ROMA — A due anni esatti dalle primarie che le hanno consegnato la guida del Pd, Elly Schlein riunisce la direzione per serrare i ranghi e sfidare chi, dentro e fuori il Nazareno, prova a metterne in discussione la leadership. Innanzitutto sui referendum, Jobs Act in testa, che sin dall’inizio l’ala riformista aveva chiesto di non sottoscrivere perché «divisivo».
E invece lei non solo lo ha fatto, suscitando non poco malumore, ma ieri ha ribadito: «Lo sosterremo». Consapevole delle ricadute, ma decisa a non arretrare. «Non chiediamo abiure», concede alla minoranza che rumoreggia: «Ho rispetto per chi non ha firmato, ma un partito deve saper scegliere su un appuntamento così importante, deve essere chiaro e lineare: sui diritti dei lavoratori non saremo mai alla finestra». L’unico modo, a suo giudizio, per chiudere una volta per sempre la stagione del renzismo. Ma la corrente capitanata da Lorenzo Guerini non ci sta, dietro le quinte si muove per evitare che la relazione della s…
ROMA — A due anni esatti dalle primarie che le hanno consegnato la guida del Pd, Elly Schlein riunisce la direzione per serrare i ranghi e sfidare chi, dentro e fuori il Nazareno, prova a metterne in discussione la leadership. Innanzitutto sui referendum, Jobs Act in testa, che sin dall’inizio l’ala riformista aveva chiesto di non sottoscrivere perché «divisivo».
E invece lei non solo lo ha fatto, suscitando non poco malumore, ma ieri ha ribadito: «Lo sosterremo». Consapevole delle ricadute, ma decisa a non arretrare. «Non chiediamo abiure», concede alla minoranza che rumoreggia: «Ho rispetto per chi non ha firmato, ma un partito deve saper scegliere su un appuntamento così importante, deve essere chiaro e lineare: sui diritti dei lavoratori non saremo mai alla finestra». L’unico modo, a suo giudizio, per chiudere una volta per sempre la stagione del renzismo. Ma la corrente capitanata da Lorenzo Guerini non ci sta, dietro le quinte si muove per evitare che la relazione della segretaria venga messa ai voti: «Così ci spacchiamo» è l’argomento. Subito infranto contro il muro alzato da Schlein, parecchio infastidita e perciò determinata ad andare sino in fondo. Lo farà chiaramente intendere al termine del dibattito: «Il Pd supporta i referendum, mi aspetto che invitiamo tutti a votare, anche chi non è d’accordo», sibila nelle repliche. Confortata da diversi interventi a favore. Come quello di Gianni Cuperlo che, dopo una lunga digressione sugli equilibri geopolitici sconvolti da Trump, dichiara il suo sì ai 5 quesiti ammessi dalla Consulta: «Ho sempre pensato che riforma sul Jobs Act fosse sbagliata. Non sarà una campagna facile ma è giusto farla».
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Alla fine la relazione passa all’unanimità, ma solo perché i riformisti sono già andati via o preferiscono non esprimersi. A eccezione di Stefano Bonaccini, che da presidente del Pd non poteva esimersi.
Non è l’unico tema su cui si è aperta una faglia fra maggioranza e minoranza. L’altra riguarda il conflitto in Ucraina, su cui dall’avvento di Schlein il partito si è spesso diviso. A far saltare la mosca al naso, in particolare, il “né-né” intonato dalla segretaria in un passaggio della sua relazione: «Non siamo con Trump e il suo finto pacifismo che cela una resa alle ragioni dell’aggressore, e non siamo con l’Europa per continuare la guerra, che è quello di cui ci accusa Salvini e anche qualche alleato. Noi siamo per un’Europa diversa, unita e protagonista per costruire la pace giusta».
Parole che in sala non piacciono a tanti. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, glielo dice in faccia: «Sostenere che l’Europa ha una postura bellicista è una sciocchezza: non è mai stata l’Ue a voler fare o continuare la guerra. E non è vero che la mancanza di iniziative di pace siano dipese da una mancanza di volontà politica della Ue. È stato Putin a rifiutare sempre ogni dialogo». Tesi sposate pure da Piero De Luca. Contrariati, i riformisti dem, per una deriva che sposta il partito sulle posizioni di Conte. Costringendo infine la segretaria a chiarire nelle repliche: «Nessuno pensa che quella guerra l’abbia voluta l’Europa, diciamo che l’Ue poteva fare di più e oggi è chiamata a fare di più. Servono iniziative comunitarie, non solo quelle prese da singoli Paesi».
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Ma non è solo il fronte internazionale ad agitare gli animi. Sul piano interno, c’è da costruire «il Progetto per l’Italia», attorno al quale riunire tutte le forze progressiste. «La sfida che ci aspetta è fare opposizione insieme. È costruire testardamente l’alternativa al governo Meloni». Qualcosa che sia «più di un cartello fra partiti che si accordano a tre mesi dalle elezioni», la frecciata indirizzata a Franceschini, «ma sia un’alleanza nella società». Soltanto così, conclude Schlein, «il vocabolario del futuro non lo scriverà la destra».