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Tremila soldati mobilitati e nessun tank in campo. L’esercito pronto in 2 mesi

Soldati di Unifil

 

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Nell’eventuale spedizione sotto l’egida del Palazzo di vetro verrebbero coinvolti solo blindati leggeri. I 54mila militari sono già impegnati su vari fronti
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Roma – Poco più di tremila soldati, nessun carro armato ma tanta esperienza nelle missioni di pace, anche le più rischiose: in due mesi dall’ordine, saranno tutti pronti sul campo. Se e quando il Parlamento deciderà di approvare la partenza di un contingente militare italiano a garanzia della tregua in Ucraina, allora dovrà fare i conti con la situazione dell’esercito. Che è sovraccarico di impegni d’ogni genere, aumentati per le scelte del governo Meloni sul fronte della sicurezza interna e per i nuovi accordi atlantici, senza però incrementare l’organico.

Quindici anni fa, all’apice dell’intervento occidentale in Afghanistan la nostra Difesa è stata in grado di schierare nella regione di Herat quasi cinquemila donne e uomini in uniforme. Adesso per un’eventuale spedizione in Ucraina bisognerà limitarsi a circa 3500. Il numero non è frutto di una valutazione politica ma soltanto di un calcolo pratico: la sottrazione tr…

Roma – Poco più di tremila soldati, nessun carro armato ma tanta esperienza nelle missioni di pace, anche le più rischiose: in due mesi dall’ordine, saranno tutti pronti sul campo. Se e quando il Parlamento deciderà di approvare la partenza di un contingente militare italiano a garanzia della tregua in Ucraina, allora dovrà fare i conti con la situazione dell’esercito. Che è sovraccarico di impegni d’ogni genere, aumentati per le scelte del governo Meloni sul fronte della sicurezza interna e per i nuovi accordi atlantici, senza però incrementare l’organico.

Quindici anni fa, all’apice dell’intervento occidentale in Afghanistan la nostra Difesa è stata in grado di schierare nella regione di Herat quasi cinquemila donne e uomini in uniforme. Adesso per un’eventuale spedizione in Ucraina bisognerà limitarsi a circa 3500. Il numero non è frutto di una valutazione politica ma soltanto di un calcolo pratico: la sottrazione tra il totale complessivo e il peso delle incombenze. L’Esercito dispone di 94 mila tra soldati, graduati, sottufficiali e ufficiali: sono tutti volontari e professionisti, con un’età molto alta. Il 65 per cento ha tra 30 e 50 anni mentre i graduati – la parte più consistente delle brigate di prima linea – hanno in media 40 anni. Una quota elevata, più o meno 40 mila, serve per mantenere comandi e caserme o non può prendere parte per vari motivi a spedizioni oltre frontiera. Sulla carta quindi la componente cosiddetta “operativa” è di 54 mila militari.

Sembrano tanti. Ma, a regime, tenere mille soldati in azione all’estero comporta averne altri mille che si addestrano in vista dell’incarico e altri mille che si riposano dopo avere passato quattro mesi di servizio h24 lontano da casa. Questo significa che, in linea teorica, attualmente i 54 mila operativi sono in gran parte già impegnati. Nel dettaglio, settemila si occupano di “Strade Sicure”, pattugliando stazioni ferroviarie, metropolitane e una serie di obiettivi sensibili: l’esecutivo Draghi li aveva ridotti a cinquemila, quello Meloni li ha aumentati. Altri quattromila sono nei contingenti in giro per il mondo: principalmente in Libano, nel Kosovo, in Lettonia, in Bulgaria e in Ungheria. Infine ci sono le “forze in prontezza”, reparti che l’Italia deve tenere di riserva a disposizione dei meccanismi di difesa della Nato e della Ue o per eseguire iniziative nazionali. Fino allo scorso anno vincolavano 6.500 militari; dal 2025 per effetto della nascita della Forza di reazione rapida atlantica sono saliti a 11 mila obbligando ad avere due brigate in stand by.

Da questo bacino andrebbe costruita la task force tricolore per l’Ucraina, che potrebbe avere al massimo tra 3500 e 4 mila soldati. Il coordinamento spetterebbe al Covi, il Comando di vertice interforze guidato dal generale Giovanni Iannucci: anche se tutti allo Stato maggiore negano di avere iniziato una pianificazione, sarebbe già stato preparato uno studio di massima dei reparti più idonei. Quali? Dipende dal mandato. Se venisse deciso un contingente di interposizione per vigilare sul cessate il fuoco, potrebbe toccare alla Folgore o agli alpini.

Se invece si dovesse ipotizzare una missione di deterrenza – destinata cioè a far desistere la Russia da ogni futura aggressione –, sarebbe opportuno mandare brigate meccanizzate come la Garibaldi o la Pinerolo. Servirebbero inoltre mezzi pesanti: carri armati e veicoli cingolati da combattimento. Quelli italiani però sono troppo vecchi. I tank Ariete in funzione sono poche decine e non vengono aggiornati da un quarto di secolo. È stato varato un piano completo per modernizzarne 125 esemplari: si ritiene cominceranno a venire consegnati dopo l’estate ed è prevedibile che bisognerà aspettare il prossimo anno perché siano pronti per l’impiego. Situazione simile per i cingolati corazzati Dardo per il trasporto della fanteria, logorati da un ventennio di utilizzo e di tagli alla manutenzione.

Si può però contare su ottime autoblindo di produzione nazionale. Come le nuovissime Centauro 2, introdotte da un anno: hanno la torretta di un carro armato con un cannone da 120 millimetri su uno scafo con otto ruote motrici. Si tratta dell’ultima versione di un mezzo molto affidabile: all’epoca dell’idillio tra Putin e Berlusconi persino la Russia ne aveva valutato l’acquisto. Moderne pure le Freccia per la protezione della fanteria, sempre con otto ruote motrici e una mitragliera da 25 millimetri. D’altronde molti analisti credono che evitare tank e cingolati sia la soluzione migliore per una spedizione che – se mai partirà - avrà solo il compito di tutelare la pace e non di lanciare sfide a Mosca.

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