che finisce nel mirino. Per le minacce di Rob Gowans, da più parti definito come “portavoce della mafia libica”, è sotto protezione da lungo tempo. «Cosa potranno mai volere da me? Il nostro impegno è sempre stato alla luce del sole».
Eppure qualcuno ha persino tentato di bucare il suo cellulare.
«È paradossale. La nostra azione è sempre stata orientata dalla massima trasparenza e condivisione. A noi quello che sta a cuore è la fraternità».
Cosa significa in concreto?
«Combattiamo contro sistemi iniqui, ingiustizie diventate strutturali e che portano a sofferenze e perdite di vite, lavoriamo per la realizzazione della fraternità universale, n…
«Questa vicenda é l’ennesima conferma che in questa società la solidarietà è diventata sovversiva». Sembra quasi perplesso don Mattia Ferrari dopo aver scoperto che qualche spione si è intrufolato nel suo telefono alla ricerca di informazioni e contatti. Trentun anni, da almeno cinque cappellano di bordo di Mediterranea, non è la prima volta che finisce nel mirino. Per le minacce di Rob Gowans, da più parti definito come “portavoce della mafia libica”, è sotto protezione da lungo tempo. «Cosa potranno mai volere da me? Il nostro impegno è sempre stato alla luce del sole».
Eppure qualcuno ha persino tentato di bucare il suo cellulare.
«È paradossale. La nostra azione è sempre stata orientata dalla massima trasparenza e condivisione. A noi quello che sta a cuore è la fraternità».
Cosa significa in concreto?
«Combattiamo contro sistemi iniqui, ingiustizie diventate strutturali e che portano a sofferenze e perdite di vite, lavoriamo per la realizzazione della fraternità universale, non per cercare un nemico da distruggere. Un’iniziativa così non ha senso».
La preoccupa?
«Non per me. La preoccupazione è per tutte le persone estremamente vulnerabili con cui sono in contatto che si trovano in Libia, in Tunisia, bloccate nel deserto o perse in mare. È apprensione che va oltre il momento specifico, è costante».
Per questo potrebbe essere diventato un target?
«Tutto questo avviene dopo il caso Almasri: non c’è, in teoria, un collegamento diretto, ma si possono vedere in un quadro complessivo. Un torturatore è stato liberato e rimandato a casa, in Libia, dove probabilmente continuerà a commettere gli stessi crimini che noi come Mediterranea denunciamo da tempo: violenze, torture, detenzioni. Non è stato ancora spiegato perché».
Lei spiato, Almasri liberato. È un paradosso?
«Noi chiediamo a tutti quanti – alle istituzioni, alla società civile – di fare giustizia. Abbiamo molta fiducia nelle istituzioni e nelle inchieste che sono in corso e speriamo permettano di comprendere cosa sia successo. Ma quello che si deve costruire è un percorso collettivo, con il contributo di tutti. Serve per sanare ferite e costruire riconciliazione, più che mai necessaria in questo mondo».
È possibile senza verità?
«No, per questo chiediamo collaborazione e aiuto. Con il team di ricercatori canadesi è successo, ci stanno aiutando a capire molto».
E il governo?
«Noi speriamo che tutti coloro che hanno responsabilità dicano la verità sul caso Paragon, siamo pronti anche a collaborare per ricostruire insieme cosa sia successo».
Meta ha parlato di “attacco governativo”, Paragon vende solo a clienti istituzionali. Cosa significa?
«Questa vicenda è l’ennesima conferma che chi si ribella all’imperativo dominante del cinismo e dell’indifferenza, chi sceglie di amare e di stare concretamente dalla parte dei poveri e degli scartati viene criminalizzato, spiato, schedato. La solidarietà sembra diventata sovversiva e la fraternità, un’eresia. Ma sono quanto di più bello ci sia nella condizione umana. Possono essere ostacolate ma non fermate».
La notizia dello spionaggio contro lei e altri di Mediterranea è arrivata mentre il Papa, che spesso vi ha ricordato, è ricoverato in prognosi riservata. Un’altra tegola?
«Anche io, come tutti, sono unito a questa ondata di preghiera. Altre considerazioni non mi competono. Una cosa però la posso dire: stanno arrivando messaggi di cristiani come persone di altre religioni, soprattutto dai poveri, di ogni angolo del pianeta. Anche nella malattia di Papa Francesco si sta realizzando il sogno del suo pontificato, il sogno di Gesù: tutto il mondo, con i poveri davanti a tutti, unito in un unico grande amore, un’unica grande fraternità».