Un unico regolamento europeo sui rimpatri che aiuti a rendere più uniformi le decisioni dei singoli Stati nella gestione dei flussi migratori e dà via libera alla creazione di hub nei Paesi terzi con cui esistono accordi specifici. È una delle novità contenute nella nuova disciplina che la Commissione von der Leyen dovrebbe adottare oggi per rendere più veloce ed efficiente l’espulsione degli irregolari nel vecchio continente. Sebbene non si faccia esplicito riferimento al protocollo d’intesa Italia-Albania, il modello proposto è proprio quello. Cinquantadue articoli che introducono, fra l’altro, un “ordine di rimpatrio europeo” che accompagni i provvedimenti nazionali, così da essere eseguibile in tutta l’Ue, e il “divieto d’ingresso” per chi non collabora.
Un unico regolamento europeo sui rimpatri che aiuti a rendere più uniformi le decisioni dei singoli Stati nella gestione dei flussi migratori e dà via libera alla creazione di hub nei Paesi terzi con cui esistono accordi specifici. È una delle novità contenute nella nuova disciplina che la Commissione von der Leyen dovrebbe adottare oggi per rendere più veloce ed efficiente l’espulsione degli irregolari nel vecchio continente. Sebbene non si faccia esplicito riferimento al protocollo d’intesa Italia-Albania, il modello proposto è proprio quello. Cinquantadue articoli che introducono, fra l’altro, un “ordine di rimpatrio europeo” che accompagni i provvedimenti nazionali, così da essere eseguibile in tutta l’Ue, e il “divieto d’ingresso” per chi non collabora.
«L’attuale mosaico di 27 diversi sistemi nazionali di rimpatrio, ciascuno con il proprio approccio e le proprie procedure, compromette l’efficacia dei rimpatri a livello europeo», si legge nell’introduzione. «L’istituzione di un sistema europeo efficace e comune è un pilastro centrale del Patto su migrazione e asilo. Quando nell’Ue restano persone che non ne hanno il diritto, l’intero sistema viene minato», prosegue la bozza, attesa oggi a Strasburgo. Oggi, infatti, «solo il 20% circa dei cittadini di Paesi terzi a cui viene ordinato di lasciare la Ue lo fa davvero. Spesso sfuggono alle autorità e si trasferiscono in altri Stati membri». Da qui la necessità di intervenire. Anche perché «l’attuale direttiva sui rimpatri lascia un ampio margine di manovra (...) ai tribunali nazionali per la loro interpretazione»: altra sponda alla battaglia del governo Meloni contro i magistrati. Con tanto di avvertenza tesa a rassicurare chi ritiene eccessiva la stretta sulla protezione internazionale: il testo «osserva i principi riconosciuti, in particolare, dalla Carta dei diritti fondamentali Ue, nonché gli obblighi derivanti dal diritto internazionale». Parole che somigliano a una sorta di excusatio non petita, tesa a smontare eventuali obiezioni.
Subito arrivate dal gruppo socialista, seconda gamba della maggioranza Ursula, al cui interno il Pd è la delegazione più numerosa: i “return hub” non possono far parte della visione europea, scrivono in una nota i progressisti europei, dichiarandosi però pronti a lavorare «in modo costruttivo» per modificare il regolamento. Spiega infatti Birgit Sippel, coordinatrice di S&D in commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni: «La politica sui rimpatri è parte di un sistema migratorio funzionante e crediamo che una maggiore cooperazione a livello Ue possa migliorarla. Sarebbe un errore guardare al programma Regno Unito-Ruanda, ora annullato, o all’accordo Italia-Albania per trovare ispirazione. Sono legalmente discutibili e sprecano enormi quantità di denaro dei contribuenti». Una bocciatura che rischia di far fibrillare la coalizione al governo dell’Europa.
Stando alla bozza, le linee guida sono tuttavia piuttosto stringenti. Gli accordi si possono siglare solo con Paesi in cui si rispettano «i diritti umani» e devono stabilire «le modalità» di trasferimento, nonché «le condizioni» per il periodo di permanenza. Toccherà poi a un organismo di monitoraggio» valutarne passo passo l’attuazione. In sostanza, la possibilità di esternalizzare i confini non darà carta bianca ai governi.
Ma tanto basta al centrodestra tricolore per gridare alla «grande vittoria di Meloni». Con FdI che ne approfitta per attaccare le opposizioni: «La sinistra se ne faccia una ragione: è merito della premier se l’Europa cambia regole migratorie, E non sarà fermata da sentenze che sanno più di politica che di giustizia».